sabato
21 Marzo 2026

La violenza subita dal professore finisce nel suo libro

La chiave che gira nella toppa dello studio del professore, un pomeriggio qualunque di una studentessa universitaria che si trasforma in un incubo. Letizia Venturini ha 25 anni ed è nata a Lugo. Qualche anno fa, la sua vita è cambiata a seguito delle violenze subite dal relatore della sua tesi in servizi sociali. Alla paura di denunciare si aggiunge il percorso giuridico che la porta a ripercorrere ancora e ancora quel giorno, poi il bisogno di ritrovarsi e un viaggio intorno al mondo che l’ha portata a una nuova consapevolezza: «Non ci si può far distruggere dal dolore, bisogna trasformarlo in qualcos’altro». Oggi ha «perso il conto» dei paesi visitati e la sua storia, raccontata in Quanto lontano dovrai correre (Mondadori) è la prima della collana Altrove, curata dallo scrittore Gianluca Gotto. Tra i suoi progetti, anche il podcast Souvenir «Nato per far viaggiare anche chi non può o per dare coraggio a chi vorrebbe farlo».

Venturini presenterà il suo libro d’esordio alla libreria Coop del Globo di Lugo, venerdì 28 novembre. In programma per il prossimo gennaio, anche una presentazione al Mercato Coperto di Ravenna.

Quanto lontano dovrai correre è una storia di rinascita, che parte però da un episodio di violenza. È stato difficile per lei metterlo su carta?
«No, anzi, possiamo dire che è stata la parte più semplice. Il dolore aveva bisogno di uscire e sapevo di star facendo qualcosa di utile per molte altre donne. La scrittura è sempre stata il mio sogno, è venuto quasi naturale».

Può raccontarci qualcosa di quel giorno?
«Sono state le sei ore più lunghe della mia vita. Tutto è cambiato in un secondo, una figura di riferimento, che rispetti e da cui ti aspetti protezione diventa il mostro. Mi ha avvicinata con gentilezza, illusa con prospettive di carriera e poi, una volta chiusi a chiave nel suo studio è iniziato l’incubo: insulti sul mio corpo, sulla mia personalità, la mia intelligenza. Tutto per affossarmi. Poi le molestie: la descrizione dettagliata dei suoi desideri sessuali, la normalizzazione di quella dinamica di abuso e potere che si era ripetuta su altre studentesse prima di me. Penso di aver scampato il peggio solo perché a causa di un’operazione era impossibilitato a spingersi oltre. Trovare la forza per parlarne subito è stato fondamentale».

La denuncia ha dato il via alla fase legale. Come si è conclusa?
«Il percorso giudiziario è durato circa un anno. Se confrontato a quello di altre donne è stato breve, ma comunque doloroso. Raccontare ogni volta la storia mi obbligava a riviverla. Questo mi ha permesso di metabolizzare i fatti, ma è stato difficile. La vicenda si è chiusa con un patteggiamento. Il professore ha perso il lavoro ed è stato allontanato dall’università. La sentenza è stata di 1 anno e 8 mesi con condizionale della pena. Per me ho chiesto il risarcimento minimo, a patto che risarcisse anche tutte le altre donne apparse come testimoni».

Cosa significa per lei aver pubblicato la sua storia il 25 novembre, nella data simbolo della lotta alla violenza sulle donne?
«Significa che una speranza c’è. Non ho voluto scrivere un libro sulla violenza, perché non voglio una visione negativa e non voglio dare a “lui” ulteriore importanza. Volevo trasmettere un messaggio di speranza, per far capire alle donne che non sono sole e che dalla violenza si può uscire. È stato un collettivo di donne a salvarmi. Della polizia non mi  davo, avevo paura che non mi credessero. Così ho trovato il collettivo, conosciuto le storie delle altre donne e realizzato che quello che mi era successo era reale, non avevo esagerato e la colpa non era mia. Credo che un mondo senza violenza sia utopico. Spero però che tutte le donne riescano a trovare e dimostrare la propria forza e sappiano che luoghi di aiuto e ascolto esistono e sono lì per loro».

Questo episodio di violenza è stato anche la spinta per iniziare a viaggiare. Che tipo di motivazione le ha dato?
«Ero un foglio bianco, avevo bisogno di riscrivere la mia storia. La violenza ha segnato un prima e un dopo: prima c’era la laurea alle porte, progetti per il futuro, sogni e lavoro. Dopo, la perdita della prospettiva, l’annullamento del rapporto con il mio corpo, con le parole del professore ancora impresse in testa, la fame emotiva e le abbuffate. Volevo lasciare l’università, tanto quegli studi non mi sarebbero più serviti a niente, ma non volevo che si prendesse anche quella parte di me. Mi sono laureata e sono partita. Ho sempre amato viaggiare e cercavo un modo per ricostruirmi attraverso nuove esperienze e allonarami da una dimensione in cui agli occhi di tutti ero solo la vittima del mostro».

Nel suo libro però spiega che non sono i viaggi a far ritrovare sé stessi, ma un lavoro personale e introspettivo.
«I viaggi sono uno strumento di crescita, e spesso velocizzano il processo di guarigione. Ma tutto parte dalla consapevolezza: non serve andare dall’altra parte del mondo per ritrovarsi e non è detto che una volta che si è dall’altra parte del mondo ci si ritrovi. È la consapevolezza con cui parti, o con cui resti a casa, a fare la differenza. Certo, a casa è più difficile, perché il viaggio stimola, mette in gioco, offre esperienze diverse e tiene sempre sull’attenti. Viaggiare in solitaria, poi, porta a misurarsi con sè stessi e a cercare non solo il bello, ma anche la propria interorità: diciamo che è più facile ritrovarsi tra templi, ashram e curandele che su una spiaggia paradisiaca di Bali…».

