Gli otto medici dell’ospedale di Ravenna indagati per falso ideologico continuato e interruzione di pubblico servizio, perché secondo l’accusa avrebbero rilasciato falsi certificati per impedire il rimpatrio di cittadini extracomunitari, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere stamani, 12 marzo, davanti al giudice per le indagini preliminari del tribunale di Ravenna. Erano gli interrogatori di garanzia dopo la richiesta della procura di un anno di sospensione dal lavoro. Il giudice si è riservato la decisione.
Secondo quanto riporta il Tgr Rai i medici, otto su undici del reparto di Malattie infettive, sono passati da un ingresso secondario, evitando contatti con i cronisti. Gli avvocati degli indagati hanno voluto tener lontana la stampa, dopo aver contestato nei giorni scorsi alcune ricostruzioni dei fatti.
Come noto, i sanitari sono accusati di aver firmato certificati che attestavano la non idoneità all’ingresso nei centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr), strutture di detenzione amministrativa per chi è destinatario di provvedimenti di espulsione. L’indagine prende in considerazione il periodo che va da settembre 2024 a gennaio 2026, in totale 64 extracomunitari: 20 sono stati ritenuti idonei, 10 si sono rifiutati di sottoparsi alla visite e la normativa prevede il ritorno in libertà e 34 sono stati giudicati non idonei, quasi tutti concentrati da settembre 2025 in poi. Le situazione degli otto indagati sono eterogenee: si va da chi ha firmato 11 certificati di non idoneità a chi ne ha firmato uno solo.
L’eventuale sospensione dei medici, come comprensibile, avrebbe ripercussioni sull’intero reparto dell’ospedale dove resterebbero in servizio solo tre colleghi. Nel tentativo di scongiurare questo scenario si è mossa anche l’Ausl Romagna che con una disposizione interna ha stabilito che siano solo i tre non indagati a occuparsi delle visite e dei certificati.
Si apre un nuovo capitolo per l’Eco-quartiere San Rocco: l’area faentina tra via Ravegnana, via Frontali e via Donizetti al centro di un progetto di riqualifica mai andato in porto e rimasta per anni in una situazione di stallo cerca ora nuovi investitori.
Presentato nel 2008 come “il primo eco-quartiere italiano”, il piano prevedeva 390 alloggi pronti per essere abitati tra il 2009 e il 2011, con un’idea innovativa: piazze collegate da percorsi pedonali, spazi di incontro, aree gioco e alimentazione a energia solare. L’opera però non ha mai preso forma: la società appaltatrice, “San Rocco Case” di Vibo Valentia, ha realizzato soltanto un piccolo stralcio di quattro unità residenziali, di cui gli inquilini hanno poi denunciato la pessima qualità abitativa tra infiltrazioni e problemi di natura strutturale. Il resto del quartiere giace oggi in stato di degrado, tra monconi di cemento e reti divelte.
Nel 2017 la prefettura di Vibo Valentia ha notificato un’interdittiva antimafia alla società consortile “San Rocco Faenza Case”, costituita nel 2007 proprio per la costruzione del quartiere. L’interdittiva è stata poi annullata dal Tar, ma riaperta nel 2020 dal Consiglio di Stato. A febbraio 2025 diversi lotti dell’area sono stati messi all’asta in ambito giudiziario. Oggi, a quasi vent’anni dall’avvio del progetto, parte finalmente una nuova fase di messa in sicurezza dell’area.
Superate le criticità legate all’interdittiva antimafia e grazie alla collaborazione tra la custodia giudiziaria, il comune di Faenza e le forze dell’ordine, già nei giorni scorsi sono stati demoliti due manufatti precari all’interno del cantiere. La demolizione, autorizzato dal giudice dell’esecuzione del tribunale di Ravenna Samuele Labanca, è stata necessaria anche per smantellare le attività illecite che si svolgevano all’interno della struttura, tra bivacchi abusivi e spaccio di stupefacenti.
Il cronoprogramma della bonifica, gestito dal custode giudiziario Marco Minguzzi, prevede ora il completamento dei lavori entro il mese di marzo per scongiurare rischi igienico-sanitari legati al rialzo delle temperature. In queste ore sono in corso le operazioni di pulizia dell’area con la raccolta delle sterpaglie e della vegetazione spontanea cresciuta all’interno del comparto, che verranno successivamente rimosse e smaltite. Parallelamente si sta procedendo anche alla rimozione di materiali abbandonati come rottami metallici, lamiere, materassi e altri rifiuti presenti nell’area.
Nei prossimi giorni proseguiranno gli interventi di bonifica con l’aspirazione delle acque stagnanti presenti nelle fondazioni, operazione necessaria per ripristinare condizioni igienico-sanitarie adeguate e prevenire ulteriori criticità.
A seguire è previsto il ripristino delle recinzioni e l’installazione di nuove reti di protezione corredate da cartellonistica per impedire l’accesso non autorizzato all’area. È inoltre in fase di definizione l’affidamento delle operazioni di raccolta e smaltimento dei rifiuti di minori dimensioni, tra cui plastiche e altri materiali dispersi nel comparto.
Parallelamente alla messa in sicurezza, il 16 marzo si terrà l’asta per il lotto di terreno edificabile in questione (identificato col n. 73) di proprietà della San Rocco Faenza Case, un passaggio fondamentale per l’individuazione di eventuali nuovi investitori capaci di completare lo sviluppo urbanistico del quartiere. Per quanto riguarda le porzioni di terreno di proprietà del comune di Faenza invece, sono state convertite in aree verdi, confermando la volontà di valorizzare il comparto in un equilibrio tra nuove costruzioni e spazi pubblici.
