C’è la neve, un Natale che tanto Natale non è, il freddo che entra nelle ossa e le dinamiche strette di un paesino di provincia. Ci sono due fratelli che vivono tra difficoltà economiche e fragilità familiari, c’è un cane smarrito e una “lauta ricompensa” per chi lo trova. Ultimo schiaffo è il nuovo film di Matteo Oleotto, regista goriziano classe 1977. A distanza di 13 anni dal film d’esordio Zoron – il mio nipote scemo (vincitore di diversi premi, tra cui il Globo d’oro alla miglior opera prima e candidato ai David di Donatello) Oleotto torna a raccontare la provincia friulana tra dark comedy e tinte pastello. Oleotto sarà presente al cinema Mariani di Ravenna per presentare la proiezione in programma domani (5 marzo, ore 21), per la rassegna “Finalmente è giovedì”.
Sempre più spesso il cinema sceglie di allontanarsi dalle grandi città per raccontare i piccoli centri. La provincia rappresenta un nuovo spazio narrativo?
«Non credo sia una tendenza nuova: certo, è difficile produrre un film all’anno e a volte la provincia “scompare” per qualche tempo, ma poi ritorna sempre sullo schermo. Già dalle produzioni di Carlo Mazzacurati si è sentito il bisogno di raccontare storie che uscissero dai luoghi caposaldo del cinema tradizionale, come Roma o Napoli. La provincia ha tantissimo da raccontare. È un mondo vivo, tutt’altro che marginale. In provincia si fa moltissimo: si vive persino un’ora in più al giorno, se pensiamo al tempo che altrove si perde nel traffico o alla ricerca di un parcheggio. E quel tempo in più lo si riempie inventando attività originali, colorate e divertenti».

In Italia oggi c’è più spazio per il cinema che racconta il territorio?
«Per fortuna sì, anche grazie all’importante lavoro delle Film Commission che ha permesso al cinema di spostarsi in lungo e in largo per il Paese. Le persone hanno lo sguardo saturo di Castel dell’Ovo o Piazza di Spagna e vengono al cinema anche per scoprire posti nuovi. Non si tratta solo di dare originalità alle storie, ma di un’importante forma di promozione territoriale, non solo dal punto di vista turistico, ma anche grazie alle tante persone che affollano per mesi un set e fanno girare direttamente l’economia locale».
Il film viene descritto come “una partitura (quasi) natalizia”. Qual è il ruolo del Natale all’interno di questa storia di provincia?
«Il Natale ha un ruolo centrale all’interno della storia. Da giovane ho lavorato per anni nell’ospedale psichiatrico di Gorizia e spesso ero di turno durante le festività. Lì ho capito che in alcuni contesti il Natale è tutta un’altra storia. Finivo le mie giornate con un aperitivo tra amici, risate e scambi di regali per poi andare in ospedale e accorgermi che per quei ragazzi era tutto diverso: quando ti senti triste e solo, a Natale lo diventi ancora di più. Il debutto del film è stato proprio l’8 gennaio, quando le feste sfumano e rimane l’albero da smontare. Mi è sembrato un miracolo: intanto perché è difficile trovare slot non occupati dalle grandi major nel periodo festivo, ma soprattutto il senso di tristezza e vuoto che segue le feste mi è sembrato particolarmente indicato».
Ad accomunare il suo primo film Zoran – il mio nipote scemo e Ultimo Schiaffo c’è la figura dell’antieroe come protagonista. Perché questa predilezione?
«Perché gli eroi mi annoiano terribilmente, li trovo banali e spesso senza anima. Chi cade e cerca in tutti i modi di rialzarsi invece è più vivo, più sexy, più “tutto”. Credo che quello degli sconfitti sia un mondo più vicino al mio e che sia addirittura più degno di essere raccontato di quello dei vincenti. Il mio passato da sportivo poi mi ha insegnato che è proprio la sconfitta il modo migliore per crescere».
Questo film arriva dopo oltre 10 anni dalla pellicola di esordio. Può spiegaci il motivo di questa lunga attesa?