La carriera da travel blogger come e quando è iniziata? E i viaggi organizzati?
«Nel tempo, e per caso. Non chiamatemi travel blogger però, credo che quel ruolo non mi rispecchi. Ho iniziato a postare sui social per tenere aggiornati amici e parenti. Qualche video è diventato virale e le altre persone sono arrivate in modo inaspettato. Credo che a colpire sia stata la mia spontaneità e lo sguardo genuino sul mondo. Quando ho visto i numeri crescere ho pensato di diventare una blogger, ma quel tipo di narrazione non mi appartiene. Il messaggio che voglio lanciare non è quello del “viaggio rivelatore” nel luogo da cartolina. Anzi, ho sempre viaggiato all’arrembaggio, in maniera molto “local” e questo ha incuriosito le persone che mi seguono. I viaggi organizzati sono nati così, dalla richiesta di chi voleva viaggiare con me e come me: tempi lenti, luoghi lontani dal turismo di massa, sostenibilità. Non ci sposta ogni due giorni alla ricerca dello scatto perfetto, ci si ferma in luogo, si conosce la gente del posto e si aiuta come si può».

L’incontro con Gotto invece com’è avvenuto?
«Con Gianluca si è creata una bellissima connessione, anche qui in modo casuale. Ho iniziato a leggere i suoi libri anni fa, proprio dopo la violenza. Cercavo qualcosa che mi facesse stare meglio. Una sera però gli ho scritto su Instagram, arrabbiata: le sue parole erano bellissime, ma come si fa a seguirle quando si sta così male? Lui mi ha risposto che quello che mi è successo non è bello, ma non posso cambiarlo. Posso cambiare solo quel che viene dopo. In quel momento inviai la richiesta di passaporto e decisi di laurearmi il prima possibile. Qualche tempo dopo, il destino ha fatto sì che ci incrociassimo in Thailandia, per il tempo di un pranzo. Lui ha preso a cuore la mia storia, e quando ho iniziato a scriverla l’ho contattato per dirglielo. Mi ha risposto che avrebbe voluto chiedermelo lui stesso. Così si è chiuso il cerchio»

Scappa dalla gioielleria con delle medaglie in oro da quasi 60mila euro: arrestato

I carabinieri dell’aliquota Radiomobile di Faenza hanno arrestato un 37enne per rapina. L’uomo, dopo essere entrato come un normale cliente all’interno di una nota gioielleria del centro cittadino, avrebbe chiesto a una delle commesse di poter vedere una serie di medaglie in oro. A quel punto, approfittando dell’apertura delle porte della gioielleria per l’ingresso di un corriere, avrebbe strappato dalle mani della commessa l’intero involucro di velluto in cui erano avvolte, scappando con la refurtiva dal valore di quasi sessantamila euro.

La commessa ha subito cerecato di rincorrere il ladro appena fuori dal negozio, afferrandolo per il braccio. L’uomo, a quel punto, si è divincolato con violenza, cadendo a terra insieme alla donna. Nel frattempo i militari dell’Arma, intervenuti tempestivamente dopo essere stati allertati dall’altra commessa, sono riusciti a bloccare il rapinatore, arrestandolo e recuperando la refurtiva che è stata poi immediatamente restituita alla titolare del negozio.

Il 37enne, già noto alle forze dell’ordine per i suoi trascorso giudiziari, verrà trattenuto in camera di sicurezza in attesa di comparire davanti al giudice del tribunale di Ravenna per l’udienza con il rito direttissimo, dove dovrà rispondere di rapina impropria e lesioni personali.

L’esercito ai giardini Speyer? «No, meglio aumentare poliziotti e carabinieri»

«L’esercito? Una proposta seria e concreta, ma che respingiamo. Prima di tutto perché la decisione non spetta al Comune. E poi perché i soldati non sono autorizzati a svolgere compiti di polizia giudiziaria. Le forze realmente efficaci per contrastare fenomeni di criminalità, microcriminalità e degrado urbano restano polizia, carabinieri e guardia di finanza». È in sintesi la risposta del vicesindaco Eugenio Fusignani ai circa 1.800 cittadini (rappresentati in commissione consiliare dal primo firmatario Francesco Patrizi) che hanno firmato questa estate la petizione (promossa dalla lista civica La Pigna) che chiede un presidio dell’esercito in particolare nella zona della stazione di Ravenna, nell’ambito dell’operazione Strade Sicure. «La loro presenza servirebbe come deterrenza – ha dichiarato Patrizi presentando la raccolta firme in Municipio – in una zona che è costantemente teatro di aggressioni, violenze, minacce». Tra i sostenitori della petizione, anche Alvaro Ancisi di Lista per Ravenna che, in fase di replica ha chiesto che il sindaco perlomeno faccia richiesta al Governo, tramite il prefetto.

Il vicesindaco Fusignani ha invece assicurato solamente che metterà a conoscenza il prefetto della petizione e del dibattito che ne è seguito in commissione, limitandosi poi a dire che sarà lo stesso prefetto a valutare, nella sua autonomia. Difficile però che possa richiedere l’esercito se non è il sindaco a formalizzare la richiesta, considerando anche che in prefettura – come sottolinea il comandante della polizia locale Andrea Giacomini – attribuiscono alcuni difetti all’operazione che vede il coinvolgimento dei soldati (lo stesso ministro Crosetto ha prospettato l’ipotesi di farli tornare ai loro compiti più tradizionali) e non certo per la loro scarsa capacità degli stessi: «Si tratta di stabilire – ha commentato Giacomini – se sono lo “strumento” giusto per affrontare lo spacciatore o lo straniero irregolare. L’esperienza ci dice di no, perché per ogni contingente dell’esercito la legge prevede che debba esserci anche un contingente di polizia o carabinieri ad accompagnarli (non essendo i soldati, come detto, agenti di polizia giudiziaria, ndr)».

Tra gli interventi anche quello di Veronica Verlicchi, capogruppo della Pigna, che ha ricordato però come l’esercito sia stato già utilizzato in decine di città di tutta Italia e di qualsiasi colore politico, comprese le vicine Rimini e Ferrara, fungendo da deterrente e invitando i colleghi a non farne una battaglia ideologica.

Tra i contrari, un po’ a sorpresa, anche uno che è stato con la divisa dell’esercito per quasi 40 anni, l’esperto nominato da Viva Ravenna (altro gruppo di opposizione) Fabio Bendinelli, ex funzionario Onu. Che – in estrema sintesi – ha auspicato che i soldati possano tornare a svolgere compiti più consoni alla loro formazione.