«Nulla sembra essere cambiato davvero dall’inizio della guerra: i bombardamenti continuano, le comunicazioni sono ancora interrotte e il regime islamico minaccia chiunque provi a protestare. Non solo in Iran, ma anche all’estero. Hanno detto che ci troveranno e ci uccideranno».
Una ragazza della comunità iraniano-ravennate racconta la sua quotidianità dall’avvio dell’operazione “Furia Epica”, l’escalation militare statunitense e israeliana nel Golfo che lo scorso 28 febbraio ha portato alla morte della guida suprema dell’Iran Ali Khamenei. «Non sento la mia famiglia dall’inizio dei bombardamenti – continua la giovane, che per motivi di sicurezza chiede di restare anonima -. Ho ricevuto un messaggio da mio fratello nella mattinata del 28. Diceva solo “lui non c’è più”. Da quel momento però non sono più riuscita a mettermi in contatto con nessuno».
L’ayatollah Khamenei era al vertice del regime integralista islamico che da quasi 48 anni governa il Paese, senza incarnare però le volontà di tutta la popolazione. A seguito della sua uccisione infatti, molte comunità di iraniani all’estero sono scese in piazza per festeggiare, e quella ravennate non ha fatto eccezione: «Ci siamo scambiati un paio di messaggi sulle chat della comunità e ci siamo ritrovati la sera stessa in piazza San Francesco per cantare e ballare avvolti dalla nostra bandiera – continua la portavoce -. È stato un momento storico per noi, ma a chi è rimasto in Iran non è concesso celebrarlo: abbiamo visto video dei pasdaran che sparano a chi prova a manifestare. A Ravenna abbiamo festeggiato anche per chi ancora non può farlo».
Gli iraniani sono tornati nuovamente in piazza domenica 8 marzo, per manifestare a sostegno dei connazionali e per la libertà del Paese. Durante il presidio in piazza del Popolo, alle bandiere con sole e leone si sono affiancate le stelle e strisce statunitensi: «Avremmo portato anche la bandiera israeliana, ma abbiamo avuto paura per la nostra sicurezza», spiega la giovane.
Negli scorsi giorni infatti, in più di un’occasione un gruppo di manifestanti iraniani sarebbe stato minacciato nel Riminese da alcuni pakistani musulmani, con denunce depositate in questura. «Non vogliamo essere fraintesi: anche per noi è difficile portare in piazza queste bandiere. A nessuno piacciono le guerre e sappiamo che l’aiuto da parte di Usa e Israele non è rivolto al nostro popolo, ma mosso da vantaggi e interessi personali – continua la ragazza -. Ma la nostra gente è in strada a mani nude e continua a venire uccisa da un governo terrorista che ha già spento oltre 40mila vite. Loro stanno uccidendo chi ci uccide, e se abbiamo un’occasione per ritrovare la libertà non possiamo permetterci di farcela scappare».
Attualmente, a preoccupare di più sono le evoluzioni degli scontri attese nei prossimi giorni e la sicurezza di civili e familiari: «La situazione per chi vive in Iran è molto rischiosa, ma molti non vogliono lasciare il Paese. Anche per questo non ci sono molte richieste di asilo da parte degli iraniani: vogliono restare e liberarsi del regime islamico il prima possibile. Dalle poche informazioni che abbiamo, crediamo che la maggior parte delle nostre famiglie sia ancora chiusa in casa, relativamente al sicuro. Le preoccupazioni più grandi sono per gli amici e i parenti che vivono a Teheran e nelle città più colpite. Almeno per ora, però, gli attacchi sembrano concentrarsi su obiettivi militari e infrastrutture legate al regime».
Per quanto riguarda invece i risvolti politici dell’escalation, la speranza di una parte del popolo iraniano è l’ascesa di Reza Pahlavi (figlio dell’ultimo scià di Persia), indicato come una possibile guida per la fase di transizione verso la democrazia. A seguito dell’uccisione di Ali Khamenei, però, a succedergli formalmente è stato il figlio Mojtaba, attualmente nascosto per sfuggire alla caccia delle forze israelo-statunitensi: «Come si può eleggere come guida qualcuno che non ha mai parlato in pubblico? Qualcuno che si nasconde dai nemici e dal popolo? Noi non lo riconosciamo – condanna la portavoce -. In tanti anni Mojtaba non è mai stato una figura di interesse. È stato scelto solo perché tutti gli altri sono stati uccisi, ma presto lo troveranno, e lui sarà il prossimo».
Resta accesa la speranza per quello che potrebbe essere il nuovo capitolo della storia dell’Iran al termine degli scontri: «Questi eventi segnano un passaggio decisivo, ma il prezzo umano è stato altissimo. Per quasi 50 anni abbiamo vissuto sotto un sistema che limita le libertà fondamentali – conclude la giovane iraniana -. Per la prima volta, sembra concreta la possibilità di una trasformazione interna guidata dal popolo. Speriamo non venga interrotta da eventuali sviluppi politici o diplomatici. Chiediamo un cambiamento che assicuri protezione ai civili, ponendo fine alla violenza contro i manifestanti e aprendo finalmente una nuova stagione di libertà e responsabilità politica. Non una vittoria di parte, ma l’inizio di un Iran libero, riconciliato con i propri cittadini e con la comunità internazionale».
Il Mercato Coperto di piazza Costa è ora dotato di un defibrillatore accessibile a tutti: l’apparecchiatura salvavita è stata donata dall’associazione “Donatori senza valigia” ed è stata inaugurata oggi, 12 marzo, in occasione della Giornata mondiale dei diritti dei consumatori.
