mercoledì
01 Aprile 2026
L'incontro

«La burocrazia in Italia è diabolica e la cittadinanza per uno straniero diventa “La signora Meraviglia”»

Saba Anglana presenterà alla Classense il suo romanzo di esordio, edito da Sellerio e finalista al premio Strega 2025

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«Un uomo insegue una giovane, poco più di una bambina, che corre disperata per salvarsi la vita. Lui è somalo, lei etiope, si chiama Abebech, e verrà abbandonata in Somalia con una figlia e un vuoto incolmabile dentro di sé. Molti decenni dopo, nel 2015 a Roma, Dighei è una signora etiope dal carattere ribelle. Ha bisogno di prendere la cittadinanza, il governo ha imposto nuove regole per gli stranieri, anche per chi è in Italia da quarant’anni insieme al resto della famiglia. La nipote Saba aiuta la zia a muoversi nella burocrazia di una città faticosa e contraddittoria. Tra memoir e saga familiare, La signora Meraviglia segna un debutto letterario di grande successo per la scrittrice Saba Anglana: edito da Sellerio e finalista al premio Strega 2025, il racconto vede l’artista italiana dalle origini somalo-etiopi confrontarsi con destrezza con la lettura, definita dalla performer e cantante «la forma espressiva necessaria a vidimare ogni percorso artistico». Giovedì 2 aprile, Anglana presenterà il suo romanzo nella sala Muratori della biblioteca Classense, nell’ambito del primo appuntamento di “Scritture di Frontiera”, in dialogo con lo scrittore ravennate Matteo Cavezzali.

La sua carriera artistica nasce nella musica, quando ha sentito il bisogno di raccontare una storia con un altro linguaggio, quello della scrittura?
«Sono ibrida per vocazione, mescolare diverse arti mi viene naturale. Credo che le varie forme espressive siano come i colori di una tavolozza, voglio usarli tutti per esprimere al meglio la mia visione del mondo. Credo che la scrittura sia la sintesi tra razionalità e emotività: da una parte sei un architetto che costruisce capitoli e strutture, dall’altra un musicista che si lascia trascinare dal ritmo e dalla suggestione della parola. Credo che la maturazione di un performer o un arista non possa esimersi dal passare attraverso la scrittura».

Il suo debutto letterario l’ha subito portata tra i finalisti del Premio Strega. Come ha vissuto questo successo? Ha in programma di continuare a scrivere in futuro?
«Assolutamente sì, anzi, sto già lavorando a qualcosa di nuovo. In questo momento la scrittura mi è particolarmente congeniale: è come se stessimo intrecciando un rapporto simbiotico, nutrendoci l’una dell’altra. La candidatura allo Strega ha in un certo senso legittimato la mia posizione di artista italiana in Italia: ho maneggiato diverse lingue, parlato di frontiere e valicato confini, e la geografia ha sempre fatto parte del mio lavoro. Scrivere in italiano ed esordire in uno dei più importanti premi del Paese è stato come ottenere un passaporto simbolico, una conferma arrivata dai massimi esponenti della letteratura nazionale. Tuttavia, anche se tutto questo non fosse accaduto, sarei andata avanti comunque: un artista non si misura dai risultati, ma dalla maturità delle sue opere».

Il romanzo intreccia e sovrappone due storie, quella della bisnonna Abebech in Somalia e quella della zia Dighei in Italia, quanto e cosa c’è di vero?
«Tutto. Lo dico con un certo brivido. Ho dovuto condensare in 300 pagine una vicenda complessa, che unisce due continenti e tre paesi. La storia, gli scontri, un albero genealogico vasto e intricato hanno richiesto un grande lavoro di sintesi sul vero. Non ho dovuto inventare nulla per far tornare i conti, ma ho dovuto fare lo sforzo contrario, quasi spirituale:rivivere la mia storia dall’esterno per arrivare a restituirla come se non mi appartenesse. Quando sintetizzi tanta geografia e storia, personale e collettiva, il risultato è un superamento, una guarigione, una soluzione».