La filosofa: «La società di oggi cerca di rimuovere la morte, invece attraversare il dolore serve per sentire la gioia»

Formatasi tra teatro e filosofia, Maia Cornacchia lavora da quasi 25 anni a stretto contatto con la Fondazione Gigi Ghirotti di Genova che offre assistenza gratuita, cure palliative domiciliari e in hospice ai malati terminali. «Ho scelto di occuparmi di chi muore dopo la morte di mio padre – racconta Cornacchia –. Non mi sentivo pronta, e ascoltavo solo il mio dolore. Poco prima che se ne andasse però, sono riuscita ad ascoltare davvero lui che, a differenza mia, era pronto. Ho sentito il bisogno di spiegare a tutti l’importanza di ascoltare chi muore, non solo per loro, ma per noi». I suoi insegnanti più grandi però, «sono stati i bambini», con cui ha portato avanti percorsi di drammatizzazione e animazione teatrale in ambito scolastico. Le sue ricerche filosofiche hanno portato nel 1985 alla creazione della Pratica di Lavoro Organico: un esercizio di ascolto e contatto col presente. La filosofa è stata protagonista di un incontro alla Biblioteca Oriani di Ravenna, lo scorso 22 novembre, in occasione dello spettacolo sul fine vita I’m nowhere / Desvanecimiento, del polacco Rakowski.

Cosa si può imparare dal lavoro con i malati terminali?
«A vivere. Può sembrare un pensiero banale, ma stare vicino a chi muore, e imparare ad ascoltare davvero chi muore, è il modo più chiaro per vedere l’intreccio indissolubile tra vita e morte. Tutto il mio lavoro si basa sul “sentire”: ognuno di noi è unico e irripetibile come una goccia, ma in quanto goccia fa parte di qualcosa di più grande, come l’acqua. In quella dimensione, l’io e l’altro diventano un’unica cosa. Da questo punto di vista, credo che i bambini piccoli siano stati i miei migliori maestri, ancora poco formati come individui singoli e impercettibilmente legati a quell’insieme. In questa prospettiva, un malato terminale assomiglia a un bambino piccolo: si allontana dalla dimensione fisica della vita per avvicinarsi a quella più sottile, invisibile».

La società di oggi sta cercando di allontanare la morte?
«Assolutamente sì, c’è una grande rimozione della morte. Non ci sono più situazioni di condivisione della morte al di fuori dei funerali. Anche su quelli poi, vigono ancora troppi tabù: un funerale dovrebbe essere un momento di alternanza tra gioia e dolore, senza regole e con spazio per tutto: lacrime e risate, bello e brutto, così come accade dentro ognuno di noi. Si tende a scacciare la morte solo perché non la si vede nel suo intreccio con la vita. Si pensa alla morte come un’unica tappa alla fine della vita, ma non è così. Quella è solo una delle sue manifestazioni, ma si tratta di un’esperienza continua, che spesso non riusciamo a leggere. Anche le parole nascono e muoiono nel momento in cui le pronunciamo: se la nostra ultima parola non morisse, non ci sarebbe spazio per quella dopo. Fare spazio alla vita è una delle funzioni principali della morte».

Quanto influisce il contesto culturale sul tema del fine vita?
«Sicuramente siamo tutti molto condizionati dal contesto culturale in cui siamo immersi. Citando Jung, è più facile attenersi a quello che è stabilito e considerato “bene” o “male” per tutti, piuttosto che prendere ogni volta la responsabilità di interrogarsi al riguardo. Vivere senza costrutti, come un bambino, ci renderebbe la vita più semplice».

I bambini, quindi, sarebbero più pronti ad affrontare il tema della morte rispetto agli adulti?
«Assolutamente sì. Al tempo stesso però, sono dipendenti da noi e sensibili ai nostri stati d’animo. Tendiamo a passare loro una serie di condizionamenti pesanti, spesso in buona fede. Capita che quando un bambino perda un genitore non lo si porti al funerale o si eviti di parlare del lutto in maniera approfondita. Sono gesti fatti con un intento di protezione, ma sortiscono l’effetto contrario, lasciando i più piccoli soli col proprio dolore».

Esiste un modo giusto per affrontare l’argomento?
«Trovo che termini come “giusto” o “sbagliato” siano troppo stretti rispetto alla ricchezza della vita. Anche qui, l’ascolto è fondamentale. Il fulcro del mio lavoro è quello di far ritrovare la percezione di essere goccia nell’acqua. La prima lezione della morte è quella di lasciare andare: secondo i nativi americani, chi è su un cammino di consapevolezza non dovrebbe avere “aspettative, attaccamenti o giudizi”. Spesso ci attacchiamo alle cose anche se non ci danno più vita, e non ci fa bene. In ne, bisogna imparare ad accogliere il dolore, perché l’unico modo per sentire davvero la gioia è attraversarlo, e imparare a ritrovare lo straordinario nell’ordinario».

Il teatro fa bene ad approcciarsi a questi temi?
«Deve farlo. Più interagiamo con la morte, più sarà facile correggere la brutta abitudine di rimuoverla dalle nostre vite. Avere a che fare con la morte aiuta ad apprezzare il valore della vita, e anche invecchiare può diventare un cammino di libertà. La paura di morire è la madre di tutte le paure: è paura dell’ignoto, dell’incontrollabile. Ma stare insieme alle proprie paure è l’unico modo per trasformarle in forza, e questo i teatranti lo sanno bene, perché spesso è ciò che trasmette energia sul palco. Abitare la nostra paura e famigliarizzare con la morte rende tutto più facile».

E per quello che riguarda chi resta invece?
«In effetti, la morte riguarda soprattutto chi resta. Come scrive Epicuro, non ha senso preoccuparsi della propria morte: quando c’è lei non ci sei tu, e viceversa. La sofferenza spaventa di più, ma le cure palliative hanno raggiunto livelli eccezionali. Elaborare il lutto è fondamentale, ma non dobbiamo dimenticarci che la luce delle stelle che vediamo viene da astri morti milioni di anni fa. Lo stesso vale per le persone che non ci sono più, ma che continuano a illuminare le nostre vite, in modo del tutto soggettivo. C’è chi ha la sensibilità per percepire una presenza sottile e chi le porta ogni giorno con sé, tra mente e cuore».