«La nostra associazione è impegnata da tempo nella diffusione dei defibrillatori sul territorio – spiega Maura Baioni, presidente di Donatori senza valigia –. Negli anni abbiamo donato questi dispositivi anche alla Prefettura e a diversi centri sportivi, perché crediamo che la presenza capillare di strumenti salvavita possa fare la differenza nei momenti di emergenza». Secondo Beatrice Bassi, amministratrice delegata del Consorzio Mercato Coperto, il nuovo strumento rappresenta «un impegno concreto per la sicurezza dei dipendenti, dei clienti e dei turisti che visitano la città. Un elemento in più che testimonia il nostro senso di responsabilità sociale verso la collettività».
Merce surgelata non conforme alle normative e prodotti privi di etichetta italiana: i controlli congiunti di polizia di Stato, polizia locale, Ausl e Ispettorato del lavoro in alcuni esercizi commerciali del centro cittadino hanno portato alla sospensione dell’attività di un minimarket in zona giardino Speyer, dove sono state riscontrate diverse irregolarità e scarse condizioni di sicurezza. Oltre alla chiusura forzata, l’Ispettorato del Lavoro ha emesso una sanzione amministrativa di a 3.000 euro, mentre i funzionari Ausl hanno disposto il sequestro di circa 86 chili di prodotti alimentari surgelati, tra carne e pesce, con una sanzione amministrativa di 1.500 euro.
Il personale della polizia locale ha infine sequestrato 25 confezioni non correttamente etichettate, elevando una sanzione amministrativa di 2.000 euro.
Successivamente è stato effettuato un controllo anche all’interno un’attività di barberia cittadina. Nel corso dell’ispezione sono state impartite alcune prescrizioni tecniche per l’adeguamento dell’attività alle normative di settore; ma non sono state elevate sanzioni amministrative.
Queste attività di controllo si inseriscono nell’ambito dei servizi coordinati di vigilanza economico-amministrativa coordinati dalla questura di Ravenna, con l’obiettivo di garantire il rispetto delle normative vigenti, la tutela della salute pubblica e condizioni di lavoro sicure e regolari. Anche nei prossimi giorni proseguiranno analoghi servizi di verifica su tutto il territorio provinciale.
La prima risposta dell’Iran all’attacco di Stati Uniti e Israele, eseguita con il lancio di droni contro basi americane in Medioriente, ha alzato la preoccupazione anche in altri Paesi del golfo Persico e reso più complicato viaggiare per la cancellazione di diversi voli. Tra queste due condizioni è rimasta incastrata una 40enne ravennate residente a Dubai con il marito. Il 28 febbraio scorso la coppia, con una figlia piccola, è partita per una vacanza alle Maldive. Mentre l’aereo raggiungeva le spiagge nell’oceano Indiano, cominciava l’operazione Furia Epica. La conseguente controffensiva iraniana ha portato almeno tre esplosioni a Dubai, con alcuni feriti, probabilmente causate da frammenti di missili o droni fatti esplodere in aria dalla difesa emiratina.
Risultato: il volo di rientro dalle Maldive previsto per il 5 marzo è stato cancellato. «A quel punto ci è sembrato più sicuro cercare di spostarci in Italia – racconta Rosanna (nome di fantasia) – dove saremmo comunque dovuti andare alla fine di marzo». Il rischio di un ritorno a Dubai era poi di restare bloccati lì: «Amici e conoscenti ci hanno detto che è difficile prendere un volo, c’è poca chiarezza. Ci sono cancellazioni all’ultimo minuto oppure si arriva in aeroporto e il volo non è sui tabelloni, ma in realtà parte». C’è chi ha provato ad aggirare l’ostacolo: «Sappiamo di persone che sono andate in auto in Oman, con un viaggio di 4-5 ore, per prendere un aereo da Mascate. Ma il passaggio della frontiera non è stato semplice».
Dalle Maldive, però, non c’è stato modo di trovare voli di linea verso l’Europa a costi accettabili e durate compatibili con le esigenza di una bambina: «Un’agenzia di viaggi ha trovato come unica soluzione un volo a 18mila euro con una compagnia di viaggi di lusso, la Turkish Airlines aveva una soluzione con 33 ore di viaggio e varie coincidenze con il rischio che in ognuna di queste saremmo potuti rimanere bloccati in un aeroporto per ulteriori cancellazioni». Una soluzione è sembrata essere a Malè, città madiviana: «Avevamo trovato un volo della compagnia Neos diretto verso Milano, realizzato anche con l’interessamento della Farnesina, ma in 5 minuti tutti i biglietti sono andati esauriti e non abbiamo fatto in tempo».
La famiglia non ha potuto fare altro che prolungare la permanenza sull’isola in cerca di un modo per andarsene. La soluzione per raggiungere l’Europa ora passa dalla Thailandia: «Il 9 marzo abbiamo preso un volo per Bangkok (dove Rosanna risponde alla nostra telefonata, ndr) da dove dovremmo partire il 17 marzo facendo scalo a Hong Kong e Istanbul e arrivare a Bologna dopo 22 ore. Biglietti da duemila euro a testa. Speriamo non ci siano intoppi e se dovessimo trovare un volo prima di quella giornata cercheremo di anticipare».
