Per l’occasione dell’ennesima recensione dedicata a uno dei luoghi della ristorazione ravennate, abbiamo scelto di rifocillarci alla Cucina del Condomino, all’angolo fra via Oberdan e viale Baracca, per l’appunto, al piano terra di un condominio del quartiere cittadino. Ci siamo accomodati all’ora di pranzo: mi accompagnavano, in un giorno qualsiasi infrasettimanale, due giovani della cosiddetta Generazione Z – poco o per nulla frequentatori del ristorante in questione – non proprio abituati a “mettere i piedi sotto un tavolo” a fine mattinata. Se per un anziano romagnolo come me resta un indispensabile rituale mangereccio, la pausa pranzo per loro è solitamente un episodio secondario o eludibile, spesso solitario, rispetto ai ritmi stringenti del lavoro. Un segno dei tempi del famelico post-capitalismo che nell’esasperazione della velocità ha depistato le vecchie routine dell’alimentazione e quaresimato il “tempo libero del desco” riducendolo al consumo di un’insalata, un tramezzino, uno snack salutista. Così, nella nostra buona mangiata ben servita, abbiamo anche recuperato un po’ di convivialità fuori norma e fra generazioni diverse, senza smartphone e laptop a distrarci dalle nostre papille e da amabili conversazioni.

Dietro questa impresa gastronomica legata al recupero e rivisitazione dei sapori domestici locali c’è Matteo Salbaroli, uno chef-imprenditore, certamente fra i più intraprendenti e dinamici della città. Già titolare e cuoco del ristorante di pesce “L’Acciuga”, nel giro di un decennio, ha fondato a Ravenna anche il “Laboratorio 81” (negozio di pasta fresca e piatti pronti) in via Faentina, recuperato come “Trattoria Minghina” il ristorante dello storico Hotel Classicano di Madonna dell’Albero, e rilanciato recentemente la tradizionale Locanda Garibaldi in via Romea. Fra l’altro Matteo è uno dei primi aderenti e “attivisti” a Ravenna dell’associazione “ChefToChef EmiliaRomagnacuochi”, per la promozione della qualità e innovazione della gastronomia regionale, protagonista ai fornelli, con altri colleghi, di eventi conviviali e show cooking, in occasione di manifestazioni pubbliche, culturali, sociali e sportive in città e nel territorio provinciale.
Il locale è piccolo, informale, ma a suo modo caratteristico per citazioni romagnole e da trattoria d’antan (dai “piatti del ricordo” e foto d’epoca appese alle pareti, le suppellettili da cucina vintage, fino ai tavoli e alle sedute “scompagnate”).
I coperti sono limitati ed essendo spesso affollato (soprattutto la sera e nel fine settimana) alla Cucina del Condominio conviene sempre riservare un tavolo in anticipo, data anche la comodità di un efficiente format di prenotazione online.
Il servizio che abbiamo incontrato è stato puntuale e cordiale, impostato su di un menù alla carta di pietanze semplici, in gran parte legate alla “cucina di casa” ravegnana e regionale italiana.
Sette sono le proposte in apertura “da condividere” (dalle frittate alle polpette, dai flan ai salumi di pregio); una ventina i primi piatti fra paste al mattarello (o al torchio), ripiene o variamente condite/servite (in brodo o al ragù, con ortaggi o latticini); sei le pietanze prevalentemente di carne… D’altra parte, come ogni trattoria che si rispetti, sono una decina le proposte del giorno “fuori menù” secondo l’estro dal cuoco (anche sulla base delle materie prime di stagione e disponibili sul mercato), comprese alcune dolcezze fine pasto.

Tornando al merito del nostro pranzo abbiamo ordinato, condiviso e assaggiato: una Frittata alle Erbette; Crostini di pane montanaro con Prosciutto Iberico; Ravioli di Zucca burro e salvia con Formaggio di Fossa e gocce di Saba; Bigoli con Cime di Rapa aop e Salsiccia; Tagliolini Scalogno e Guanciale; Tagliata di manzo con Patate al rosmarino e Insalatina di campo; Bavarese alle nocciole, come dessert. Tutte portate sostanziali nella preparazione e presentazione ma di notevole qualità per esatta cottura e felice misura di consistenze e sapori. Che rievocano l’autenticità della cucina casalinga.
Cibo del genere non può essere solo annacquato, così ho istigato i miei commensali a brindare con un buon vino rosso d’annata. Abbiamo stappato un singolare ed eccellente Sangiovese – Cabernet, “Bron e Ruséval” (2023), della cantina Celli di Bertinoro. A proposito della carta dei vini, l’offerta è contenuta a buone etichette nazionali ma va sottolineata, per chi apprezza l’enologia indigena, la presenza di una pregevole selezione di rossi romagnoli suddivisa per territori di produzione (Brisighella, Serra, Bertinoro, Modigliana, Predappio…).
Arriviamo satolli al conto finale (compresi coperto, acqua e caffé). Paghiamo 136 euri, direi ben spesi, bontà loro. Se volessimo essere sobri e a pranzo accontentarci solo dell’acqua (sottraendo alla spesa l’ottimo vino “riserva”, visto che vale 32 euro) e, inoltre, limitarci a due portate per persona, siamo ben sotto i 30 euri a testa. Poco più che in una pizzeria o un bar con velleità gastronomiche.