Il Gospel torna a scaldare la piazza. E dopo il concerto di capodanno, anche un dj set

L’energia e la potenza del gospel tornano ad animare Ravenna nel periodo festivo, con il ritorno della rassegna Christmas Soul 2025.
I concerti , sempre gratuiti, si terranno tra Piazza del Popolo e Teatro Alighieri, portando in città artisti internazionali e protagonisti italiani della black music.
Si parte il 29 dicembre, alle ore 18, con gli Spiagge Soul Holy Fellas, una formazione nata proprio all’interno del festival ravennate Spiagge Soul e divenuta simbolo dell’anima più autentica del gospel e del blues italiano. La band, guidata dalle voci di Gloria Turrini e Bruno Orioli, sarà accompagnata da un ensemble di musicisti e da un coro femminile diretto da Daniela Peroni. Il 30 dicembre, sempre alle 18, sarà la volta di Ginga, una delle voci più carismatiche della black music nazionale, che presenterà il progetto “Back to Basic”: un viaggio nelle radici del gospel rivisitate con sensibilità contemporanea. L’artista sarà accompagnato dalle voci di Claudia Milan, Gaia Bettin e Serena Defranceschi.

La notte di San Silvestro, il 31 dicembre, alle ore 23, Piazza del Popolo si accenderà con la Soul of Gospel Revue dei God’s Angels.
Il concerto sarà guidato dalla voce di Knagui (artista della Pennsylvania e allievo della leggendaria Twinkie Clark) e mescolerà gospel, soul, funk e jazz, trasformando la piazza in una grande celebrazione collettiva. Sul palco, una formazione internazionale composta da musicisti provenienti dagli Stati Uniti (tra cui Ronnie Coleman Jr., James Brown, Kristina Dorsey, Marleny Rivas, Simone Hill, Alijah Singleton, Kenny Skinner ed Eric Linson) e dall’Italia. Al termine del concerto la festa continuerà grazie al DJ set di DJ Lelli – Superfunkexperience.
Il festival si chiuderà poi la mattina del 1 gennaio, alle 11.30, al Teatro Alighieri, con il concerto di Marquis Dolford & The Capital Gospel Group, direttamente da Washington D.C., una delle culle più importanti del gospel americano. Il gruppo proporrà un repertorio che unisce spiritualità, radici afroamericane, soul e blues, con arrangiamenti raffinati e una straordinaria forza vocale. Un’esperienza intensa, profonda e avvolgente, capace di inaugurare il nuovo anno con emozione e autenticità.

«Sono davvero soddisfatto del programma, che vede al centro della proposta le due grandi corali statunitensi protagoniste degli appuntamenti di Capodanno. Si tratta di ensemble capaci di portare a Ravenna l’anima più autentica, emotiva e travolgente del Gospel afro-americano. Saranno due concerti di forte impatto, diversi per atmosfera e linguaggio, pensati per accompagnare sia la celebrazione festosa del capodanno sia il matinée in teatro, più intimo e spirituale – commenta il direttore artistico, Francesco Plazzi -. Desidero infine sottolineare il DJ set che animerà la notte di San Silvestro: un’idea suggerita dal Comune e accolta immediatamente con entusiasmo, che trasformerà Piazza del Popolo in una dancehall a cielo aperto»
Il festival viene realizzato in collaborazione con Ravenna Manifestazioni e con la compartecipazione con l’Assessorato al Turismo del Comune di Ravenna.

Il nuovo presidente presenta il suo programma: servono 500 milioni per logistica, sicurezza e collaborazione

«Logistica, sicurezza e collaborazione» sono le tre parole chiave per Francesco Benevolo, neoeletto presidente dell’Autorità portuale del Mare Adriatico centro settentrionale. Il punto chiave del suo mandato quadriennale verte sul lavoro di trasformazione dell’hub portuale ravennate in hub logistico nazionale. Per farlo, servono 500 milioni: 115 sono per completare le banchine e proseguire con i dragaggi. Poi si parla di promozione, operazioni di consolidazione e, soprattutto, infrastrutture viarie. In questo campo sarà necessario potenziare strade, ferrovie e collegamenti con interporti e aeroporti, valutando anche la possibilità di un miglioramento della viabilità a Porto Corsini che possa fare fronte ai nuovi traffici croceristici.

Le richieste sono esplicitate in un dossier già consegnato al ministero. «Nei prossimi anni ci muoveremo all’interno di un contesto geopolitico molto articolato – spiega Benevolo -. Possiamo aspettarci una situazione più stabile per quello che riguarda l’Est Europa, con possibilità di ripresa e traffici in aumento, un assestamento dei dazi, e la riapertura del canale di Suez. Nei prossimi anni il contesto finanziario sarà invece ristretto, e ci possiamo aspettare un effetto risacca dal completamento dei progetti Pnrr. Il nostro settore invece, trasporti, la logistica e economia marittima, gode di ottima salute. Stiamo assistendo a un fenomeno di aggregazione dei player, che ci porta a rapportarci con meno realtà e sempre più strutturate».

Nei primi 11 mesi dell’anno il porto di Ravenna chiude infatti con +9 percento, distinguendosi principalmente per il traffico di cereali, rinfuse e per i traffici legati al rigassificatore. «Vogliamo portare in Italia la consapevolezza e il dibattito sui traffici delle rinfuse, di cui siamo leader, ma di cui non si conosce molto, sia a livello di traffici, sia a livello di impatto economico – continua il presidente -. Il porto di Genova è il primo per export nazionale, ma noi siamo la porta da cui entrano tutte le materie prime che alimentano il sistema produttivo italiano. Il porto di Ravenna ha un ruolo fondamentale a livello nazionale e dobbiamo in qualche maniera portarlo in risalto con i numeri e con le stime dell’impatto. Non saremo mai leader del traffico container, di cui abbiamo oggi il 2,5 percento del mercato. Percentuale che, secondo le stime, non è destinato a cambiare».

Sul tema dell’energia invece si punta all’innovazione, con lo sblocco dei lavori per il cold ironing con l’impianto fotovoltaico e l’atteso progetto dell’eolico in mare, che si affiancano al rigassificatore. Infine, il presidente ha parlato di lavoro, dove la mancanza di figure professionali si fa sentire anche nel porto ravennate: «Dovremo vigilare sull’invecchiamento e trovare nuove professioni da affiancare a innovazioni e competenze».