La scelta di non rientrare a Dubai è stata presa anche se i contatti nell’emirato hanno rassicurato la coppia: «Gli episodi di cui si è parlato ci sono stati e hanno creato preoccupazione, come è normale. La prima notte molti si sono rifugiati nei parcheggi sotterranei dei palazzi. Ma da quello che ci raccontano amici e conoscenti la situazione sembra tranquilla. Le attività sono aperte e c’è gente che continua la propria vita, magari senza allontanarsi troppo da casa perché durante il giorno arrivano allarmi sui cellulari che segnalano il pericolo per mettersi al riparo». Una condizione non sempre facile per le architetture futuristiche della città: «Consigliano di stare lontani dalle finestre, ma quasi tutti gli edifici hanno vetrate enormi. A casa nostra solo il bagno e il corridoio sono distanti dalle vetrate, ma essendo al terzo piano il rischio sarebbe minore rispetto a chi vive più in alto».
Un dettaglio raccontato dalla 44enne, però, torna utile per avere una comprensione migliore dei tanti video condivisi sui social da influencer e imprenditori stanziati a Dubai: «Le autorità hanno inviato messaggi sul telefono degli abitanti, anche a me che ero alle Maldive, ricordando che la condivisione sui social di foto o informazioni non attendibili può compromettere la sicurezza nazionale e comportare azioni legali. È stato così anche con l’alluvione di aprile 2024. In un Paese dove l’influencer è una professione ufficiale che richiede una licenza, è più facile che siano individuati casi di questo tipo. Mi è capitato di vedere video sui social che poi sono spariti».
La sostenibilità è ormai la sfida per ogni settore economico. Lo è in maniera ancora più marcata per il mondo della moda che deve fare i conti con la nuova strategia tessile introdotta dall’Unione europea che intende ridefinirne gli asset secondo standard ambiziosi: materie prime certificate, riuso e riciclo potenziato, progettazione sostenibile (ecodesign), gestione dei rifiuti attenta e responsabile, filiera trasparente. Cna Federmoda della provincia di Ravenna e Slow Food Ravenna organizzano un seminario divulgativo: esperti del settore, con varie competenze, saranno i relatori di un incontro aperto al pubblico in programma il 13 marzo alle 17.30 nella sede dell’associazione (viale Randi 90). Il focus è la sostenibilità della moda, dal valore della manifattura artigiana agli impatti del fast fashion, verso un modello di produzione e di consumo più consapevole, una sorta di alleanza tra imprese virtuose e consumatori.
L’evento promosso da Cna, quindi, proverà a contestualizzare la situazione attuale: «Cerchiamo di informare i nostri associati – spiega Claudia Bellini, 38 enne imprenditrice del settore e presidente provinciale di Federmoda –. Teniamo alta l’attenzione sul tema e diamo la parola a chi ha già messo in atto strategie di cambiamento». Bellini farà i saluti di apertura dell’incontro per lasciare poi la parola ai relatori: Elisa Tosi Brandi (professoressa associata al dipartimento di Beni Culturali a Ravenna dove insegna, tra i vari corsi, “Storia e patrimonio culturale della moda”), Sergio Baroni (esperto nella gestione dei rifiuti), Maria Silvia Pazzi (fondatrice di Regenesi e Regenstech) e Dario Casalini (fondatore di Slow Fiber).
Tra le declinazioni della normativa madre voluta dall’Ue, che troveranno applicazione a breve, un tema dibattuto è il passaporto digitale di prodotto. Il cosiddetto Dpp (dall’inglese digital product passport) riguarderà anche altri settori dell’economia, non solo la moda, ma solo per le merci vendute in Ue e dovrà contenere tutte le informazioni sul ciclo di vita del prodotto: la composizione, la sostenibilità, la tracciabilità, le possibilità di riciclo e tanto altro. «Le ultime notizie dicono che il passaporto potrebbe essere obbligatorio da gennaio 2027 – dice Bellini – ma in questo momento le aziende sono un po’ disorientate perché a oggi non ci sono ancora linee guida chiare su cosa succederà e sui requisiti specifici per la conformità». L’ipotesi al momento più probabile è che l’accesso al Dpp avvenga tramite un codice Qr “dinamico” che accompagna gli abiti. «Ma ancora non si sa come sarà da generare, che caratteristiche dovrà avere, se dovremo appoggiarci a qualche piattaforma. E di conseguenza non ci sono previsioni sui costi da sostenere».
L’obiettivo di tutto, almeno nei principi ispiratori, è di rendere il settore più sostenibile. Federmoda cita alcuni dati che giustificano la necessità di un’inversione di rotta: ogni anno nel mondo vengono prodotti circa 150 miliardi di capi di abbigliamento di cui oltre 40 miliardi vengono distrutti senza mai essere stati indossati. Nel 2024, gli indumenti scartati e gettati a livello globale hanno raggiunto i 120 milioni di tonnellate: l’80 percento è finito nelle discariche o negli inceneritori, solo il 12 percento è stato riutilizzato, e meno dell’uno percento è stato riciclato in nuove fibre tessili. Ogni giorno, poi, arrivano in Europa oltre 12 milioni di pacchi di importazione extra-Ue.
La ricerca della sostenibilità non spaventa Bellini, ma le scelte dell’Ue generano quantomeno delle perplessità: «Ci sono tante aziende, specie quelle artigiane, che da tempo lavorano dando priorità alla tutela ambientale e al rispetto dei principi etici e di sicurezza, ma ora anche queste dovranno sostenere dei costi per dimostrare qualcosa che in gran parte già fanno. Controlli efficaci con sanzioni a chi non rispetta le regole forse sarebbe una condotta meno pesante per le Pmi». Senza dimenticare la competizione impari giocata con le aziende extra europee: «Le regole Ue non impattano su produttori di altre aree del mondo e questo diventa un gap importante nella concorrenza».
