sabato
23 Maggio 2026

Oltre mille cortometraggi da tutto il mondo per la 27esima edizione del festival “Corti da Sogni”

Sei giorni di festival, con oltre mille cortometraggi arrivati agli organizzatori da tutto il mondo: torna per la 27 edizione il festival “Corti da Sogni – Antonio Ricci”. «Un festival nato nel 2000, in un contesto geopolitico molto diverso da quello attuale – commentano gli organizzatori Roberto Artioli e Matteo Papi in rappresentanza del circolo Sogni Antonio Ricci -. ricevere oggi corti da Paesi come Palestina, Iran, Russia e Taiwan ha tutto un altro significato. Inoltre, un’affluenza così elevata offre una buona rappresentanza delle tendenze del cinema contemporaneo nel mondo. In uno scenario post-pandemico in cui i multiplex hanno recuperato capienze simili al periodo pre-Covid, mentre le sale d’essai restano ancora sotto del 25-30%, e con un sistema di contributi nazionali sempre più fragile, diventa fondamentale incentivare la visione del cinema indipendente, anche al di fuori dei circuiti festivalieri». I materiali in selezione spaziano dai film di esordienti ai lavori di affermati cineasti, tra cui star del calibro di Vincent Cassel.

Il Festival è in programma dal 13 al 18 aprile, con una prima serata al Mariani e una serie di appuntamenti al Teatro Rasi. In estate è in programma un incontro fuori calendario, all’Arena del Sole di Lido di Classe, con i corti a tema ambientale della sezione “Green Planet”. I corti in gara provengono da 26 paesi, Francia, Polonia, Turchia, Paesi Bassi, Estonia, Regno Unito, Portogallo, Spagna, Belgio, Russia, Messico, Israele, Canada, Nuova Zelanda, Brasile, Palestina, Giordania, Australia, Italia, Colombia, Germania, Taiwan, Corea del Sud, Malesia, Repubblica Slovacca e Iran; con l’arrivo a Ravenna di diversi ospiti nazionali e internazionali. Tra le novità di quest’anno la collaborazione con il Believe festival, una delle più importanti rassegne italiane rivolte ai registi under 25. Durante il Festival saranno presentati alcuni dei lavori più interessanti degli scorsi anni, nell’ambito di un percorso in collaborazione con gli istituti scolastici del territorio che dallo scorso settembre hanno ospitato laboratori e incontri a tema cinema».

Le proiezioni prenderanno il via lunedì 13 aprile, al cinema Mariani di via Ponte Marino: la serata si aprirà alle 18 con i corti d’autore della Fice, per poi proseguire a partire dalla 20.30 con i corti internazionali. Da martedì il festival si trasferisce al teatro Rasi. Tutte le sere alle 20.30 sono si potrà assistere alla visione dei corti in concorso, mentre nelle mattinate di giovedì e venerdì sono in programma proiezioni mattutine a ingresso libero. Le sezioni in concorso spaziano tra European Sogni Award (per le opere europee), Sogni D’Oro (riservata ai corti internazionali), Premio Giuseppe Maestri (opere di animazione), Premio Ivano Marescotti (alla migliore interpretazione, giunto alla terza edizione), Made in Italy (destinata ai cortometraggi italiani), Mitici Critici (cortometraggi a tema giovanile), Film School (realizzati dalle scuole e università di cinema), Green Planet e Green School (opere a tema ambientale e rapporto uomo e natura), Creatività in corto (premio del pubblico). La menzione Creatività in corto è un riconoscimento che va al cortometraggio più apprezzato dal pubblico e sarà scelto tra tutti i corti in programmazione. L’ingresso alle proiezioni sarà a un fisso costo di 5 euro, con riduzione a 3 euro per under 25.

«Con Corti da Sogni torna uno degli appuntamenti più attesi e consolidati della primavera ravennate – afferma l’assessore alle Politiche culturali, Fabio Sbaraglia –. Un festival che giunge quest’anno alla sua 27esima edizione, qualificandosi come una delle rassegne culturali più antiche della città e ancora oggi in grado di coniugare la freschezza e la spontaneità che da sempre lo contraddistinguono».

 

IL PROGRAMMA DEGLI EVENTI SPECIALI (Il programma completo della rassegna è consultabile online):

Believe festival: incontro con Davide Mogna e i cortometraggi del festival under 24
Believe è il primo festival italiano “dei giovani per i giovani”: si rivolge a ragazzi under 24 anni ed è organizzato a sua volta da uno staff di adolescenti e giovani. La nona edizione si terrà a Verona dal 15 al 18 ottobre 2026 e includerà workshop, masterclass, panel, proiezioni fuori concorso ed eventi speciali, oltre alle tradizionali proiezioni di concorso tra cui la serata finale preceduta dal red carpet dei giovani concorrenti.
Davide Mogna, ospite di Corti da Sogni, salirà sul palco del Rasi per presentare il festival e alcuni corti dei giovani registi più promettenti.

CANTI DEL DESERTO (mercoledì 15 aprile – Teatro Rasi)
Scritto e diretto dalla giovane regista Giorgia Salotti, con Naike Lombardi, Christian Bergamaschi, Giulia Casadio.
Una ragazza che soffre di dipendenza affettiva, dopo anni di sofferenza causata dalla perdita del suo primo amore, rinascerà scrivendo una canzone, dimostrando come questo dolore l’abbia aiutata in una ricerca di sé.

I CORTI D’AUTORE DELLA FICE  – (lunedì 13 aprile, ore 18, cinema Mariani)
Ogni anno la Federazione dei Cinema d’Essai seleziona corti italiani e internazionali che poi sono proposti nelle sale riconosciute dalla FICE. Grazie alla collaborazione con Cinemaincentro, il festival propone tre dei cortometraggi selezionati dalla prestigiosa federazione del cinema d’autore.

