Dalla regressione della specie all’umanoide, a cura di Serena Simoni, è la quinta e ultima mostra (dopo Bagnacavallo, Forlì, Santa Sofia e Bologna) del ciclo Mattia Moreni. Dalla formazione a L’ultimo sussulto prima della grande mutazione, a cura di Claudio Spadoni, la più ampia antologica mai realizzata, per celebrare il profondo legame dell’artista con la Romagna. Al Museo d’Arte della città di Ravenna, la mostra si presenta come un viaggio disturbante e, proprio per questo, necessario dentro
l’ultima stagione creativa di Mattia Moreni (1920-1999). Le 33 opere esposte, realizzate tra il 1984 e il 1998, non offrono alcun rifugio estetico, sono piuttosto un campo di tensione, un linguaggio che si decompone mentre prova a raccontare la mutazione – fisica, tecnologica e mentale – dell’essere umano. Moreni, figura appartata ma centrale nel secondo Novecento italiano, sembra qui abbandonare definitivamente ogni residuo di armonia per inoltrarsi in un territorio dove il corpo si fa segno, il segno si fa parola e la parola implode. Il titolo della mostra è già una dichiarazione programmatica: dalla “regressione della specie” si arriva all’“umanoide”, cioè a una forma altra, forse post-umana, sicuramente disorientante. Le opere parlano, letteralmente. I titoli, lunghi, ossessivi, ironici e a tratti deliranti, non sono semplici didascalie ma parte integrante del lavoro. Il pesce di celluloide feroce del bambino buono, regressito è un esempio emblematico, una frase che sembra uscita da un sogno lisergico, dove innocenza e violenza convivono senza soluzione. La pittura che accompagna questo titolo non chiarisce, anzi complica ulteriormente, con forme organiche, quasi viscere, che si intrecciano con segni grafici che ricordano circuiti o protesi. Moreni sembra suggerire che la regressione non sia un ritorno a uno stato originario, ma una caduta in un caos in cui naturale e artificiale si confondono. Questo tema emerge con forza anche in L’umanoide tutto computer via internet, opera che, pur risalendo agli anni Novanta, appare sorprendentemente profetica. Qui il corpo umano è ridotto a un groviglio di connessioni, una rete più che una presenza. Non c’è più distinzione tra carne e tecnologia, l’identità si disperde, si digitalizza prima ancora che il digitale diventi pervasivo come oggi. L’ironia, però, è una componente fondamentale di questo universo. Un’ironia corrosiva, che non alleggerisce ma accentua lo straniamento. Cosa c’entra Mondrian con il lombrico del cuore sanguinante? Sì, sì c’entra perché non c’entra è un titolo che gioca apertamente con la storia dell’arte, evocando l’ordine geometrico di Mondrian per poi negarlo attraverso l’immagine di un lombrico, simbolo di una vitalità bassa, terrigna, quasi repellente. Moreni sembra dirci che ogni tentativo di ordine è destinato a fallire, travolto da una materia che sfugge a qualsiasi schema. In altre opere il linguaggio si fa ancora più crudo. L’ultimo grande coltello e L’ultima siringa per l’ultima grande siringata evocano un immaginario di violenza e dipendenza, dove il corpo è oggetto di intervento, di taglio, di iniezione. Non c’è più un soggetto che agisce, ma un organismo che subisce, trasformato da forze esterne che possono essere lette tanto in chiave sociale quanto esistenziale. E poi ci sono lavori come Progetto di scarpa a guaina con suola in materiale duro, sollevata al centro…, dove il linguaggio tecnico si mescola a una visione quasi surreale. Qui l’artista pavese sembra anticipare una dimensione progettuale che non riguarda più solo l’arte, ma il corpo stesso, un corpo da ripensare, da modificare, da “indossare” diversamente. È un’idea che risuona con molte riflessioni contemporanee sul post-umano e sulla trasformazione dell’identità. La mostra ravennate ha il merito di restituire coerenza a questa fase estrema della produzione di Moreni, spesso considerata difficile o marginale. In realtà, è proprio qui che l’artista spinge fino in fondo la sua ricerca, portando alle estreme conseguenze una riflessione iniziata decenni prima. La pittura diventa scrittura, la scrittura diventa corpo, e il corpo si dissolve in un flusso continuo di segni e significati. Visitare Dalla regressione della specie all’umanoide non è un’esperienza rassicurante. È, piuttosto, un confronto diretto con una visione che mette in crisi le nostre categorie, il nostro modo di vedere e di nominare il mondo. Ma è proprio in questa crisi che risiede la forza di Moreni: nella capacità di anticipare, con linguaggi spiazzanti e radicali, le inquietudini di un presente che oggi riconosciamo fin troppo bene. A questa tensione già estrema si aggiunge, sia nelle prime che nelle ultime sale, una dimensione quasi teatrale, dove il frammento narrativo irrompe con ancora maggiore evidenza. Titoli come Era vestita da sera ma con la mutanda così così… introducono una scena ambigua, sospesa tra erotismo e disagio, tra quotidianità e deformazione grottesca. Moreni sembra costruire piccoli racconti interrotti, dove l’immagine non illustra ma tradisce il testo, spingendolo verso un territorio di instabilità continua. Ancora più radicale – ma lo scarto è comunque di 14 anni – è La mutazione si abbatte sul tavolo sconosciuto…, che suona come una sentenza improvvisa, quasi apocalittica. Il “tavolo” – oggetto domestico per eccellenza – diventa il luogo di un evento inspiegabile, una trasformazione che irrompe senza preavviso nella normalità. Qui la pittura si fa più aggressiva, stratificata, come se la superficie stessa fosse attraversata da una forza che la altera. In quest’opera finale Moreni sembra non cercare più risposte, ma solo intensificare la domanda: cosa resta dell’umano quando tutto, linguaggio compreso, è in mutazione?
“Dalla regressione della specie all’umanoide”. Fino al 3 maggio Orario: dal martedì al sabato 9-18; domenica e festivi 10-19
Al museo due incontri di approfondimento
Il Mar dedica due appuntamenti di approfondimento al pensiero di Mattia Moreni, nell’ambito della mostra recensita qui sopra. Martedì 14 aprile, dalle 16 alle 18, si tiene l’incontro “Niente è veramente” e mutazione genetica. Moreni visionario, a cura di Giovanni Barberini. A cinquant’anni dal primo monologo L’ignoranza fluida, l’intervento propone una rilettura dell’opera di Moreni, mettendone in luce la capacità di interpretare e anticipare le trasformazioni del mondo contemporaneo. Il ciclo di approfondimenti prosegue mercoledì 15 aprile, sempre dalle ore 16 alle 18, con l’intervento di Claudio Spadoni, che offrirà una lettura critica storico-artistica dell’opera di Moreni.