Per Bellini il concetto di sostenibilità fa rima, prima di tutto, con durabilità: «Usare materiali di qualità consente a un abito di reggere nel tempo». Lo spreco si riduce anche evitando gli accumuli di magazzino lavorando sul venduto: «Se la boutique finisce la fornitura e ha bisogno di un nuovo capo deve sapere che il produttore può realizzarlo. Un’impresa artigiana in poco tempo riuscirà a realizzare il capo richiesto e a fine stagione non c’è materiale in eccesso».
Tutte accortezze che Bellini mette in atto nella sua azienda, fondata dalla madre Doriana Montalti a Castel Bolognese nel 1974 (dal 1976 associata Cna): «L’attività è partita come contoterzista, cioè svolgendo lavori per altri brand della moda, potendo fare ogni fase della produzione, dal disegno al capo imbustato. E tutt’oggi ancora siamo contoterzisti, per qualcuno ci occupiamo solo di un passaggio della lavorazione, per altri eseguiamo l’intera attività. È un sistema consolidato nella moda. Però un po’ alla volta l’azienda ha anche cominciato a realizzare le sue creazioni. Nel 1987 sono nata io e i miei genitori hanno creato il marchio Claudia B che poi è diventato Clò by Claudia B. Dopo l’istituto d’arte a Faenza sono cresciuta in azienda, all’inizio affiancando la stilista e occupandomi della scelta dei materiali e dal 2022, dopo la morte di mia madre, seguendo tutte le fasi dell’azienda».
Fare moda da Castel Bolognese, realtà di circa diecimila abitanti, non è facile: «Siamo distanti dai grandi centri e questo a volte penalizza, ma questo è un settore dove spesso le imprese sono piccoli artigiani che fanno cose esclusive. Più attenzione a queste realtà è quello che chiediamo da tempo alle istituzioni».
A luglio 2025 e febbraio 2026 Bellini ha portato la sua linea in Giappone alla fiera “Moda Italia Tokyo” organizzata da Ice, l’agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane per la presentazione delle collezioni primavera-estate 2026 e autunno-inverno 2026-2027. Dalla provincia ravennate erano presenti anche la pelletteria Miviu di Ravenna e il calzaturificio Moda Italia di Bagnacavallo. «La Regione Emilia-Romagna e la Cna regionale hanno fornito un aiuto importante per le imprese con un bando che metteva a disposizione fondi. È stato piacevole scoprire un mercato che apprezza la qualità del prodotto. Lavorare bene e seriamente è nel dna dell’artigiano della moda».
La banca Cassa di Ravenna ha devoluto 40mila euro a favore di Linea Rosa, associazione che si occupa di contrasto alla violenza di genere e aiuto alle donne vittime di abusi. Si tratta dello 0,2 percento una tantum sull’importo totale sottoscritto di obbligazioni con scadenza triennale.
L’obbligazione in devoluzione è una delle attività messe in campo dalla Cassa di Ravenna per il territorio: in cui al risparmiatore viene proposta contemporaneamente una formula di investimento che valorizza il capitale e contemporaneamente rappresenta un sostegno al territorio ed alle sue diverse esigenze. Iniziative simili negli ultimi mesi hanno consentito alla Cassa di Ravenna di consegnare importanti contributi anche allo Ior ed all’Ail.
Il presidente della Cassa di Ravenna Antonio Patuelli e il direttore generale Nicola Sbrizzi hanno consegnato un assegno simbolico stamattina, 12 marzo. All’incontro per la consegna dell’assegno erano presenti anche il vice direttore generale vicario della Cassa di Ravenna Alessandro Spadoni, la presidente di Linea Rosa Alessandra Bagnara, la vice presidente Monica Vodarich, la consigliera Gaia Marani, la direttrice strategica Denise Camorani e il responsabile dell’Area Commerciale della Cassa di Ravenna Matteo Ramilli.
Venerdì 30 gennaio 2026, la Sala Spadolini della Biblioteca Oriani di Ravenna ha ospitato la presentazione del volume Mario Tampieri. Uomo e cooperatore, pubblicato da Longo Editore nel 2025, che raccoglie gli atti della giornata di studio realizzata il 2 marzo 2019 da Federazione delle Cooperative della Provincia di Ravenna, Circolo Cooperatori e Fondazione Casa Oriani. Il libro, curato da Lorenzo Cottignoli e Maria Paola Patuelli, approfondisce la figura di Mario Tampieri, ripercorrendone il profilo umano e l’impegno nel mondo cooperativo. All’incontro, presieduto da Giovanni Monti, presidente del Circolo Cooperatori APS, erano presenti i curatori del volume ed è intervenuto Roberto Balzani, dell’Università di Bologna.
Il libro, dopo un’introduzione di Giancarlo Ciani, Presidente del Circolo dei Cooperatori APS alla data del convegno, ospita l’intervento Andate e ritorni: appunti per la ricostruzione di una “bildung” di Elda Guerra, studiosa di Storia contemporanea, già docente presso l’Università di Bologna. Con rigore metodologico il contributo di Elda ricostruisce la vita di Mario attraverso «quell’indugiare ricorrente sul luogo della sua origine perché tutti quei momenti mi sono sembrati scorci di paesaggio». Una biografia che, a vent’anni, s’intreccia con le aspettative del dopoguerra italiano, «dopo gli anni soffocanti del fascismo», e che verrà scandita dai passaggi del lavoro, della militanza, fino all’entrata nel sindacato. A metà degli anni Cinquanta, Mario diventa responsabile dell’INCA – Istituto nazionale confederale di assistenza nato nel 1945 durante il primo congresso della CGL; nel 1962, assume la responsabilità di vice presidente dell’Associazione delle cooperative di produzione e lavoro della Lega delle cooperative, diventando «uno dei protagonisti del difficile processo di trasformazione tra vecchio e nuovo che caratterizzò la storia locale, in uno stretto intreccio con la dimensione nazionale e internazionale, nel corso degli anni Sessanta e Settanta».