Al festival saranno presentati i cortometraggi:

LA CASA DI TUTTI dei Manetti Bros (Premio della Giuria al Festival di Cannes, miglior Cortometraggio al Sundance Film Festival). In un futuro distopico, una famiglia vive nella casa di tutti, un enorme edificio condiviso da migliaia di persone. Quando la figlia adolescente viene scelta per un programma di selezione, la madre dovrà affrontare una difficile decisione che metterà in discussione le fondamenta della loro esistenza.
UN FIGLIO di Carmen Giardina (Menzione Speciale al Festival di Venezia,  miglior cortometraggio Europeo agli European Film Awards). Una giovane donna, sola e in difficoltà economiche, scopre inaspettatamente di essere incinta. Mentre cerca di prendere una decisione sul da farsi, dovrà confrontarsi con le pressioni della società e le proprie incertezze sul diventare madre. PLAYING GOD di Matteo Burani (miglior cortometraggio al Toronto International Film Festival, premio della Critica al Clermont-Ferrand International Short Film Festival).  Un uomo si ritrova a giocare a Dio, decidendo le sorti di due vite in bilico. Mentre osserva gli eventi da un’altra dimensione, dovrà fare i conti con le conseguenze delle sue scelte e con la fragilità della condizione umana.
MARCELLO di Maurizio Lombardi (Miglior Regia al Festival di Berlino, premio del Pubblico al Tribeca Film Festival). Marcello, un uomo di mezza età, vive in una realtà solitaria e alienante. Quando una misteriosa donna irrompe nella sua vita, Marcello si troverà a dover affrontare i suoi demoni interiori e a fare i conti con un passato che credeva sepolto.
A DOMANI di Emanuele Vicorito (miglior cortometraggio Italiano al Torino Film Festival, premio speciale della Giuria al Festival di San Sebastián). Filippo, un ragazzo di 18 anni, lavora in un’azienda di pulizie per aiutare la sua famiglia. Quando viene licenziato ingiustamente, decide di intraprendere una pericolosa azione per rivendicare i suoi diritti e il futuro che gli è stato negato.

Guerra in Iran. Legacoop: «Aggravio di 1,8 milioni annui per le cooperative agricole della provincia»

Il rincaro dei carburanti e dei costi energetici mette in difficoltà le imprese romagnole. Con il termine del taglio alle accise previsto per il 7 aprile, Legacoop Romagna lancia l’allarme e chiede interventi strutturali per sostenere le filiere produttive, ormai a rischio di gravi effetti economici a catena.

Secondo il monitoraggio del centro studi di Legacoop, l’aumento dei costi di produzione, aggravato dalla guerra in Iran, sta colpendo tutti i settori. Le cooperative agricole della provincia di Ravenna, con 12mila ettari coltivati, denunciano rincari senza precedenti: il gasolio agricolo è passato da 0,67 a 1,38 euro al litro, mentre fertilizzanti come l’urea e il concime azotato hanno visto aumenti rispettivamente fino all’84% e al 33%. Solo per le operazioni di marzo, le sette cooperative braccianti ravennati stimano un aggravio di circa 30mila euro a settimana, con un impatto annuo complessivo di 1,8 milioni di euro.

Anche altre realtà del territorio risentono dei rincari. Apofruit Italia segnala un aumento del 10% dei costi di trasporto e container raddoppiati a 10mila euro, mentre Terre Cevico prevede un incremento dei costi energetici per il 2026 superiore ai 200mila euro, oltre alla sospensione di commesse estere. Ad Alfosine, Fruttagel stima un aumento complessivo dei costi tra 4 e 5 milioni di euro, tra energia, trasporti e imballaggi. Per i lughesi di Icel, produttrice di cavi elettrici, i rincari energetici potrebbero superare i 696mila euro annui, senza considerare le materie prime e i trasporti.

«Le imprese romagnole stanno affrontando una serie di crisi senza precedenti – commenta Paolo Lucchi, presidente di Legacoop Romagna –. Dopo la pandemia, la guerra in Ucraina e l’alluvione, ora la situazione in Medio Oriente rischia di generare inflazione e recessione. Servono risposte concrete e strutturali, non solo interventi emergenziali». Tra le misure indicate come più efficaci, oltre al prolungamento del taglio delle accise, c’è il rilancio del credito d’imposta per l’autotrasporto, già sperimentato all’inizio della crisi ucraina.

Anziana 78enne deruba una 83enne al supermercato: scatta la denuncia

I carabinieri di Massa Lombarda hanno denunciato una pensionata 78enne, ritenuta responsabile di un furto ai danni di un’altra anziana avvenuto lo scorso 3 marzo.

Secondo quanto ricostruito, una donna di 83 anni, residente a Massa Lombarda, si era recata a fare la spesa in un supermercato del paese. Al termine degli acquisti, mentre sistemava le borse all’interno della propria auto nel parcheggio, è stata derubata della borsa contenente documenti personali e 150 euro in contanti.

La vittima ha subito presentato denuncia ai carabinieri della stazione locale. Grazie alle indagini, i militari sono riusciti a ricostruire la dinamica dell’episodio e a identificare la presunta autrice del furto, che è stata poi denunciata.

«La burocrazia in Italia è diabolica e la cittadinanza per uno straniero diventa “La signora Meraviglia”»

«Un uomo insegue una giovane, poco più di una bambina, che corre disperata per salvarsi la vita. Lui è somalo, lei etiope, si chiama Abebech, e verrà abbandonata in Somalia con una figlia e un vuoto incolmabile dentro di sé. Molti decenni dopo, nel 2015 a Roma, Dighei è una signora etiope dal carattere ribelle. Ha bisogno di prendere la cittadinanza, il governo ha imposto nuove regole per gli stranieri, anche per chi è in Italia da quarant’anni insieme al resto della famiglia. La nipote Saba aiuta la zia a muoversi nella burocrazia di una città faticosa e contraddittoria. Tra memoir e saga familiare, La signora Meraviglia segna un debutto letterario di grande successo per la scrittrice Saba Anglana: edito da Sellerio e finalista al premio Strega 2025, il racconto vede l’artista italiana dalle origini somalo-etiopi confrontarsi con destrezza con la letteratura, definita dalla performer e cantante «la forma espressiva necessaria a vidimare ogni percorso artistico». Giovedì 2 aprile, Anglana presenterà il suo romanzo nella sala Muratori della biblioteca Classense, nell’ambito del primo appuntamento di “Scritture di Frontiera”, in dialogo con lo scrittore ravennate Matteo Cavezzali.