Infine, il progetto di ripulire il Moro di Venezia in darsena entro aprile, in modo da presentarlo al meglio alla città e alla tre giorni dei porti italiani in programma a maggio. L’accordo è stato chiuso negli scorsi giorni e i lavori di restauro dureranno circa un mese.

Il sindaco e i Partigiani: «Una fiaccolata democratica e antifascista il 4 dicembre a Ravenna»

In occasione dell’81° anniversario dell’eccidio di Madonna dell’Albero – quando 56 persone, fra cui molti bambini, vennero trucidate dagli occupanti tedeschi – il sindaco di Ravenna, Alessandro Barattoni, ha annunciato per giovedì 4 dicembre (giorno in cui si celebra la Liberazione di Ravenna), dalle 17 alle 18, l’organizzazione, insieme all’Anpi, di una fiaccolata democratica e antifascista aperta a tutte le associazioni, partiti, sindacati, società civile, persone, «per difendere i valori di uguaglianza e libertà alla base della democrazia».

Questa fiaccolata – che si aggiunge alle altre iniziative già organizzate per quella data, dalle celebrazioni mattutine alla proiezione serale, gratuita, di un documentario sulle storie di donne della Resistenza ravennate – attraverserà luoghi simbolo della città: partendo da piazza della Resistenza si passerà dal Ponte degli Allocchi per arrivare in piazza del Popolo, dove ci si fermerà di fronte alla lapide dei caduti per la libertà.

Spiegano il sindaco di Ravenna, Alessandro Barattoni, e il presidente provinciale di Anpi, Renzo Savini: «All’indomani dell’indegna manifestazione indetta da gruppi di estrema destra nella nostra Ravenna, abbiamo deciso di organizzare una fiaccolata aperta a tutte e tutti coloro che si riconoscono nella Ravenna antifascista, città Medaglia d’oro al Valore Militare per la Resistenza. Ravenna è una città che ha pagato un prezzo altissimo durante il Ventennio, anche in termini di deportazioni, e non dimentica la propria storia: per questo, il 4 dicembre vogliamo ricordare tutte e tutti coloro che hanno sacrificato la propria vita opponendosi al Nazifascismo e che hanno combattuto la guerra di Liberazione per i valori repubblicani che sono alla base della nostra Costituzione. Crediamo, infatti, che una presa di posizione collettiva, forte e inequivocabile, possa valorizzare quegli ideali di libertà, uguaglianza e rispetto che sono fondanti della nostra democrazia e, allo stesso tempo, contribuisca a marginalizzare tutte quelle parole e quei comportamenti che incitano all’odio e alla violenza. Ci sono movimenti che agitano timori e alimentano diffidenza, sfruttando nel modo peggiore le paure delle persone e gli eventi di cronaca riguardanti la sicurezza.
Ravenna è una città che ha costruito la propria storia pretendendo che le leggi vengano rispettate da tutti e che chi commette reati venga perseguito, indipendentemente dalla nazionalità o dalle origini. Noi non condividiamo, e anzi condanniamo, rigurgiti e riecheggi che ci riportano ai periodi più bui della nostra storia, ma non basta essere contro a parole, riteniamo serva una presa di posizione fisica collettiva contro ogni forma di violenza, intolleranza e discriminazione».

Sindaco e Anpi danno quindi appuntamento al 4 dicembre, alle 17, in piazza della Resistenza, da cui partirà un corteo lungo circonvallazione al Molino, attraverso il monumento di Giò Pomodoro, e proseguendo su via Baldini, via De Gasperi, via Corrado Ricci, via Gordini e piazza del Popolo.

«Viola volava leggera e non vedeva mai il male». Il ricordo della 23enne uccisa da un camion a Bologna. Sabato i funerali a Cervia

Si terranno sabato 29 novembre a Cervia (dalle 14.30 in Duomo) i funerali di Viola Mazzotti, la ragazza di 23 anni morta l’altro giorno in un incidente a Bologna, investita da un camion mentre stava andando in bici all’azienda dove stava svolgendo un tirocinio.

Cordoglio tra parenti, amici e colleghi. Sui social, a ricordare la 23enne è anche la Cooperativa Bagnini di Cervia (Viola faceva parte dello staff del bagno Playa Caribe). «Una ragazza straordinaria che ci è stata portata via troppo presto da una tragedia che lascia senza parole – si legge nel post -. Anche lei, come tanti giovani cervesi, d’estate lavorava in spiaggia con la sua bellezza, eleganza e simpatia. La sua bellezza, quella che si vedeva negli occhi e nei gesti gentili, era solo il riflesso di una bontà rara e di un talento che illuminava chiunque avesse la fortuna di incontrarla. Chi l’ha conosciuta sa che il suo sorriso, la sua grazia e il suo modo unico di essere resteranno per sempre nei nostri cuori.
Oggi ci stringiamo nel dolore ai genitori, alla famiglia e a tutti coloro che le hanno voluto bene. Che il suo ricordo continui a vivere in ogni gesto di gentilezza, in ogni pensiero d’amore, in ogni silenzio colmo di nostalgia. Ciao Viola, non ti dimenticheremo mai».

Gli amici di Bologna, invece, l’hanno ricordata con una scritta sull’asfalto nel luogo dell’incidente, in via dell’Arcoveggio (dove si è svolto anche un sit-in di attivisti contro la pericolosità della ciclabile). In strada sono stati deposti anche fiori e foto del giorno della sua laurea, l’anno scorso, in Management e Marketing all’Alma Mater di Bologna. Aveva poi frequentato un master con specializzazione in Marketing Strategico alla Catòlica Lisbon School of Business and Economics. Dopo il tirocinio in cui era impegnata in questo periodo, si sarebbe dovuta laureare di nuovo l’estate prossima.

Il Corriere della Sera ha intervistato il padre, Cristian Mazzotti, noto nel Cervese anche per far parte (insieme alla moglie Debora) del gruppo sportivo Cervia Run. ««Viola volava leggera sulle cose e non vedeva mai il male da nessuna parte: in nessuna persona e in nessun luogo – sono le sue parole riportate dal Corriere Bologna -. È una caratteristica che l’ha sempre contraddistinta, la leggerezza, senza mai lamentarsi e senza grandi pretese. Le andava sempre bene tutto. Eppure eccelleva in ciò che faceva: negli studi, nello sport. Sempre con questa sua leggerezza, che le permetteva di portare a casa risultati. Amava il mondo e viaggiare».