A seguire l’intervento di Alessandro Luparini, direttore della Fondazione della Casa di Oriani di Ravenna e direttore della Biblioteca Oriani, che analizza gli anni cruciali «della ricerca e dell’autonomia» da parte della Federazione delle Cooperative, «[…] un momento di svolta decisivo, destinato a modificare per sempre gli indirizzi della politica cooperativa comunista […]». Nell’ottobre del 1972 Tampieri, a 43 anni, rileva da Mario Verlicchi la presidenza della Lega provinciale delle cooperative, «una scelta nel segno della continuità: la continuità del rinnovamento». Il nuovo modello imprenditoriale di cooperazione che, non senza difficoltà, viene a delinearsi, oltre a diversificarsi, si specializzerà in senso consortile. Nel 1973 al primo congresso provinciale della presidenza Tampieri, «accanto alla condanna del terrorismo neofascista e alle dichiarazioni di solidarietà al popolo vietnamita, il congresso chiamava il movimento cooperativo a battersi per delle riforme di struttura […] l’allargamento della «forma cooperativa e associativa verso i ceti medi della città e delle campagne». Mario riconosce la necessità del superamento delle correnti per un’evoluzione della cooperazione unitaria.
«Il metodo di direzione per correnti, nella pratica, è in gran parte superato e dove sopravvive provoca dei guasti e viene ogni giorno più contestato dalla base sociale», anche se «Della proposta per il superamento delle correnti non si sarebbe trovata che un’eco al IX congresso della Lega Provinciale del 6-8 dicembre 1977».
Il terzo intervento del volume, “Scatti di memoria”. Fotografia e storia nella cooperazione ravennate, a firma di Luigi Tomassini, docente presso la Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali dell’Università di Bologna, è il racconto della nascita, evoluzione, realizzazione di una mostra fotografica, un convegno e pubblicazione di un catalogo di accompagnamento, sulla storia della cooperazione ravennate che Mario, in qualità di Presidente del Circolo dei cooperatori ravennati, promuove in occasione del Centenario della costituzione della Federazione delle Cooperative della Provincia di Ravenna. L’obiettivo è valorizzare «quella che era stata la vera epopea dei cooperatori ravennati: il modo cioè in cui una massa immensa e dispersa di lavoratori poverissimi e privi di ogni potere aveva saputo, attraverso la solidarietà e la cooperazione, giungere e conseguire risultati eccezionali sul piano della dignità e della retribuzione del lavoro, fino al punto di acquistare in proprietà attraverso la cooperazione, nel modo forse più rilevante ed evidente in Italia, larga parte delle terre che prima quegli stessi lavoratori avevano coltivato come braccianti».
L’intervento di Lorenzo Cotignoli, dirigente della Lega delle Cooperative, dal titolo: Mario Tampieri dirigente cooperativo dopo l’esperienza ravennate (1977-1989), racconta dell’esperienza di Mario come presidente della Lega delle Cooperative del Veneto e del ruolo che assumerà di presidente del Consiglio di Amministrazione di AICA – Alleanza Italiana Cooperative Agricole. Anni in cui «il Consorzio si trovò a fronteggiare le grandi cooperative agroalimentari che lo vivevano ormai come una sovrastruttura». Nel 1989 Mario si presenta dimissionario al Consiglio d’Amministrazione: «La situazione che si era determinata fu al centro di un duro confronto all’interno del movimento cooperativo: nelle strutture politico sindacali e fra le componenti che le dirigevano e fra le imprese cooperative associate», fino a giungere al luglio del 1990 e alla delibera di cessazione del Consorzio con proposta ai creditori del concordato stragiudiziale. Le metamorfosi del sistema cooperativo provocheranno in Mario un travaglio personale e morale che lo accompagnerà per il resto dei suoi giorni.
Ai quattro interventi dei relatori, seguono le testimonianze di Elsa Signorino, già assessora alla cultura del Comune di Ravenna e parlamentare, «ragazza di bottega» di Mario «quando lui era Presidente della Lega provinciale delle cooperative Ravenna»; di Sauro Mattarelli, già presidente della “Fondazione Casa di Oriani” di Ravenna, che racconta dei progetti promossi da Mario e realizzati, grazie anche al supporto del comitato scientifico e del consiglio di amministrazione della biblioteca Oriani, di cui facevano parte noti studiosi locali. Tra questi progetti, uno fra tutti, la traduzione italiana dell’opera dell’economista e sociologo svizzero Frierdrich Vöchting, Die Romagna. Eine Studie über Halbpacht und Landarbeiterwesen in Italien, uscito negli anni Venti del ’900, in cui l’autore poneva al centro dell’analisi il rapporto conflittuale tra braccianti agricoli e mezzadri, mettendo in risalto le diverse condizioni dell’agricoltura e della società rurale nelle diverse zone agricole della Romagna. «L’esigenza di una edizione critica in italiano era molto sentita e Mario Tampieri, dopo approfondite considerazioni con il consiglio di amministrazione di Casa Oriani, se ne fece interprete convincendo Pietro Albonetti a cimentarsi in questa opera notevole». Il volume La Romagna. Braccianti e contadini, a cura di Pietro Albonetti, traduzione Pietro Albonetti e Alberto Zambon, verrà pubblicato, dall’Editore Longo, nel 2000, nella collana Contemporanea. Studi e Testi n. 17, con l’apporto del Circolo Cooperatori Ravennati.