La sua carriera artistica nasce nella musica, quando ha sentito il bisogno di raccontare una storia con un altro linguaggio, quello della scrittura?
«Sono ibrida per vocazione, mescolare diverse arti mi viene naturale. Credo che le varie forme espressive siano come i colori di una tavolozza, voglio usarli tutti per esprimere al meglio la mia visione del mondo. Credo che la scrittura sia la sintesi tra razionalità e emotività: da una parte sei un architetto che costruisce capitoli e strutture, dall’altra un musicista che si lascia trascinare dal ritmo e dalla suggestione della parola. Credo che la maturazione di un performer o un arista non possa esimersi dal passare attraverso la scrittura».

Il suo debutto letterario l’ha subito portata tra i finalisti del Premio Strega. Come ha vissuto questo successo? Ha in programma di continuare a scrivere in futuro?
«Assolutamente sì, anzi, sto già lavorando a qualcosa di nuovo. In questo momento la scrittura mi è particolarmente congeniale: è come se stessimo intrecciando un rapporto simbiotico, nutrendoci l’una dell’altra. La candidatura allo Strega ha in un certo senso legittimato la mia posizione di artista italiana in Italia: ho maneggiato diverse lingue, parlato di frontiere e valicato confini, e la geografia ha sempre fatto parte del mio lavoro. Scrivere in italiano ed esordire in uno dei più importanti premi del Paese è stato come ottenere un passaporto simbolico, una conferma arrivata dai massimi esponenti della letteratura nazionale. Tuttavia, anche se tutto questo non fosse accaduto, sarei andata avanti comunque: un artista non si misura dai risultati, ma dalla maturità delle sue opere».

Il romanzo intreccia e sovrappone due storie, quella della bisnonna Abebech in Somalia e quella della zia Dighei in Italia, quanto e cosa c’è di vero?
«Tutto. Lo dico con un certo brivido. Ho dovuto condensare in 300 pagine una vicenda complessa, che unisce due continenti e tre paesi. La storia, gli scontri, un albero genealogico vasto e intricato hanno richiesto un grande lavoro di sintesi sul vero. Non ho dovuto inventare nulla per far tornare i conti, ma ho dovuto fare lo sforzo contrario, quasi spirituale:rivivere la mia storia dall’esterno per arrivare a restituirla come se non mi appartenesse. Quando sintetizzi tanta geografia e storia, personale e collettiva, il risultato è un superamento, una guarigione, una soluzione».

Oltre al lavoro di ricerca interiore, una scrittura come questa deve aver richiesto anche un’importante ricerca documentale.
«Dalla Guida d’Italia del 1938, con le geografie dell’“Africa italiana”, alle ricerche negli archivi bibliotecari, fino alle incursioni sul campo. Sono stata in Etiopia per vedere di persona ciò di cui parlo, ho intervistato i miei familiari sulla Somalia, cercato documenti e vecchie fotografie. Volevo che questo libro fosse estremamente denso di informazioni attuali e verificate, per offrire a chiunque lo desideri la possibilità di approfondire».

Seguendo le peripezie di zia Dighei, ci imbattiamo in un labirinto di burocrazia e paradossi, tanto da far diventare la cittadinanza “la Signora Meraviglia”. Qual è la dimensione del problema in Italia?
«Senza scomodare l’iter per la cittadinanza, basta pensare a quando riceviamo una multa o ci troviamo a seguire qualsiasi procedimento burocratico: anche chi è italiano, con documenti in regola, si trova spesso intrappolato in un circolo vizioso e paradossale. Sembra un meccanismo pensato per farci perdere tempo e creare una sorta di dipendenza dal sistema. Se gli italiani stessi incontrano difficoltà, pensiamo a chi è straniero e ha bisogno di documenti per lavorare, viaggiare, votare o accedere alla sanità: è diabolico. Seppur italiana dalla nascita, ho vissuto tutto questo in prima persona, accompagnando una parente nella “selva oscura” della burocrazia e vedendo con i miei occhi dinamiche squilibrate per chi non dispone di strumenti economici adeguati o non conosce le leggi necessarie per districarsi. Questo apparato, molto complesso, diventa un grande deterrente politico. Molti stranieri sono scoraggiati. Nel libro ripeto spesso “se mia zia non avesse avuto me?” chi è solo, infatti, mi dice spesso che non vede l’ora di lasciare l’Italia».

Nel libro, a contrasto di una realtà grigia di burocrazia e documenti c’è una forte componente spirituale. Perché questa scelta?
«La spiritualità dei luoghi che racconto fa da contrappasso alla decadenza della razionalità, ai problemi legati alle dinamiche di città, al cemento che falcia alberi e pinete. Dalla religione alle tradizioni popolari del Sud del mondo, fino alla psicomagia, credo che la spiritualità possa essere uno strumento molto forte per affrontare una società così smaccatamente materialista. Coltivare la propria parte spirituale non aiuta a sopportare il presente, ma a trasformarlo».

Quant’è importante per le persone migranti o per chi nasce in Italia da genitori stranieri mantenere questa identità multipla che emerge dal libro?
«Non si può codificare, dipende da ciascun individuo. Per me, un background variegato e così ricco da modo di avere molti più strumenti, come una lente amplificata per interpretare il mondo. Una geografia aumentata, la pluralità di voci nei ricordi di infanzia sono ricchezze oggettive: per me sono un vanto, una bellissima criniera. Ma per qualcuno potrebbero essere una complicazione, perché molti non sono in grado di reggere la complessità umana».

Entrare in contatto con queste storie può aiutare a combattere il razzismo?
«Non mi piace dare spazio alla parola razzismo, perché è la semplificazione di tematiche più complesse: aspetti di carattere economico, paure… Guardando all’Italia, credo che la maggior parte delle persone che vede lo straniero come una minaccia non si possa definire “razzista” nel senso assoluto del termine. Il problema nasce dalla convinzione che ci sia una divisione tra “loro” e “noi” e dalla mancata consapevolezza che questa linea di separazione può spostarsi col tempo. L’abbiamo visto con la pandemia: alcune manovre hanno portato ad escludere una parte della società in base alle proprie scelte, e non al colore della pelle, privando di fatto alcuni italiani di diritti di cui avevano sempre goduto. Improvvisamente sei tu quello escluso. La storia che racconto nel mio libro vuole mostrare come un documento abbia il potere di metterti dentro o fuori da un recinto, nella speranza di fare empatizzare il lettore con chi vive la sua intera vita in bilico sul confine. Non bisogna combattere il razzismo come forma astratta, ma potenziare empatia verso chi vive storie che potresti vivere anche tu. Non esiste un “noi” e un “loro”: la popolazione mondiale dovrebbe liberarsi dal giogo di chi usa la burocrazia come strumento di esclusione».

