Giovedì 5 febbraio (ore 20.30) l’Outdoor Store di Faenza (corso Europa 96) ospiterà la presentazione di Wunderkammer, il primo libro fotografico del 35enne trentino Matteo Pavana. Un progetto che nasce dalla sua esperienza diretta nel mondo dell’alpinismo e dell’outdoor.
Matteo, il tuo libro raccoglie circa dieci anni di fotografie. Di cosa “parla”?
«Delle Dolomiti, senza parlarne direttamente. Sentivo il bisogno, dopo tanti anni di fotografia commerciale, di recuperare un rapporto più sincero con il mezzo. Il libro è nato anche come una forma di ringraziamento verso le Dolomiti, che sono le mie montagne. Sentivo personalmente il bisogno di farlo».
Da dove viene il titolo?
«Le Wunderkammer, tra il XVI e il XVII secolo, sono state i precursori dei musei. La parola significa “camere delle meraviglie”. Erano armadi o stanze in cui i collezionisti — spesso aristocratici — raccoglievano oggetti naturali o artificiali rari: pietre, conchiglie, fiori essiccati, elementi unici. Quando ho scoperto questa parola, ho subito pensato: le Dolomiti sono una Wunderkammer».
Come nasce l’idea di unire alpinismo e fotografia?
«In modo abbastanza spontaneo. Ho iniziato a scalare e a fotografare più o meno nello stesso periodo. A un certo punto mi sono chiesto semplicemente: “Perché non scattare in parete?”. Da lì è andata avanti per tentativi. Studiavo Economia, ma non mi piaceva. Poi le cose sono successe: sono stato assunto da una nota azienda di montagna, La Sportiva. Lavoravo come grafico, ma mi lasciavano seguire anche i photoshooting, i video, i contenuti per YouTube. È stato un percorso molto specifico, difficilmente repli- cabile».
Dal punto di vista tecnico: com’è possibile fotografare mentre sei in parete?
«Dipende molto dall’attività. Se parliamo di arrampicata, esistono strumenti tecnici che ti permettono di essere indipendente: corde statiche, maniglie, sistemi per salire e scendere. Le posizioni si preparano prima o durante la salita. Tecnicamente gli strumenti esistono, ma soprattutto deve piacerti. Alla fine, il lavoro vero è arrivare nel posto giusto, nel momento giusto, con le condizioni giuste. Fotografare è un attimo, mentre tutto il resto richiede tempo, produzione, studio».
C’è una fotografia del libro a cui sei più legato? E una che è stata più difficile da realizzare?
«Non direi che ce ne sia una più difficile delle altre. La parte più complessa è stata scegliere le immagini che erano veramente tante. È un racconto autobiografico, non uno studio sistematico, che non spiega, ma al contrario vuole trasmettere una sensazione. La fotografia a cui sono più affezionato è l’ultima: un gracchio che passa sfocato davanti a un paesaggio. Stavo fotografando il panorama e questo uccello mi ha attraversato il frame, esattamente al centro. In quel momento ho capito che il libro doveva essere così: dove il non detto, l’imprevisto, valgono più della perfezione o del controllo».
Che responsabilità senti nel raccontare oggi le Dolomiti, tra cambiamento climatico e overtourism?
«La responsabilità che sento è prima di tutto personale: restituire, nel modo in cui potevo, una parte della bellezza che le montagne mi hanno dato. Cerco di coltivare consapevolezza e informazione. Ma non voglio caricarmi di una responsabilità collettiva che è più grande di me. All’inizio il libro voleva essere più vicino a un reportage diretto, poi ho capito che non sarebbe stato utile. Per raccontare davvero il dolore o il degrado avrei dovuto iniziare un progetto completamente diverso. E non credo che sarei riuscito a farlo meglio di quanto non sia già stato fatto».
Siamo alle porte delle Olimpiadi di Cortina, con tanto di discussioni sull’impatto ambientale…«Per me il tema delle Olimpiadi si lega molto al mio rapporto con la competizione e con l’ego. Mi piace competere, ma in modo personale, non strutturato. Non credo esistano Olimpiadi “fatte bene”, soprattutto quando significano sacrificare priorità ambientali che dovrebbero venire prima. Quello che mi dispiace è vedere la mancanza di una coscienza collettiva nei confronti della natura, il non cercare alternative quando sarebbe possibile farlo. Si parla di sacrifici, ma sempre a senso unico, in nome di un’economia che non credo sia più sostenibile».
Hai fotografato anche le montagne più alte del mondo. Che cosa ti hanno lasciato quelle esperienze?
«Sì, ad esempio, sono stato in spedizione in Pakistan, nel Karakorum. È stata una bella esperienza, ma legata a un momento preciso della mia vita. La scalata sugli 8.000 solo perchè sono 8.000 per me non ha più un gran senso. Rispetto di più gli alpinisti che coltivano la passione in maniera creativa senza per forza fissarsi su un nome o su un numero. È curioso come scalare montagne di grande altitudine dia un’enorme visibilità mediatica: mi hanno fatto più domande su quello che su anni di lavoro fotografico. È una dinamica che mi mette a disagio».