L’impegno di Mario di coinvolgere i/le giovani per trasmettere i valori di giustizia sociale viene ribadito nella testimonianza: Mario Tampieri. Un ricordo di Alessandro Bonetti: «In Aica, noi dipendenti più giovani, quelli entrati con lui o subito dopo di lui, lo chiamavamo a sua insaputa e affettuosamente “il babbo”, come fosse in qualche modo un secondo padre.
Vivere con Mario, il racconto di una «quotidianità condivisa, per trentotto anni», è il contributo conclusivo della pubblicazione a firma della sua compagna, Maria Paola Patuelli. Paola descrive, con lucida e appassionata scrittura, cosa significò scegliersi nelle loro vite: «Toccammo con mano quanto – come il pensiero femminista mi avrebbe poi insegnato – il personale è politico». Paola narra con trasporto del «senso di responsabilità che rasentava l’ossessione» con cui Mario ha bilanciato sfera pubblica e sfera privata, delle scelte intraprese e delle loro conseguenze. Sarà anche grazie al buon vivere «nell’autonoma Repubblica» della Casa di Glorie «a conduzione democratica», e al rinnovarsi imperturbabile dello sbocciare delle violette, che la/le storie di Paola e Mario, si consolidano, e diventano Storia.
Il teatro di Mezzano abbandonato in una foto di Alberto Giorgio Cassani
Ho conosciuto Mario in occasione di un incontro promosso dall’Associazione Femminile Maschile Plurale della quale Paola e io facciamo parte. Simpatia reciproca immediata, un’amicizia allegra, stima condivisa: a volte, poche, capita, non c’è un perché, è così, un refolo di buon vivere. Ho un ricordo che merita di essere menzionato. Capitò che Mario mi raccontò la storia del Teatro di Mezzano. Come scrive Elda Guerra: «Ancora un altro progetto lo richiamava a Mezzano negli ultimi anni di vita: era quello di dare una nuova vita al Teatro costruito dalla cooperativa agricola braccianti, entrato in funzione nel 1921 come luogo di incontro e riscatto sociale e culturale». Ne seguì che, un pomeriggio, Paola, Mario, Alberto e io facemmo un sopralluogo a Mezzano, accanto all’argine del Lamone, e constatammo lo stato d’abbandono dell’edificio. Iniziammo a progettare, con euforia, quali azioni intraprendere per far rinascere quell’insieme di mattoni e di tecniche costruttive, che raccontavano una storia da preservare e ne imponevano la salvaguardia e la tutela. Intervistammo passanti, cercando di condividere la nostra passione verso quell’edificio-contenitore di micro e macro storia. In vista dell’eventualità di “Ravenna Capitale Europea della Cultura”, partecipammo con Mario a incontri e presentammo progetti. Nel 2012 scrissi l’articolo Notizie da un “possibile futuro”. Autunno 2016 risorge il Teatro di Mezzano, sul n. 76 di «Trova Casa Premium», in cui simulavo il ripristino del Teatro. Tutto inutile: il Teatro è ancora lì, a tutt’oggi, in completo stato di abbandono.
La storia delle cooperative è, per definizione, una storia dal basso. Studiarla attraverso la lente della microstoria è importante perché se la macro-economia parla di mercati, le micro analisi locali raccontano della vita delle persone che fanno delle scelte rendendo i valori cooperativi tangibili e non astratti. Senza le biografie personali e il racconto delle comunità locali, si perderebbe il senso del legame tra cooperative e territorio. Le memorie personali testimoniano come il modello cooperativo abbia resistito e affrontato crisi economiche e politiche. Parlare di crisi della cooperazione oggi significa analizzare difficoltà d’identità profonda: il conflitto tra la necessità di stare sul mercato (efficienza) e la fedeltà alle origini (mutualità).
Oggi la cooperazione è vissuta come un settore economico tra i tanti, non più come movimento di trasformazione sociale; si rilevano esperienze Cooperative di Comunità che rappresentano modelli emergenti di nuova cooperazione, capaci di coniugare efficienza imprenditoriale e funzione sociale. Esperienze che dimostrano che fare impresa, se ce ne fosse la volontà, oltre a generare valore in termini di profitto, potrebbe/dovrebbe creare coesione sociale e rigenerazione territoriale.
Il cibo non consumato al punto di ristoro Chef Express dell’area di servizio Santerno Ovest sull’autostrada A14 sarà donato alla Caritas di Solarolo che ha sede nella parrocchia Santa Maria Assunta. Il progetto anti-spreco partirà dalla prossima settimana, sviluppato da Chef Express (Gruppo Cremonini) in partnership con Last Minute Market e Gruppo Hera.
Le porzioni alimentari (ad esempio, un panino, una pizzetta, ecc.) non consumate e non scadute, verranno recuperate e donate alla parrocchia a supporto delle attività di assistenza alle persone fragili. Per garantire la massima qualità, Hera, Chef Express e Last Minute Market hanno messo a punto una catena organizzativa e logistica volta a garantire il rispetto di tutte le norme fiscali e igienico-sanitarie (compresa la freschezza e l’integrità del cibo). Gli operatori della Caritas hanno, inoltre, ricevuto indicazioni specifiche per il trasporto e il trattamento corretto degli alimenti, che verranno ritirati direttamente alla cucina Chef Express in giorni e orari prestabiliti.