Porto Fuori, dopo oltre sessant’anni chiude il negozio Riceputi Arreda

Chiude definitivamente “Riceputi Arreda”, il negozio d’arredamento di via Bonifica, a Porto Fuori. L’attività era attiva dal 1962 (dal 1964 in via Bonifica) e, dopo la scomparsa del fondatore Ezio Riceputi, passò sei anni fa tra le mani delle figlie Antonella e Cristina.  Saluta così l’ennesima “bottega” storica, un punto di riferimento che per decenni ha servito clienti da tutta la provincia.

«La fine di un’attività commerciale in una piccola realtà lascia sempre un vuoto incolmabile – afferma Nicola Tritto, segretario comunale di Forza Italia -. È il segno tangibile di un tempo che cambia, ma che lascia dietro di sé la consapevolezza di aver vissuto e maturato valori veri accanto a persone indimenticabili. Sono sicuro che tutta la comunità di Porto Fuori ringrazi la famiglia Riceputi, nel congedo definitivo, per il senso di appartenenza e quella volontà di “fare famiglia”, sono davvero stati i veri pilastri di una storia professionale lunga e gloriosa. Una traccia indelebile che resterà per sempre nel cuore della comunità».

«I panni sporchi si lavano in casa, ma darli in pasto a tutti è catartico»

«Non c’è male peggiore di una famiglia divisa» è con questa citazione dall’Antigone di Sofocle, e una veduta sul teatro greco del Parco Archeologico di Sibari (in Calabria) che si apre Il quieto vivere, la nuova pellicola di Gianluca Matarrese. Un’opera che, con una forma ibrida tra documentario, cinema e teatro porta in scena una guerra familiare che ha i contorni di una tragedia greca.

Nato a Torino da mamma calabrese e padre pugliese, e parigino di adozione da oltre 20 anni, Matarrese ha debuttato nel 2019 con il suo primo lungometraggio Fuori tutto, il racconto su pellicola del fallimento dell’azienda di famiglia girato nel corso di sei anni, dal 2012 al 2018. Oggi torna a guardare i suoi familiari dietro la lente della telecamera: l’odio tra la cugina del regista e sua cognata diventa catarsi, le anziane zie si fanno coro tragicomico e la violenza resta sempre suggerita e mai mostrata. Forte di una formazione che intreccia cinema, teatro e televisione, dagli studi in Storia e Critica del Cinema Nordamericano e scrittura audiovisiva all’Università Paris 8, fino all’École Internationale de Théâtre Jacques Lecoq, Matarrese ha costruito negli anni un linguaggio personale e riconoscibile tra il rigore intellettuale e l’immediatezza pop. Presentato al Marrakech International Film festival e alla Biennale di Venezia 2025, Il quieto vivere è prodotto da Faber Produzioni, Stemal Entertainment, Elefant Films e Rai Cinema, con il contributo del Ministero della Cultura. Giovedì 2 aprile il regista sarà ospite di due sale della provincia: al Mariani di Ravenna in apertura e al cinema Sarti di Faenza per un commento a seguito della visione.

Che tipo di Calabria racconta questo film e da quali stereotipi prende le distanze?
«Sono cresciuto tra Nord Italia e Francia e, seppur abituato a trascorrere tempo in Calabria da quando ero piccolo, ho sempre vissuto il territorio con il profilo di uno straniero. Questo mi ha permesso di osservare ciò che mi circondava da vicino, pur mantenendo uno sguardo altro. Per anni ho seguito mia cugina mentre raccontava le sue storie: la scelta delle parole, la gestualità, le pause e i modi di dire mi hanno ispirato a restituire la teatralità delle donne della mia famiglia. Il risultato non vuole essere un ritratto caricaturale, ma un archetipo. Ho lavorato su questo archetipo celebrando il territorio: il film narra la storia di due donne moderne che si rinfacciano a vicenda questa modernità. Filmare “fuori stagione” poi mi ha dato modo di scoprire il potenziale cinematografico della Calabria in corso d’opera, con una varietà di paesaggi che passa dal ricordare la Nuova Zelanda al Far West».

La famiglia non è solo un’ispirazione, ma diventa materia viva e entra in scena, con i familiari come protagonisti sul set.
«Il quieto vivere è un gioco di famiglia. Un esercizio che in qualche modo si ricollega a Fuori tutto, seppur restandone agli antipodi. All’interno della pellicola, le persone diventano personaggi. Ho raccolto le storie di mia cugina abbozzando un canovaccio, poi ho filmato momenti reali, come il pranzo di Natale, lasciando a mia madre (una delle tre zie nel film ndr) il compito di scatenare i contenuti, lei sa bene dove mettere il dito: basta la parola “contatore” pronunciata al momento giusto per dare il via a un intero monologo, un copione naturale e spontaneo. Poi arrivano le fasi di scrittura: una a priori, dove si dà una traccia alla storia e una a posteriori, fatta di montaggi, riscritture e lavoro di scrematura su lunghi take. In questo contesto, il dialogo diventa materia viva e organica da plasmare per dare forma al film».

In Fuori tutto ha filmato la sua famiglia per sei anni, trasformando la quotidianità in documentario. Anche in questo nuovo lavoro, al di là della scelta dei protagonisti, c’è una componente documentaristica?

«C’è una grande componente documentaristica, possiamo dire di esserci limitati a costruire un set intorno alla realtà per portare i personaggi al pieno della loro possibilità. La storia è vera, l’odio tra mia cugina e sua cognata è vero: per entrambe questa storia rappresenta il documento visivo della propria verità. È stato importante per me non lasciar trapelare nessun giudizio mentre giravo: quello resta sospeso, e sta allo spettatore decidere».