Anniversario Liberazione: incontri e proiezioni di documentari

La liberazione di Ravenna dal nazifascismo avvenne il 4 dicembre 1944, grazie all’operazione Teodora condotta dai partigiani della 28esima brigata Gap Mario Gordini con l’aiuto delle truppe alleate, e in occasione dell’81esimo anniversario sono previste diverse iniziative a ricordo.

Le celebrazioni inizieranno il 3 dicembre, alle 17.30 nella sala Spadolini della Biblioteca Oriani in via Corrado Ricci, con il dialogo tra Alessandro Luparini, direttore della Fondazione Casa di Oriani-biblioteca di storia contemporanea, e Davide Conti, storico e consulente dell’Archivio storico del Senato della Repubblica, su “La Resistenza a Roma e la Resistenza nel ravennate”. Porterà i saluti dell’Amministrazione comunale l’assessore Fabio Sbaraglia. Presiederà Maria Paola Patuelli del Comitato in difesa della Costituzione, coordinerà Giuseppe Masetti dell’Istituto storico della Resistenza. L’iniziativa è promossa dal Comitato in difesa della Costituzione e dall’Istituto storico della Resistenza, in collaborazione con Fondazione Casa di Oriani.

Giovedì 4 dicembre, alle 11 in piazza del Popolo, si svolgerà la consueta cerimonia di deposizione di corone e omaggio alla lapide in memoria dei caduti della Seconda guerra mondiale alla presenza del picchetto d’onore militare. L’accompagnamento musicale sarà della Banda musicale città di Ravenna.

Alle 11.30, nella sala Corelli del Teatro Alighieri, il sindaco di Ravenna Alessandro Barattoni farà il suo intervento a cui seguirà Andrea Baravelli, docente di storia contemporanea dell’Università di Ferrara che interverrà su “Imparare, costruire e praticare la democrazia. Ravenna tra Liberazione e libere elezioni”.

Gli appuntamenti della giornata di chiuderanno alle 21 al Cinema Mariani, in via Ponte Marino, con “Ragazze per sempre. Storie di donne nella Resistenza ravennate” scritto e diretto da Giuseppe Masetti dell’Istituto storico della Resistenza, voce narrante di Elena Bucci della compagnia teatrale Le Belle Bandiere. Riprese e post produzione Biroke Studio. Ingresso libero.

È un documentario che rende omaggio riconoscente al contributo offerto da tante ragazze al movimento di Liberazione. Il filmato, della durata di 65 minuti, si avvale dei materiali d’archivio conservati presso l’Istituto storico della resistenza di Ravenna, l’Istituto Luce, l’Aamod di Roma, intercalati da riprese sul campo nei paesaggi di memoria, intende portare lo spettatore a contatto con i sentimenti e le passioni civili che durante la guerra animarono le protagoniste dei Gruppi di difesa della donna e di assistenza ai combattenti, maturando percorsi di emancipazione che avrebbero poi trovato seguito nella Costituzione repubblicana e nelle battaglie civili del dopoguerra. La voce off di Elena Bucci che accompagna tutto il filmato, unitamente alle riprese video curate da Shilan Shamil dello Studio Biroke, rendono del tutto attuale e stimolante la riflessione su una storia di genere che tutti dovrebbero conoscere.

Un altro momento celebrativo si svolgerà sabato 6 dicembre, in occasione dell’81esimo anniversario della Battaglia delle Valli, alle 10 in piazza 2 agosto a Mandriole, si svolgerà la deposizione delle corone d’alloro ai cippi e al monumento ai caduti. A seguire i saluti di Giancarlo Schiano, assessore del Comune di Ravenna e gli interventi di Valentina Giunta, Anpi provincia di Ravenna, Franco Silvagni, Anpi di Fusignano e Nicola Pondi, sindaco di Fusignano. L’iniziativa è promossa dall’Anpi della provincia di Ravenna e dalle sezioni di Bagnacavallo, Voltana, Lugo, Alfonsine, Cotignola, Sant’Alberto, Lavezzola, Conselice, Massa Lombarda, Mezzano, Porto Corsini, Marina di Ravenna.

Sempre sabato 6 dicembre, alle 15.30 a Casa di Olindo Guerrini, in via Guerrini 60 a Sant’Alberto, ci sarà la proiezione del documentario “La Battaglia per Ravenna” prodotto dall’Istituto storico della Resistenza di Ravenna, sulla manovra militare congiunta di alleati e partigiani che portò alla liberazione della città nei primi giorni di dicembre 1944. Regia di Giuseppe Masetti e Shilan Shamil. Riprese, montaggio e post-produzione Biroke Studio. Sarà presente Masetti. Per informazioni: Istituto Storico, 0544-84302, segreteria@istoricora.it

Mercoledì 10 dicembre, alle 17.30 nella sala Dantesca della Biblioteca Classense in via Baccarini, la presentazione del libro “LITALIA”, racconti a cura di Ivano Artioli, Danilo Montanari Editore, preceduti dai saluti di Alessandro Barattoni, sindaco di Ravenna, e di Patrizia Ravagli presidente Istituzione Biblioteca Classense. La presentazione sarà a cura dell’autore Artioli con letture di Asia Galeotti, attrice. L’iniziativa promossa in collaborazione con Istituzione Biblioteca Classense.

Musica classica nelle comunità rurali: il progetto premiato da Coopstartup

Nei giorni scorsi sono stati premiati i tre progetti vincitori dell’edizione 2025 di Coopstartup Romagna, il bando promosso da Legacoop Romagna, Federcoop Romagna, Coop Alleanza 3.0 e Coopfond per costituire nuove imprese mutualistiche in Romagna.

I gruppi che si sono aggiudicati il premio – 15mila euro di contributi ciascuno, un terzo in servizi per iniziare l’attività – sono “Note Remote” di Ravenna, “Muspelheim” e “Forum Young System Cooperativa” di Cesena.

Il progetto presentato da Note Remote di Ravenna riguarda la diffusione e la promozione della musica classica nelle comunità rurali con limitato accesso all’offerta culturale: l’obiettivo è rafforzare il tessuto sociale attraverso esperienze musicali.

