lunedì
13 Aprile 2026
statistiche

Calano le startup e le imprese giovanili. «Vanno favorite anche per ripopolare il centro storico»

Una ricerca dello studio ravennate Giaccardi & Associati

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La provincia di Ravenna ha un tasso povero e decrescente di startup, aziende attive e giovani imprenditori. È quanto emerge da una ricerca dello studio ravennate Giaccardi & Associati, che si occupa di consulenze e analisi per lo sviluppo locale di imprese e territori.

Le startup censite in provincia sono 54, di cui solo 8 hanno un amministratore sotto i 35 anni, sul totale di 888 in Emilia-Romagna. Nel 2021 ce n’erano 77. Dopo Ferrara e Piacenza, che contano rispettivamente 39 e 49 startup, quella di Ravenna è la provincia col numero inferiore in regione. Sono poco di più a Forlì-Cesena (59) e Rimini (87), mentre il record è a Bologna con 274.

«Il numero di startup è un fattore che prendiamo sempre in considerazione nelle nostre analisi per verificare il livello di innovazione di un territorio – spiega Giuseppe Giaccardi –. In provincia di Ravenna è molto basso, ma il discorso vale per tutta la regione». Le startup dell’Emilia-Romagna rappresentano infatti appena il 7,5% del totale nazionale di 11.788.

Due terzi delle startup ravennati operano nei settori considerati innovativi (tra cui tecnologia, informatica ed energia), un terzo rientra nei comparti economici convenzionali. La maggiore concentrazione è a Faenza con 20 startup, seguita da Ravenna con 17, Lugo con 5 e Cervia con 4. Le restanti hanno sede a Castel Bolognese (3), Bagnacavallo (2), Brisighella, Fusignano e Massa Lombarda (una ciascuna). 25 startup hanno un capitale compreso tra 5mila e 10mila euro, 16 sono tra 10mila e 50mila euro. Solo cinque sono sotto la soglia dei 5mila, mentre sette superano i 50mila. Per quanto riguarda la classe di produzione, 27 startup sono nella fascia inferiore a 100mila euro, altre 9 la superano e 18 non la dichiarano. Il loro giro d’affari totale stimato dallo studio Giaccardi & Associati è di 7,4 milioni di euro.

Un altro campanello d’allarme riguarda il calo delle imprese attive. Nel 2010 a Ravenna erano 37.808, lo scorso anno ne sono rimaste 32.159. Significa che negli ultimi quindici anni sono andate perse oltre 5.600 aziende, pari al 15% del totale. Un’emorragia molto simile riguarda Forlì-Cesena (-5.266 aziende, pari al 13%), mentre Rimini se la cava meglio con un ammanco di 1.188 imprese (-3%). In controtendenza è il tasso di occupazione giovanile: nel 2018 lavorava il 47,5% dei ravennati tra i 18 e i 35 anni, oggi sono il 52,1%. Aumenta in generale anche la popolazione giovane: nel 2010 i ravennati tra i 15 e i 34 anni erano 74.898, nel 2025 sono oltre duemila unità in più. In netta crescita anche il Pil, che in provincia è passato da 11,9 a 14,7 miliardi di euro (+23,7%).

Il problema, dunque, non è tanto dell’economia locale in generale bensì del suo tasso di innovazione. «Questo dipende dalle politiche sugli incentivi alle startup, che finora non sono state particolarmente virtuose sul territorio», commenta Giaccardi. «L’Emilia-Romagna ha un tasso di mortalità delle imprese innovative superiore all’80%, contro la media Ue sotto al 70%». Secondo il consulente, nel capoluogo bizantino si potrebbero legare le politiche economiche per i giovani imprenditori con quelle per il rilancio del centro storico: «Si parla tanto di rigenerazione urbana e commercio di prossimità, ma ci ritroviamo con un terzo delle vetrine abbandonate in centro. Per riempirle si possono rendere protagonisti i 18-35enni come si fece a Berlino dopo la caduta del muro, affidando gli spazi vuoti ai progetti dei giovani, in modo da ripopolare interi quartieri e stimolare la creatività». Giaccardi pensa ad alcuni settori specifici come «l’artigianato di nicchia, la moda, l’arredamento e il design, che non sono favoriti né trovano spazi per esprimersi». Per farlo, la proposta è che «il Comune abbatta la tassazione ai proprietari dei negozi che affittano agli under 35». L’alternativa, conclude il consulente, «è che il centro storico si riempia solo di bar e ristoranti, diventando un mangimificio divorato dal turismo mordi-e-fuggi che distrugge i territori».

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