Presentando il film, ha affermato che «le liti, se lasciate in casa, diventano troppo pericolose perché vanno troppo lontano». Cosa intende con questa affermazione?
«Siamo soliti dire che “i panni sporci si lavano in casa”, ma tra moralismi, sentimentalismi, politically correct e omertà sui meccanismi di famiglia, se i drammi non vengono sfogati attraverso una sorta di catarsi non fanno altro che crescere e radicarsi, dando origine nel peggiore degli scenari a un nuovo caso di cronaca nera. Questo film per me è una missione di pace, e forse ha salvato una vita. Invece di accanirsi nel nascondere una piccola dinamica privata, ho deciso di darla in pasto a tutti. Un modo efficace per sdrammatizzare».

Il film quindi è stato in grado di ricucire questa ferita familiare?
«Nei fatti quotidiani in realtà non è cambiato quasi nulla, la lotta continua. Ma oggi le vedo esprimere la rivalità tra loro proprio attraverso l’opera e senza scontri diretti: siedono allo stesso tavolo per presentare il film e, anche se non si parlano o lo fanno solo per dibattere, è bello vederle coinvolte in un progetto comune. È come se avessero fatto un figlio insieme».
 
Quali opportunità offre il documentario rispetto al cinema di finzione?
«Partire dalla realtà per produrre una storia che sembra scritta non è così diverso dal partire dalla finzione per imbastire una storia che sembri reale. La vera differenza è nel sistema di produzione: il documentario ti dà modo di girare subito, con dinamiche più immediate. Sperimentare tra documentario e cinema di finzione è un’importante libertà che concede il cinema indipendente, ho trovato un mio metodo, anche se non credo di aver inventato nulla. Basta pensare al neorealismo e al casting di attori non professionisti per dare vita a personaggi originali ispirati alla realtà quotidiana»

Cosa significa fare cinema indipendente al giorno d’oggi?
«Significa girare con pochi soldi e lavorare con la dimensione di rischio che nessuno veda mai il tuo film. Credo però che dovremmo tornare a questo tipo di produzione per contrastare l’enorme spreco di risorse che interessa il mondo del cinema. Nel cinema indipendente a fare il film è l’autore, non il guadagno. È un cinema che nasce ancora dall’esigenza di raccontare una storia».

Una unità di strada tra i senzatetto: 10 persone incontrate in un mese, una ha trovato lavoro

Nel quartiere della stazione ferroviaria di Ravenna, tra giardini Speyer e vie limitrofe, dall’inizio di marzo si sta muovendo un servizio di cosiddette unità di strada per aiutare chi vive per strada a trovare un percorso di uscita dal disagio. in orario serale una coppia di operatori (scelti fra figure come mediatori culturali, educatori o assistenti sociali) avvicina i senzatetto per avviare un dialogo e fornire qualche bene di prima necessità (kit per l’igiene personale e coperte) e informazioni utili in base ai bisogni della persona.

L’iniziativa è voluta dal Comune di Ravenna e affidata, tramite un bando della Regione, alla cooperativa sociale Villaggio Globale. L’obiettivo di fondo è migliorare il decoro della zona con un approccio preventivo che vuole “agganciare” – termine utilizzato degli operatori stessi – le persone fragili e in difficoltà che spesso finiscono per vivere di espedienti e a volte alimentano i numeri della microcriminalità.

Il sindaco Alessandro Barattoni ha comunicato l’avvio del progetto in occasione di un’assemblea pubblica con residenti e commercianti del quartiere che si è svolta il 31 marzo. «È una sperimentazione di sei mesi che fa capo all’assessorato per le Politiche sociali. Ogni mese saranno fatti incontri interni per monitorare lo stato di avanzamento e a settembre verrà fatto un bilancio complessivo». In marzo sono state fatte una decina di uscite e le persone agganciate sono state una decina.

Laura Ronga e Youssef Mouftakir fanno parte dell’unità di strada. Laura parla inglese, Youssef parla arabo, lei ha già fatto attività simili alla stazione Termini di Roma, lui è arrivato in Italia come minore non accompagnato: un mix di formazione, esperienze passate e entusiasmo è il bagaglio con cui si muovono tra viale Farini, via Carducci e viale Pallavicini.

«Le uscite sono fatte sempre in orario serale – spiegano i due giovani – perché cerchiamo di entrare in contatto con chi passa la notte per strada, sono le persone con le fragilità più marcate». I due operatori indossano una pettorina bianca con il logo di Cittattiva – l’ufficio comunale in via Carducci che offre vari servizi soprattutto per gli immigrati – e cercano di costruire una relazione con chi trovano ai margini: «Per quanto possa sembrare strano perché si parla di persone che vivono per strada – spiega Ronga – noi stiamo entrando nella loro sfera intima e serve cautela per conquistare la fiducia un po’ per volta. L’offerta di un bicchiere di tè caldo è la mossa con cui ci avviciniamo».

Finora gli incontri hanno riguardato uomini e donne, italiani e stranieri, tra i 30 e 60 anni, alcuni in strada da anni e altri da poco, alcuni con tossicodipendenze patologiche consolidate: «Alcuni non conosco i dettagli dei servizi a bassa soglia già disponibili in città. Il dormitorio, i servizi docce, i pasti della Caritas. Altri invece sono già passati in quei contesti e sono stati allontanati perché incapaci di seguire le regole. Il nostro è un ascolto non giudicante, ma non basta un incontro per avere chiaro il quadro delle situazioni, ci sono persone con storie complesse alle spalle che non si fidano subito».

Il primo mese, però, ha dato i primi frutti e alimenta l’ottimismo degli operatori: «Abbiamo incontrato due ragazzi tunisini di 31 anni, richiedenti asilo, molto amici fra loro. Insieme hanno fatto il percorso migratorio per arrivare in Italia all’inizio del 2026 e sono a Ravenna da poco. Ci hanno chiesto molte informazioni. Siamo riusciti a farli entrare al dormitorio, mentre attendono una sistemazione nei centri di accoglienza straordinaria, hanno chiesto informazioni per i corsi di lingua italiana e uno dei due ha superato un colloquio e farà il lavapiatti per l’estate in un ristorante a Punta Marina».