Muspelheim è stata creata da un gruppo di giovani del comprensorio cesenate che ha progettato la gestione di uno stabilimento balneare.

Forum Young System Cooperativa nasce dall’evoluzione in cooperativa di un marchio commerciale già esistente per creare uno spazio di incontro tra giovani, territorio e imprese e svolgere i compiti di facilitatore di dialogo e networking.

Tutti i partecipanti a Coopstartup ricevono gratis un percorso di formazione online, mentre i progetti selezionati ricevono un accompagnamento personalizzato da parte degli esperti di Legacoop e Federcoop Romagna per la messa a punto e la stesura dei business plan. Tra i criteri di valutazione figurano il beneficio per la collettività, l’originalità, la sostenibilità, le competenze e la capacità di creare nuovi posti di lavoro, anche nel medio e lungo periodo.

Alla consegna dei premi erano presenti il presidente di Legacoop Romagna, Paolo Lucchi, la vicepresidente Romina Maresi, la responsabile Attività sindacale, Simona Benedetti, e la referente di Coopstartup Romagna, Elisabetta Cavalazzi.

Le prime otto edizioni del bando hanno erogato più di 320mila euro di contributi con oltre 190 progetti che hanno coinvolto più di 720 persone e portato alla costituzione  di 28 nuove imprese.

Legacoop Romagna associa 362 cooperative nelle province di Forlì-Cesena, Ravenna e Rimini, che complessivamente sviluppano un valore della produzione pari a 7,5 miliardi di euro e occupano più di 25mila lavoratori; i soci sono oltre 320mila.

Il 60 percento delle famiglie ha votato contro la “settimana corta” al liceo scientifico Oriani

Il 60 percento dei genitori ha votato contro l’ipotesi di adottare dal prossimo anno scolastico la settimana “corta” (con l’organizzazione dell’orario su cinque giorni, dal lunedì al venerdì, e il sabato a casa) al liceo scientifico Oriani di Ravenna. Una “consultazione democratica” come sottolineano dal liceo, che ha coinvolto anche studenti, professori e personale Ata.

Sostanzialmente, sono invece spaccati a metà gli insegnanti (favorevole il 53 percento, come da votazione effettuata in presenza nel corso del collegio docenti del 28 ottobre scorso) e gli studenti (su 1.072 risposte ricevute on line, tramite modulo Google, il 50,3 percento si è detto favorevole alla settimana “corta” e il 49,7 percento contrario). Le risposte da parte di genitori e famigliari (sempre da remoto) sono state invece 949, come detto, di cui il 60,7 percento contrarie. Infine, le 22 risposte ricevute dal personale Ata sono invece state – come prevedibile – tutte favorevoli alla chiusura della scuola il sabato.

L’esito del percorso partecipativo – fanno sapere dalla scuola – ora verrà valutato per le successive valutazioni. Ma è chiaro che con le famiglie contrarie è difficile che il liceo possa proseguire verso la direzione della settimana corta.

«Una Cop30 deludente, anzi prevedibile. Ora rilanciare l’iniziativa dal basso»

Riceviamo e pubblichiamo un intervento di Pippo Tadolini, della campagna “Per il clima – Fuori dal fossile”, post Cop30, la Conferenza delle Parti, ossia il più grande evento globale per le discussioni e i negoziati sui cambiamenti climatici.

Si è conclusa la Cop30 di Belém, in Brasile, e a tutte e tutti noi resta ancora una volta l’amaro in bocca. Anche se scienziati, paesi vulnerabili, agenzie Onu e la stessa presidenza brasiliana hanno cercato di insistere sull’urgenza assoluta di affrontare la crisi climatica, i cui segni sperimentiamo ogni anno – anzi ogni giorno – con sempre maggiore drammaticità – il vertice di Belém si chiude con un risultato assai misero. Mesi di negoziati, una mobilitazione scientifica senza precedenti e un movimento ambientalista ormai abbastanza radicato in tutto il mondo, e poi alla fine un testo, approvato alla Cop30 da 195 paesi, che non contiene alcun riferimento esplicito all’eliminazione dei combustibili fossili.

Ognuno potrà andare a leggersi nel dettaglio ogni materiale prodotto, e magari vi troverà anche cose interessanti, ma nel complesso il documento finale (a questo link) riflette un limite gravissimo, che allontana ancora la possibilità di mantenere il riscaldamento globale entro 1,5 °C in più rispetto al punto di riferimento ormai universalmente riconosciuto.

Dal momento che l’attenzione dei mezzi d’informazione sulla Cop30 è stata mediamente scarsa e ha trattato l’evento come una vicenda tutto sommato secondaria nell’agenda informativa, vale la pena di ricordare che oltre 80 Paesi avevano chiesto di inserire nel testo finale una formulazione inequivocabile, che impegnasse tutti gli Stati a una transizione accelerata e definitiva dai combustibili fossili, specificando che si dovessero esplicitare sia l’eliminazione – pur graduale – di carbone, petrolio e gas, sia la fine dei sussidi pubblici alle fonti fossili. E in più un’agenda chiara per aumentare progressivamente la quota di energie rinnovabili. Bisogna inoltre sottolineare che la stragrande maggioranza dei Paesi dell’Unione Europea, nonostante i preoccupanti passi indietro di questi ultimi anni sul green deal, aveva condiviso questa proposta, e che purtroppo fra i sottoscrittori europei l’Italia non compare. È utile aggiungere che gli altri Stati sottoscrittori erano intanto i Paesi vulnerabili e Small Island Developing States (Sids), come Barbados, Marshall Islands, Vanuatu, cioè quelli che vedono come ormai imminente la propria fine a causa dell’innalzamento del livello dei mari, diversi Paesi africani fortemente colpiti dagli impatti climatici e alcuni Stati latinoamericani come Cile, Colombia, Costa Rica, da tempo convinti sostenitori di un’uscita ordinata e rapida dalle fossili.
Quindi una coalizione ampia, che al di là delle diverse collocazioni geostrategiche ha assunto la consapevolezza di una certezza scientifica: senza una riduzione drastica dell’uso di petrolio, carbone e gas, l’obiettivo del limite di 1,5 °C diventa irraggiungibile.

