«Non c’è male peggiore di una famiglia divisa» è con questa citazione dall’Antigone di Sofocle, e una veduta sul teatro greco del Parco Archeologico di Sibari (in Calabria) che si apre Il quieto vivere, la nuova pellicola di Gianluca Matarrese. Un’opera che, con una forma ibrida tra documentario, cinema e teatro porta in scena una guerra familiare che ha i contorni di una tragedia greca.
Nato a Torino da mamma calabrese e padre pugliese, e parigino di adozione da oltre 20 anni, Matarrese ha debuttato nel 2019 con il suo primo lungometraggio Fuori tutto, il racconto su pellicola del fallimento dell’azienda di famiglia girato nel corso di sei anni, dal 2012 al 2018. Oggi torna a guardare i suoi familiari dietro la lente della telecamera: l’odio tra la cugina del regista e sua cognata diventa catarsi, le anziane zie si fanno coro tragicomico e la violenza resta sempre suggerita e mai mostrata. Forte di una formazione che intreccia cinema, teatro e televisione, dagli studi in Storia e Critica del Cinema Nordamericano e scrittura audiovisiva all’Università Paris 8, fino all’École Internationale de Théâtre Jacques Lecoq, Matarrese ha costruito negli anni un linguaggio personale e riconoscibile tra il rigore intellettuale e l’immediatezza pop. Presentato al Marrakech International Film festival e alla Biennale di Venezia 2025, Il quieto vivere è prodotto da Faber Produzioni, Stemal Entertainment, Elefant Films e Rai Cinema, con il contributo del Ministero della Cultura. Giovedì 2 aprile il regista sarà ospite di due sale della provincia: al Mariani di Ravenna in apertura e al cinema Sarti di Faenza per un commento a seguito della visione.
Che tipo di Calabria racconta questo film e da quali stereotipi prende le distanze?
«Sono cresciuto tra Nord Italia e Francia e, seppur abituato a trascorrere tempo in Calabria da quando ero piccolo, ho sempre vissuto il territorio con il profilo di uno straniero. Questo mi ha permesso di osservare ciò che mi circondava da vicino, pur mantenendo uno sguardo altro. Per anni ho seguito mia cugina mentre raccontava le sue storie: la scelta delle parole, la gestualità, le pause e i modi di dire mi hanno ispirato a restituire la teatralità delle donne della mia famiglia. Il risultato non vuole essere un ritratto caricaturale, ma un archetipo. Ho lavorato su questo archetipo celebrando il territorio: il film narra la storia di due donne moderne che si rinfacciano a vicenda questa modernità. Filmare “fuori stagione” poi mi ha dato modo di scoprire il potenziale cinematografico della Calabria in corso d’opera, con una varietà di paesaggi che passa dal ricordare la Nuova Zelanda al Far West».
La famiglia non è solo un’ispirazione, ma diventa materia viva e entra in scena, con i familiari come protagonisti sul set.
«Il quieto vivere è un gioco di famiglia. Un esercizio che in qualche modo si ricollega a Fuori tutto, seppur restandone agli antipodi. All’interno della pellicola, le persone diventano personaggi. Ho raccolto le storie di mia cugina abbozzando un canovaccio, poi ho filmato momenti reali, come il pranzo di Natale, lasciando a mia madre (una delle tre zie nel film ndr) il compito di scatenare i contenuti, lei sa bene dove mettere il dito: basta la parola “contatore” pronunciata al momento giusto per dare il via a un intero monologo, un copione naturale e spontaneo. Poi arrivano le fasi di scrittura: una a priori, dove si dà una traccia alla storia e una a posteriori, fatta di montaggi, riscritture e lavoro di scrematura su lunghi take. In questo contesto, il dialogo diventa materia viva e organica da plasmare per dare forma al film».
In Fuori tutto ha filmato la sua famiglia per sei anni, trasformando la quotidianità in documentario. Anche in questo nuovo lavoro, al di là della scelta dei protagonisti, c’è una componente documentaristica?
«C’è una grande componente documentaristica, possiamo dire di esserci limitati a costruire un set intorno alla realtà per portare i personaggi al pieno della loro possibilità. La storia è vera, l’odio tra mia cugina e sua cognata è vero: per entrambe questa storia rappresenta il documento visivo della propria verità. È stato importante per me non lasciar trapelare nessun giudizio mentre giravo: quello resta sospeso, e sta allo spettatore decidere».
Presentando il film, ha affermato che «le liti, se lasciate in casa, diventano troppo pericolose perché vanno troppo lontano». Cosa intende con questa affermazione?
«Siamo soliti dire che “i panni sporci si lavano in casa”, ma tra moralismi, sentimentalismi, politically correct e omertà sui meccanismi di famiglia, se i drammi non vengono sfogati attraverso una sorta di catarsi non fanno altro che crescere e radicarsi, dando origine nel peggiore degli scenari a un nuovo caso di cronaca nera. Questo film per me è una missione di pace, e forse ha salvato una vita. Invece di accanirsi nel nascondere una piccola dinamica privata, ho deciso di darla in pasto a tutti. Un modo efficace per sdrammatizzare».
Il film quindi è stato in grado di ricucire questa ferita familiare?
«Nei fatti quotidiani in realtà non è cambiato quasi nulla, la lotta continua. Ma oggi le vedo esprimere la rivalità tra loro proprio attraverso l’opera e senza scontri diretti: siedono allo stesso tavolo per presentare il film e, anche se non si parlano o lo fanno solo per dibattere, è bello vederle coinvolte in un progetto comune. È come se avessero fatto un figlio insieme».
Quali opportunità offre il documentario rispetto al cinema di finzione?
«Partire dalla realtà per produrre una storia che sembra scritta non è così diverso dal partire dalla finzione per imbastire una storia che sembri reale. La vera differenza è nel sistema di produzione: il documentario ti dà modo di girare subito, con dinamiche più immediate. Sperimentare tra documentario e cinema di finzione è un’importante libertà che concede il cinema indipendente, ho trovato un mio metodo, anche se non credo di aver inventato nulla. Basta pensare al neorealismo e al casting di attori non professionisti per dare vita a personaggi originali ispirati alla realtà quotidiana»
Cosa significa fare cinema indipendente al giorno d’oggi?
«Significa girare con pochi soldi e lavorare con la dimensione di rischio che nessuno veda mai il tuo film. Credo però che dovremmo tornare a questo tipo di produzione per contrastare l’enorme spreco di risorse che interessa il mondo del cinema. Nel cinema indipendente a fare il film è l’autore, non il guadagno. È un cinema che nasce ancora dall’esigenza di raccontare una storia».