L’universo di Star Wars rivive grazie ai Nomads. «Ricreiamo un piccolo angolo di Galassia»

Cavalieri e spade laser, astronavi futuristiche, pericolosi Sith e droidi amichevoli: l’universo di Star Wars, con le sue storie e i suoi personaggi, ha da tempo trasceso i confini dello schermo e della fantascienza trasformandosi in un fenomeno di culto intergenerazionale. Ma in che modo una saga quasi cinquantenne riesce ancora a sopravvivere e a parlare alla contemporaneità? Per Roberto “Roby” Rani, ravennate classe 1974, il segreto è «nel viaggio: non solo quello “fisico”, in una galassia lontana lontana, ma l’astrazione di un universo fantastico che offre una via di fuga da una quotidianità sempre più allarmante». Nella vita Rani è il responsabile logistico di un’azienda di guarnizioni a Fornace Zarattini, ma nel tempo libero veste i panni di un cacciatore di taglie, tra elmi, armi stampate in 3D e uniformi logore.

È proprio per dare vita e materia a un frammento di quell’universo fantastico che nel 2010, insieme a Marco Puglia, Gabriele Galli, Federico Salatelli e Matteo Diversi, tutti appassionati di Guerre Stellari, nasce EmpiRa, il primo fanclub sul tema in città. «Uno spazio sicuro, una “club house” dove passare tempo di qualità tra persone che condividono le stesse passioni». Fin dal primo momento, il club si è dato degli obiettivi, tutti portati a termine nel corso di questi 15 anni: produrre un fan film, organizzare una convention e una maratona dei titoli della saga. Al 2025 gli iscritti al club sono circa 300 e, nel tempo, si è aggiunto un nuovo progetto: l’istituzione di un gruppo di costuming.

Nomads nasce nel 2023 e, da dicembre 2024, è diventato il primo fan group italiano ufficialmente riconosciuto dalla Lucasfilm. «Anche in questo caso tutto è partito come un gioco tra amici – spiega Rani –. Abbiamo creato i costumi, realizzato gli shooting e sottoposto il materiale alla commissione della casa di produzione cinematografica. Per loro è importante incentivare i progetti dei fan, ma bisogna attenersi a delle linee guida precise». Per questo il gruppo si è reso indipendente da EmpiRa: non può essere un’associazione o un’organizzazione registrata ma può partecipare a fiere e soprattutto a eventi benefici.

L’attività dei Nomads si inserisce a metà tra il cosplay e la rievocazione storica: lo scopo dei gruppi di costuming infatti va oltre il “travestimento” e cerca di ricostruire i costumi, gli scenari e gli atteggiamenti dei protagonisti della saga nella maniera più accurata possibile, cercando di reperire pezzi vintage o oggetti di scena scovati su Vinted e mercatini, oppure cucendo la pelle o stampando in 3D armi, elmi, pezzi di armatura e tutto quello che può aiutare a rendere un costume “swibes” (termine da loro inventato per identificare un costume che porta immediatamente alla mente l’estetica della saga).

Nello specifico, il gruppo dei Nomads si concentra nel dare vita a personaggi originali: non si replicano i costumi dei protagonisti iconici, ma si immaginano le vite e le storie di tutti gli altri “cittadini dell’Impero” che fanno da sfondo a Jedi e Stormtrooper. «Un gruppo di costuming va oltre il semplice cosplay. Il cosplay è un’attività individuale e il dettaglio non è sempre così importante. Noi cerchiamo di presentare uno stand immersivo, di ricreare un piccolo angolo di Galassia – precisa Rani –, la costruzione dei costumi è lunga e spesso anche costosa, cerchiamo di reperire props uguali a quelli usati nei prodotti ufficiali, tra cui materiale militare, uniformi belliche ma anche giocattoli in scala 1:1 prontamente modificati, e ci aiutiamo a vicenda nel realizzare artigianalmente i dettagli». Il gruppo conta 36 membri ufficiali: per partecipare non è necessario avere già un costume o abilità in ambito sartoriale ma è richiesta tanta passione e interesse verso la galassia di Star Wars: «È fondamentale per noi, creare una backstory ai nostri personaggi, coerente con l’universo immaginato da George Lucas, un po’ come succede nei giochi di ruolo da tavolo come D&D o nei larp (giochi di ruolo dal vivo ndr)» aggiunge il presidente.

Il gruppo, tuttavia, non si occupa di combattimenti con le spade laser coreografati o indirizzo sportivo, ma collabora con realtà dedicate. I costumi vengono poi approvati da una commissione interna di giudici, secondo dei parametri ben precisi e severe linee guida. In questi due anni i personaggi sono stati portati all’interno dell’ospedale di Bologna, per infondere un po’ di magia nei reparti di pediatria, e in diverse fiere di settore come il Nerd Show o il Play di Bologna, il Gardacon o il Comofun. In febbraio c’è stato invece un servizio fotografico in Normandia per cinque figuranti del gruppo. «Tra i progetti c’è anche quello di portare lo stand al Lucca Comics and Games e magari, forze permettendo, creare un nuovo evento a Ravenna per i 50 anni di Star Wars, nel 2027».

Nel 2019 EmpiRa ha organizzato Ravenna Strikes Back, una convention che ha radunato fan e appassionati da tutta Italia, mentre nel 2017 il fan club ha scritto e prodotto il cortometraggio Sacrificio: Unofficial Star Wars Story, girato interamente su territorio ravennate, da Marina di Ravenna all’Oasi di Punte Alberete e la pineta di San Vitale, ma anche utilizzando strutture abbandonate e alcuni residuati della Seconda guerra mondiale. Il fan-film, firmato da Rani e Puglia e diretto da Michele Lugaresi e Alessandro Randi, è stato poi presentato ufficialmente al Lucca Comics nel 2019: «Realizzare il film è stato bellissimo, riguardarlo… meno – sorride Rani –. In quanto fan siamo molto critici sul nostro lavoro, ma siamo felici di aver raggiunto questo traguardo. Avevamo iniziato un percorso di crowfunding, ma abbiamo avuto problemi per i diritti e abbiamo finanziato il progetto internamente».