L’Italia esprime una posizione più che ambigua: dice di ribadire l’impegno alla transizione, ma tiene a sottolineare che «è importante poter ricorrere a tutte le tecnologie disponibili», che è come affermare che per ora le fonti fossili non si toccano.
In prima fila nel dettare la linea ostruzionista, manco a dirlo, l’Arabia Saudita, per la quale la difesa del petrolio è praticamente sacra, la Russia, che si guarda bene dall’ammettere che l’estrattivismo sul quale campano la sua economia e il suo regime vadano messi in discussione, l’Iran, ovviamente allineato alle posizioni dei grandi produttori; e poi la Cina (che accusa i Paesi più “ecologisti” di avanzare una proposta non equilibrata nella distribuzione degli oneri), della quale, però, va sottolineata la velocità vertiginosa che da qualche anno ha impresso ai processi di riconversione verso le rinnovabili, e altri Paesi esportatori di combustibili fossili.

Per cui, alla fine, il testo parla genericamente di “accelerare l’azione per il clima” e “rafforzare la resilienza”, che è come dire andiamo avanti come se nulla fosse e ognuno faccia quello che vuole e cerchiamo di adattarci, ovvero: i padroni del sistema fossile sono troppo potenti per poterli disturbare. Proprio l’elemento centrale su cui si gioca la traiettoria climatica globale viene completamente tradito.

Da tutto ciò emerge anche un altro dato: la totale assenza degli Stati Uniti del negazionista Trump, che ha fatto della sua lotta senza quartiere alla riconversione ecologica una delle sue guerre preferite. Il principale emettitore di CO2 e di ogni tipo di inquinante del Pianeta, ha deciso di indebolire il più possibile il fronte dei Paesi favorevoli a un accordo minimamente coraggioso. Schierandosi quindi, senza se e senza ma, dalla parte dei produttori di petrolio e gas.

Niente di buono, quindi, in questa Cop30? Forse qualcosa c’è. Il multilateralismo non si è dissolto, e molti fra i Paesi emergenti, non hanno rinunciato a fare sentire la propria voce né a disegnare percorsi di impegni da mantenere in ogni caso. È stata confermata l’iniziativa Onu che mira a garantire sistemi di allerta precoce in tutti i Paesi entro il 2027; è stato rafforzato il Fondo “Loss and Damage” con nuovi contributi da vari Paesi europei, e un rafforzamento dei meccanismi tecnici; si è lanciato un programma di iniziative per il monitoraggio satellitare condiviso, con il supporto alle comunità indigene. E bene o male, il pacchetto finale impegna i Paesi a presentare gli obiettivi aggiornati e coerenti con la traiettoria 1,5 °C entro il 2029.
Potrebbero essere risultati importanti in presenza di orizzonti vincolanti per tutti, ma senza un’agenda chiara per ogni azione necessaria e soprattutto senza la dichiarazione che dal sistema fossile si deve uscire, non compensano minimamente i danni che produrrà la scelta liberista, guidata da chi attualmente detiene il potere di condizionare le scelte energetiche e ambientali (si, ambientali in senso lato, perché non di sola energia si sta parlando).
In pratica, la diplomazia climatica è ostaggio degli interessi di chi trae profitto nel ritardare l’azione necessaria, e ciò è politicamente e moralmente inaccettabile.

Nulla da fare, quindi? Al contrario, e qui veniamo ai nostri impegni per il futuro immediato e lontano. Proprio perché dai potenti della Terra non vengono segni di volontà, è quanto mai necessario che le comunità scientifiche, i movimenti, le città e i territori, i poteri locali, le organizzazioni sociali e le singole persone continuino a muoversi con decisione. Se la politica internazionale a Belém ha colpevolmente e in maniera criminale perduto l’ennesima (l’ultima?) occasione, rifiutandosi di chiamare per nome i combustibili fossili, cioè ignorando la causa primaria della crisi, è quanto mai necessario che dal basso vengano delle spinte sempre più decise. Resta decisivo il ruolo della società civile, dei movimenti climatici, delle comunità locali.

Bisogna anche dire con chiarezza che, per il momento, anche i poteri locali remano contro. Per rimanere nel nostro specifico, sia la Regione Emilia-Romagna che il Comune di Ravenna, a tutt’oggi si sono ben guardati dal produrre una propria road map per l’inizio della dismissione del soffocante reticolo fossile nel quale siamo immersi. Non solo, ma con grave vulnus non solo per l’ambiente, ma anche per lo stesso sistema democratico, importanti iniziative della società civile come le leggi d’iniziativa popolare presentate dalla Rete Emergenza Climatica e Ambientale Emilia Romagna e da Legambiente per la transizione ecologica, giacciono nei cassetti della Regione da tre anni senza essere discusse e approvate. E su questo chiamiamo ognuno ad assumersi le proprie responsabilità.

Siamo ormai completamente disillusi su quello che potrà venir fuori dalle prossime Cop (la prossima edizione si terrà nel novembre 2026 in Turchia). Ma proprio per questa disillusione, se non vogliamo arrenderci ad un futuro dagli scenari catastrofici e a una vita invivibile per le nostre figlie, figli, nipoti e pronipoti, dobbiamo continuare a lavorare e moltiplicare le nostre mobilitazioni.

Non siamo del tutto sole/i. Non solo per il fatto che in tutto il mondo movimenti e popolazioni stanno acquisendo sempre più consapevolezza e determinazione a prendere in mano i propri destini, ma anche perché alcuni Stati non intendono subordinarsi totalmente allo stato di fatto. Per esempio, come conseguenza della beffa di Belém, i governi di Colombia e dei Paesi Bassi hanno annunciato l’organizzazione della prima conferenza internazionale dedicata alla “just transition” lontano dalle fonti fossili, prevista per aprile 2026 a Santa Marta (Colombia) e si propone di riunire governi, società civile, comunità indigene, industrie e istituzioni per tracciare “percorsi legali, economici e sociali” verso l’abbandono di carbone, petrolio e gas.
Sul nostro territorio, come sempre, faremo la nostra parte, e chiediamo a tutte e tutti di essere con noi.

Pippo Tadolini (Campagna “Per il Clima – Fuori dal Fossile”)

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