Il modello organizzativo e logistico che presiede a raccolta e donazione delle porzioni di cibo è stato testato dai tre soggetti promotori nel corso di un progetto pilota svolto fra 2024 e 2025 nelle province di Modena e Bologna, dove, complessivamente, sono state recuperate e donate oltre 14mila porzioni di cibo dal valore di 30.200 euro, con oltre 2 tonnellate di rifiuti evitati. In ragione di tali ottimi risultati il progetto è stato così esteso a regime in altri territori, fra cui, appunto, il comune di Solarolo.
«Grazie al progetto di recupero abbiamo l’opportunità di distribuire le eccedenze alimentari a dieci famiglie in difficoltà, per un totale di 35 persone – spiega Don Tiziano Zoli, responsabile Caritas parrocchiale Santa Maria Assunta –. Ringraziamo sinceramente per l’opportunità e per la preziosa collaborazione, con particolare riconoscenza per l’attenzione costante nel contrastare lo spreco alimentare».
A due mesi dalle elezioni comunali, il Movimento 5 stelle di Cervia perde il suo referente. Il 62enne Davide Grossi, esperto di informatica, ha lasciato l’incarico in rottura con i colleghi di partito: «Resto iscritto al movimento come cittadino, ma non condivido più la linea locale».
Secondo Grossi la sezione locale si è allontanata dai principi e dai valori che lo avevano portato ad aderirvi: «Il Movimento 5 Stelle Cervia è eccessivamente schiacciato sulle posizioni del Partito democratico a livello regionale, perdendo quella funzione di controllo critico e di alternativa che dovrebbe caratterizzare una forza politica autonoma». Alle elezioni del 2024 la lista dei grillini prese il 3 percento in coalizione con il centrosinistra. Nel 2019 i pentastellati corsero da soli (candidato sindaco Pierre Bonaretti) arrivando all’11 percento.
In un post su Facebook, che ha anticipato una nota inviata alla stampa, Grossi sottolinea che nella scelta ha pesato anche il caso Missiroli. Come noto, Cervia va al voto a due anni dall’ultima tornata elettorale per la decadenza del consiglio comunale e della giunta dopo le dimissioni di tutti i consiglieri di maggioranza che hanno sfiduciato il sindaco Mattia Missiroli (Pd) che aveva ritirato le dimissioni presentate perché indagato per presunti maltrattamenti alla moglie. «Ritengo inaccettabile il modo in cui la maggioranza ha gestito la situazione: quando un sindaco, eletto democraticamente dai cittadini, dichiara la propria innocenza e ritira le dimissioni, la risposta della coalizione non può essere la sfiducia attraverso dimissioni in massa dei consiglieri. In uno Stato di diritto, quando sono in gioco la sfera personale e la vita privata di un individuo, la presunzione di innocenza è un principio sacro e inviolabile. La comunità politica avrebbe dovuto attendere l’esito del percorso giudiziario».
Non è escluso che Grossi possa essere coinvolto in qualche modo nelle prossime elezioni: «Continuerò a seguire con attenzione le dinamiche politiche e amministrative della città, con lo stesso spirito civico che ha sempre guidato la mia partecipazione. In vista delle prossime elezioni amministrative, mi riservo di valutare il modo migliore per contribuire al futuro di Cervia, libero da vincoli di appartenenza che non rispecchiano più i miei valori».
Come già noto, in seguito ai fatti di Arezzo, è stata vietata ai tifosi del Ravenna del calcio anche la trasferta a Sassari contro la Torres (calcio d’inizio alle 14.30 di sabato 14 marzo). Una beffa per i sostenitori giallorossi che secondo tutte le ricostruzioni sarebbero stati aggrediti da quelli di casa dell’Arezzo in una sorta di agguato e che ora si ritrovano tutti penalizzati, in particolare alla vigilia di una trasferta per cui era necessario organizzarsi per tempo: in tanti avevano già comprato biglietti di aereo o traghetto e versato le caparre nelle strutture ricettive, sfruttando la partita del Ravenna per trascorrere un weekend in Sardegna. Solidarietà nei loro confronti arriva direttamente dal club, penalizzato anche per il mancato sostegno sul campo dei propri tifosi (come già successo a Livorno nel girone d’andata e lunedì scorso ad Ascoli e come succederà anche il 29 marzo a Gubbio, a meno di clamorosi dietrofront delle autorità competenti).
«La società – si legge in una nota del Ravenna Fc -, pur nel pieno rispetto delle autorità competenti, non può esimersi dal rimarcare il profondo dispiacere nel dovere per l’ennesima volta affrontare una gara decisiva senza il supporto del proprio pubblico, componente fondamentale ed imprescindibile di ogni competizione sportiva. Nel caso specifico, la decisione assume un impatto ancora più rilevante considerando che molti tifosi avevano già da tempo programmato la trasferta sostenendo importanti costi di viaggio, tra voli e traghetti, per poter essere presenti al fianco della squadra. Il Ravenna FC sottolinea che lo sport debba sempre essere vissuto nel rispetto delle regole e dei valori che lo contraddistinguono ma allo stesso modo è necessario che i provvedimenti puniscano puntualmente solo chi queste regole non le rispetta. Per questo motivo – termina la nota stampa – la società si farà portavoce presso le istituzioni calcistiche della necessità di avviare una riflessione condivisa tra i club, affinché si possano individuare soluzioni capaci di affrontare un tema che sta diventando sempre più di rilevanza nazionale».
Nel frattempo, sta per partire una petizione nazionale (con i tifosi del Ravenna che agevoleranno la raccolta firme anche sul territorio) per “un calcio giusto e popolare” in cui si chiede anche la tutela del “diritto di trasferta” e lo “stop a misure ingiuste e spropositate”.