Guardando al futuro del fandom, la speranza è quella di un ricambio generazionale che sembra tardare ad arrivare: «Il fandom di Star Wars è uno dei più longevi in Italia. Negli anni è cambiato, certo, abbiamo abbandonato i forum in favore delle più immediate community di Whatsapp. L’età media degli appassionati però rimane alta» ammette il presidente. Il club ravennate è composto principalmente da over 40, con qualche trentenne e pochi ventenni. «Soprattutto i nostri figli – scherza Rani –. Purtroppo la saga non ha saputo reinventarsi completamente come altri prodotti sul mercato: i più giovani sembrano interessati maggiormente al mondo Marvel, a Harry Potter o Stranger Things. I nuovi prodotti dell’universo di Lucas sembrano creare spaccature anche tra i fan di vecchia data: a serie come The Mandalorian o Andor, che hanno ridato respiro e speranza alla saga, si sono alternate uscite più controverse, come la trilogia del 2015 o la miniserie The Book of Boba Fett, Obi-Wan Kenobi o The Acolyte».

A Sant’Alberto un incontro sul futuro dei servizi per gli anziani

Il sistema dei servizi per le persone necessita di un ripensamento. Se ne  discuterà mercoledì 8 aprile alle 17 a Sant’Alberto, nella Sala Agrisfera della Casa residenza Don Zalambani (via Nigrisoli 22), durante l’incontro “Scenari evolutivi dei servizi per le persone anziane”. 

La tavola rotonda sarà l’occasione per affrontare le principali questioni riguardanti il futuro dell’assistenza degli anziani: dalla questione demografica alla carenza di figure professionali, dagli stili di vita in grado di ridurre la cronicità alla figura dei caregiver, fino all’impiego delle tecnologie e al diritto alla cura. Si discuterà inoltre del futuro delle strutture residenziali e dei centri diurni e della ricerca delle risorse economiche necessarie.

«Ci troviamo di fronte a un cambiamento epocale nei servizi per le persone anziane – sottolinea Antonio Buzzi, presidente di Solco Ravenna -. Nei prossimi vent’anni avremo da una parte la generazione delle persone nate durante il boom economico, tra 1946 e il 1964, con un conseguente aumento della domanda dei servizi. Parallelamente avremo una forza lavoro sempre più scarsa, appartenendo alla generazione Z, nata dopo la metà degli anni Novanta, quando le nascite sono drasticamente diminuite. È evidente la necessità di un cambiamento generale del sistema dei servizi agli anziani, per poter garantire la sostenibilità del sistema e delle famiglie».

«Il problema che dovremo affrontare è nuovo per dimensioni ma facilmente prevedibili – aggiunge Serafino Ferrucci, presidente cooperativa Don Zalambani -. Le modalità con cui offriamo servizi agli anziani oggi sono quelle del passato e devono evolversi: è necessario sviluppare nuove soluzioni per alleggerire le liste di attesa alle strutture residenziali, riservandole ai casi più complessi, e investire maggiormente sulla domiciliarità e sulla flessibilità dei servizi».

L’appuntamento è aperto a tutta la cittadinanza. Per maggiori informazioni 0544 528111

Tutto il teatro di Marco Martinelli: «Quando scrivo voglio sprofondare, ma la luce alla fine si trova»