«Zoran è andato molto bene, anche troppo. Ha partecipato a tanti festival e vinto diversi premi: essendo il mio primo film mi sono buttato ovunque, passando nel giro di pochi giorni da Tallinn a Bari, fino a Stoccarda, e così per mesi. Ne sono uscito un po’ confuso. Ogni volta che provavo a pensare a un nuovo film la mia testa tornava sempre in questa dinamica “zoraniana” da cui però volevo allontanarmi. Un amico mi disse che per fare un bel film basta un po’ di fortuna, è con il secondo che si vede il talento. Girare Ultimo Schiaffo è stato come una lunga seduta dalla psicologa, il film sta già ricevendo un buon apprezzamento: è come se avessi ricominciato a capire quanto valgo, quindi credo ci sarà meno attesa per il prossimo».
In questa “pausa” c’è stata anche tanta televisione, quali sono le differenze principali tra il girare per il cinema e per la tv?
«Il cinema per come lo intendo io è libertà. Mi sono reso conto che stavo passando troppo tempo a inquadrare belle attrici, begli attori, belle case, bei costumi. Era tutto troppo bello, e tutto finto. Ho sentito il bisogno di tornare a raccontare qualcosa di vero, e di mettermi faccia a faccia con me stesso come autore. Quando lavori per la televisione poi fai parte di un ingranaggio molto più grande e complesso di te, ogni scelta va dichiarata a chi è sopra di te. Riguardando il mio film invece vedo che tutto ciò che c’è sullo schermo è opera mia. È una bella sfida, ma se funziona dà molta soddisfazione».
Prima dell’approdo in regia, c’è un diploma da attore all’Accademia d’arte drammatica Nico Pepe di Udine e una serie di lavori molto lontani dal mondo dello spettacolo. Questo percorso aggiunge qualcosa ai suoi film?
«Totalmente, anche se all’inizio non lo capivo. Ho frequentato la scuola d’attore un po’ per caso: non volevo fare il militare e l’accademia di Udine mi dava modo di fare l’obiettore al mattino e di seguire i corsi nel pomeriggio. Non ho mai voluto fare davvero l’attore, ci ho provato nel film Lezioni di cioccolato, ma ho capito di non essere tagliato per questo. Però rispetto molto gli attori e mi fido di loro, credo siano “portatori sani di storie”. La formazione attoriale ricevuta in accademia mi permette di interfacciarmi meglio con loro, capire i loro bisogni, le loro preoccupazioni. È come se avessi studiato per tre anni “l’attorese”: questo si è rivelato un grande plus anche in televisione».
Per questo ultimo film invece com’è avvenuto il casting degli attori?
«È stata una chiamata aperta al nord Italia, non volevo restare confinato al Friuli per paura di non trovare i volti giusti per incarnare la mia storia. Adalgisa Manfrida, l’attrice protagonista, in realtà non è nemmeno del nord e abbiamo dovuto fare un po’ di lavoro sugli accenti. Appena l’ho vista però non ho avuto dubbi: tra gli oltre seicento ragazzi incontrati durante i casting, ho riconosciuto subito lei e Massimiliano (Motta ndr) come Petra e Jure».
Quale consiglio darebbe a un giovane che vorrebbe muovere i primi passi nel mondo della regia?
«Che si può fare. I mezzi sono tanti e oggi si può fare cinema senza andare per forza a Roma o a Milano. Per citare una frase di Paolo Nori “dipende solo da quanto sono forti le tue scuse per non farlo”. Tutti i giovani che ho conosciuto che volevano davvero lavorare nel cinema ci sono riusciti. Con sacrifici, certo, ma fa parte del mestiere. L’aspetto più difficile può essere quello di mantenere sempre accesa la fiamma, anche quando le persone attorno a te cercano di spegnerla. A 18 anni, mentre gli amici andavano a ballare, io restavo sveglio tutta la notte a immaginare e scrivere le mie storie, a ravvivare la fiamma».