Oltre al lavoro di ricerca interiore, una scrittura come questa deve aver richiesto anche un’importante ricerca documentale.
«Dalla Guida d’Italia del 1938, con le geografie dell’“Africa italiana”, alle ricerche negli archivi bibliotecari, fino alle incursioni sul campo. Sono stata in Etiopia per vedere di persona ciò di cui parlo, ho intervistato i miei familiari sulla Somalia, cercato documenti e vecchie fotografie. Volevo che questo libro fosse estremamente denso di informazioni attuali e verificate, per offrire a chiunque lo desideri la possibilità di approfondire».

Seguendo le peripezie di zia Dighei, ci imbattiamo in un labirinto di burocrazia e paradossi, tanto da far diventare la cittadinanza “la Signora Meraviglia”. Qual è la dimensione del problema in Italia?
«Senza scomodare l’iter per la cittadinanza, basta pensare a quando riceviamo una multa o ci troviamo a seguire qualsiasi procedimento burocratico: anche chi è italiano, con documenti in regola, si trova spesso intrappolato in un circolo vizioso e paradossale. Sembra un meccanismo pensato per farci perdere tempo e creare una sorta di dipendenza dal sistema. Se gli italiani stessi incontrano difficoltà, pensiamo a chi è straniero e ha bisogno di documenti per lavorare, viaggiare, votare o accedere alla sanità: è diabolico. Seppur italiana dalla nascita, ho vissuto tutto questo in prima persona, accompagnando una parente nella “selva oscura” della burocrazia e vedendo con i miei occhi dinamiche squilibrate per chi non dispone di strumenti economici adeguati o non conosce le leggi necessarie per districarsi. Questo apparato, molto complesso, diventa un grande deterrente politico. Molti stranieri sono scoraggiati. Nel libro ripeto spesso “se mia zia non avesse avuto me?” chi è solo, infatti, mi dice spesso che non vede l’ora di lasciare l’Italia».

Nel libro, a contrasto di una realtà grigia di burocrazia e documenti c’è una forte componente spirituale. Perché questa scelta?
«La spiritualità dei luoghi che racconto fa da contrappasso alla decadenza della razionalità, ai problemi legati alle dinamiche di città, al cemento che falcia alberi e pinete. Dalla religione alle tradizioni popolari del Sud del mondo, fino alla psicomagia, credo che la spiritualità possa essere uno strumento molto forte per affrontare una società così smaccatamente materialista. Coltivare la propria parte spirituale non aiuta a sopportare il presente, ma a trasformarlo».

Quant’è importante per le persone migranti o per chi nasce in Italia da genitori stranieri mantenere questa identità multipla che emerge dal libro?
«Non si può codificare, dipende da ciascun individuo. Per me, un background variegato e così ricco da modo di avere molti più strumenti, come una lente amplificata per interpretare il mondo. Una geografia aumentata, la pluralità di voci nei ricordi di infanzia sono ricchezze oggettive: per me sono un vanto, una bellissima criniera. Ma per qualcuno potrebbero essere una complicazione, perché molti non sono in grado di reggere la complessità umana».

Entrare in contatto con queste storie può aiutare a combattere il razzismo?
«Non mi piace dare spazio alla parola razzismo, perché è la semplificazione di tematiche più complesse: aspetti di carattere economico, paure… Guardando all’Italia, credo che la maggior parte delle persone che vede lo straniero come una minaccia non si possa definire “razzista” nel senso assoluto del termine. Il problema nasce dalla convinzione che ci sia una divisione tra “loro” e “noi” e dalla mancata consapevolezza che questa linea di separazione può spostarsi col tempo. L’abbiamo visto con la pandemia: alcune manovre hanno portato ad escludere una parte della società in base alle proprie scelte, e non al colore della pelle, privando di fatto alcuni italiani di diritti di cui avevano sempre goduto. Improvvisamente sei tu quello escluso. La storia che racconto nel mio libro vuole mostrare come un documento abbia il potere di metterti dentro o fuori da un recinto, nella speranza di fare empatizzare il lettore con chi vive la sua intera vita in bilico sul confine. Non bisogna combattere il razzismo come forma astratta, ma potenziare empatia verso chi vive storie che potresti vivere anche tu. Non esiste un “noi” e un “loro”: la popolazione mondiale dovrebbe liberarsi dal giogo di chi usa la burocrazia come strumento di esclusione».

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