La sequenza incalzante delle mostre presso la Galleria Pallavicini ha il pregio di presentare gran parte del vivace humus creativo del territorio, allargando a interessanti sondaggi fuori zona. La mostra da poco inaugurata nello spazio presenta fino alla fine di febbraio una serie di lavori recenti di Cesare Baracca, artista romagnolo da tempo già noto nell’ambiente artistico locale e italiano. Roberto Pagnani, curatore della esposizione, ha selezionato una serie di opere di piccolo formato, eseguite dall’artista fra il 2023 e l’anno scorso, mentre Sabina Ghinassi e Michele Montanari ne hanno dato una lettura nel catalogo in modo da tracciare le linee poetiche e sondare la pittura provocatoria di Baracca, ironica, ai limiti del disturbante e del grottesco.
Partiamo dalla scelta del materiale di supporto, che è semplice carta da parati. In catalogo, un breve inciso dell’artista dichiara la volontà di intraprendere una pittura che rinuncia alla sua purezza per patteggiare con una parziale operazione ready-made. Utillizzando questo supporto – da intendersi come un ready-made modificato – l’artista intende evidenziare un rapporto di opposizione fra il segno pittorico e l’ornamento “immoto” della carta. I soggetti rappresentati – continua Baracca – è come se prendessero un surplus di vita, in forte contrasto con la perfezione morta del supporto.
Difficile limitare l’interpretazione della carta da parati a semplice dato ornamentale fornito dall’industria: l’eccesso semantico che essa costituisce, pone al centro la questione di questa scelta. Ghinassi la interpreta come un dispositivo adatto alla messa in scena del mainstream, di quell’immaginario spazzatura che pratica una dissonanza fra la reale miseria dei corpi e la loro idealizzazione, che assorbe l’immaginario perfetto del digitale e di una certa recente produzione pittorica a cui si potrebbe aggiungere la politezza delle immagini pubblicitarie.
Il discorso non è nuovo ma Baracca lo governa attingendo a ritratti e autoritratti che marcano una distanza fra la corporeità più brutale, poco accattivante, assecondata da decise pennellate brutaliste. Qui l’opposizione fra iconicità volutamente trasandata e perfezione decorativa del supporto funziona, anche quando l’immaginario salta e incarna qualche prototipo vicino all’heavy metal. Ma occorre considerare quanto tutti, volenti o nolenti, partecipino al grande ballo in maschera, in cui i margini di decisione sono pochi e spesso inconsapevoli.
Dal mondo immaginario restituito dalla pittura più recente – da Lisa Corva a Lucia Jones, da Mark Tennant a Luca Giovagnoli – seguendo una linea di soggetti femminili ripresi nella gestualità e piattezza quotidiana che da decenni è indagata in pittura, i soggetti femminili su carta da parati si manifestano in superficie come galleggianti sulla pellicola del mare. Sono donne che si acconciano, fumano una sigaretta in abito da sera, chiudono occhi bistrati mentre l’accappatoio si apre, guardano con sicurezza in un giro di volants l’occhio che scruta. Prendono posizione in scena come se il supporto confermasse la loro permanenza di pochi secondi sulla piattaforma virtuale della notorietà, la stessa in cui bruciano le candele al vento.
Qui il senso di solitudine è amplificato e funziona ancora meglio se le donne raffigurate vengono colte in gesti abbreviati e normali come fumare una sigaretta senza abiti o far svolazzare i capelli al vento. La precarietà quasi poetica del gesto viene invece meno dove la sessualità risulta più esplicita: non è l’erotismo di un corpo che si studia in intimità ma quello di un corpo guardato da altri.
Il rischio è la replica di stereotipi di corpi sotto osservazione soprattutto quando la descrizione indugia su una sessualità esplicita, sadomaso, irta di tacchi a spillo, tutine di lattice, catene e guinzagli. Non è la sessualità esibita e rivendicata dalle artiste – ricordiamo ad esempio l’erotismo e autoerotismo eclatante di Ghada Amer –, né quella spiazzante che porta a liberare-liberarsi o a parlare della crudità di un desiderio pulsante e veramente senza regole. Baracca riesce piuttosto ad aumentare l’intensità emotiva nelle solitudini di figure femminili replicate, quelle gemelle che inquietano quanto una Diane Arbus trasferita in pittura contemporanea. O in quel breviario di immagini religiose – Cristo sull’asino della Domenica delle Palme, Cristo legato, flagellato, che cammina sulle acque – che ostentano un immaginario povero, quasi sincero nella sua icastica semplicità.
“Cesare Baracca. Carte da parati” – fino al 28 febbraio Ravenna, Pallavicini 22 Art Gallery, via Pallavicini 22 orari: ma-sa 17-19 – ingresso libero