Venerdì 3 aprile (ore 17), al Cortile di via Paolo Costa, l’apertura della rassegna curata da Ivano Mazzani “I sabati al cortile” vedrà protagonista Marco Martinelli, che nell’incontro Le Albe e noi presenterà, insieme a Silvia Rossetti (drammaturga del collettivo Spazio A/ Teatro) e Giuseppe Di Giacobbe (spettatore teatrale), i due volumi Teatro 1988-2010 e Teatro 2010-2020, editi da Marsilio nel 2024 e curati da Valentina Valentini. Un’ottima occasione per una chiacchierata con il drammaturgo, regista e fondatore delle Albe insieme a Ermanna Montanari.
Marco, nei due volumi sono selezionati undici tuoi testi teatrali, a partire da Ruh. Romagna più Africa uguale fino a Madre. La divisione è puramente cronologica o si possono individuare anche scarti tematici tra i due libri?
«Non direi che nelle tematiche ci siano divisioni di sorta, Rhu, Siamo asini o pedanti?, Bonifica, I Refrattari e gli altri testi del primo volume raccontavano una certa Italia, magari con un focus più regionale, mentre la tematica italiana nel secondo volume prende uno sguardo più nazionale. Però poi testi come Pantani, Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi o Va pensiero, nel secondo volume, sono pieni di tematiche etiche, politiche, di indignazione e di una ricerca nel mettere insieme cuore e ragione per provare a stimolare la comunità, come succede negli scritti del primo libro. Quindi direi che, nelle loro diversità, tendo a vederli tutti legati a delle ossessioni mai sparite ma piuttosto trasformate nel tempo. Sicuramente Dante è un elemento molto presente, anche solo come fantasma, in quasi tutti i testi che ho scritto, per una citazione, un mezzo verso, un’allusione».
Definisci sempre i testi in modi diversi con dei sottotitoli, tipo “farsa filosofica”, “drammetto edificante”, “favola patriottica” e così via. Sembra proprio un rimarcare che non hai schemi, che il testo passa dall’oralità per arrivare allo spettacolo senza esserne il fondamento assoluto.
«Il fatto è che ogni volta c’è un assillo nuovo e ogni volta ci sono anche interpreti nuovi, sebbene Ermanna sia il filo rosso di tanti testi. E proprio Ermanna è fondamentale per la nascita degli spettacoli, non a caso nel primo volume compare insieme a me sulla copertina. Io sono, sì, l’autore della drammaturgia, però l’ideazione, che è un concetto cardine, è sempre anche sua. Prima di tutto io e lei ragioniamo su quella che sarà la prossima mossa, di cosa dobbiamo trattare. Mi ricordo, ad esempio, che volevamo mettere in scena L’anima buona di Sezuan di Brecht, ci abbiamo pensato per sei mesi e poi è invece nato Pantani. Sono processi bislacchi quelli dell’ideazione, come quando il gatto pesta con le zampe per trovare la posizione, ecco l’ideazione è un po’ così, si va avanti, cerchi un’idea, non sei convinto, e a un certo punto succede qualcosa. Con Pantani più che mettere in scena Brecht abbiamo scritto il nostro Brecht, in un qualche modo. I sottotitoli sono poi un piacere, una gioia trovarli ogni volta, sono essi stessi un titolo alla fine, hanno una loro valenza, non sono neutri, non indicano un genere, sono delle immagini. “Drammetto edificante”, che citavi, per I Refrattari, ha a che fare sia con i mattoni, quindi l’edificare, ma dall’altra parte c’è anche l’idea dell’edificante come aggettivo, della possibilità di riflettere su quei mattoni refrattari. Mi diverto sempre molto a trovare il sottotitolo».
I tuoi testi si potrebbero definire politici, in quanto raccontano l’Italia e la realtà prendendo posizione, aggredendo pregiudizi e stereotipi e provando a stimolare lo spettatore con la potenza del pensiero, ma ancor più sono politttttttici, con sette t (un termine coniato da Martinelli stesso negli anni ’80, ndr), ossia scevri dagli schemi ideologici.
«L’ideologia parte da una presunzione di chi scrive, quella di possedere una verità e quindi di comunicarla con l’arroganza di chi ha la verità in mano. Ma se vivi il teatro – una delle poche trincee di umanità rimaste – come una liturgia nel senso etimologico, cioè “azione di popolo”, in cui quindi non c’entrano le fedi precostituite, è un’azione sacra, è un guardarci tutti negli occhi, guardare le nostre pecche, i nostri mali, ma guardare anche il nostro desiderio di altro, di superare questo “legno storto”, come Kant chiamava l’umanità. C’è sempre il desiderio, il sogno di poterlo raddrizzare, questo legno storto, soprattutto in tempi come questi. Che poi i tempi erano così anche quando scrivevo Ruh. Romagna più Africa uguale, nel 1988, il mondo era pieno di guerre. Adesso ce ne rendiamo conto perché le bombe ci cadono vicino a casa ma trenta, quarant’anni fa era la stessa cosa, l’ingiustizia del mondo era altrettanto radicale e noi, nel nostro piccolo di trentenni, sentivamo che bisognava misurarsi anche con quello e non solo con questa sorta di oasi europea. Dunque, sì, il politttttttico, con sette t, è un tentativo di dire, in poesia, la nostra condizione di esseri umani, che non rinunciano a interrogarsi su quello che sono, proprio nonostante la caduta delle ideologie, e credo che la politica sia esattamente questo, interrogarsi e agire di conseguenza».
Trovo la tua scrittura allo stesso tempo lineare, niente affatto ostica ma complessissima, e vedendo i tuoi spettacoli e leggendo i tuoi testi io ho sempre avuto in mente questa immagine: come entrare in un ascensore da edificio di lusso, con la moquette e la musichetta lounge in sottofondo e poi di botto sprofondare nel vuoto a velocità folle. Che tipo di lavoro c’è dietro a ciò?
«In quest’immagine mi ci riconosco completamente. Si lavora ogni giorno, dalle prime righe scritte a quelle di oggi, dopo oltre quarant’anni. È importantissimo il macerarsi continuamente nella scrittura, dall’altra parte però è anche vero che l’immagine dell’ascensore è un po’ come mi batte il cuore, come mi circola il sangue nell’organismo, e quello è un qualcosa che tutto sommato non ho scelto, mi sono trovato a essere così. Che poi, una volta che l’ascensore è arrivato all’inferno, in fondo alla caduta, non riesco mai a chiudere i testi lì. In un senso dantesco, dalla selva oscura comunque una via misteriosa per uscire c’è sempre, non possiamo non crederci, e già il fatto di crederlo fa apparire l’uscita, la luce, il ritornare su».
Ci sono novità in arrivo, altri libri, film?
«Te lo dico in anteprima assoluta, presto uscirà il mio primo romanzo, storico, che si intitola Pietra, acqua, sogno. Vita di Francesco Borromini e sarà pubblicato da Ponte alle Grazie entro l’anno. Sto poi lavorando sul film Madre, abbiamo già fatto le riprese e come gli altri film è una reinvenzione assoluta del testo teatrale omonimo, lo dovremmo presentare in novembre al FilmMakerFest di Milano».

Taglio del nastro per la nuova sede dell’Asppi in viale Baracca

Ecco il video dell’inaugurazione a Ravenna, in viale Francesco Baracca 5, di una nuova sede dell’Asppi, associazione sindacale dei piccoli proprietari immobiliari, con l’obiettivo di consolidare la propria presenza locale e rilanciare il ruolo dell’organizzazione in una fase delicata per il mercato immobiliare. All’apertura erano presenti, tra gli altri, il sindaco Alessandro Barattoni e il presidente nazionale Alfredo Zagatti.

A questo link il nostro articolo sull’inaugurazione.

Arrestati i tre accusati dell’incendio al calzaturificio. Pianificavano anche rapine e sequestri contro la titolare

I carabinieri hanno arrestato le tre persone indagate per incendio doloso per il rogo al calzaturificio Emanuela di Bagnacavallo nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 2025. I militari hanno eseguito stamani, 31 marzo, l’ordinanza di custodia cautelare richiesta dalla procura della Repubblica e di cui aveva dato notizia l’edizione odierna del quotidiano locale Il Corriere Romagna.

In manette una 41enne di origini marocchine e il compagno 48enne, residenti a Fusignano, e un 42enne rintracciato in provincia di Salerno. Secondo la ricostruzione degli investigatori, i tre indagati hanno avuto dei ruoli ben delineati: la donna avrebbe ideato il piano, il compagno le avrebbe fornito supporto logistico per individuare il complice e accompagnarlo a bordo della propria autovettura nei pressi del calzaturificio, il terzo uomo avrebbe materialmente appiccato le fiamme all’interno del capannone di via Tarroni in cambio di denaro. I rilievi tecnici e sopralluoghi dei carabinieri e dei vigili del fuoco avevano permesso di riscontrare la presenza di un liquido accelerante, confermando la natura dolosa del rogo.

Il movente starebbe nel forte risentimento della 41enne nei confronti della titolare dell’azienda. Attriti scaturiti da controversie per una eredità contesa e uno sfratto in corso. La 41enne aveva una relazione sentimentale con lo zio della titolare e non aveva accettato che alla sua morte l’uomo avesse lasciato l’abitazione – dove la 41enne viveva con il figlio avuto in precedenza co il 48enne che è stato ora arrestato – in eredità alla nipote e al fratello. Questi ultimi avevano avviato le procedure di sfratto. Le intercettazioni hanno rivelato un quadro allarmante. Il trio di accusati stava pianificando ulteriori atti intimidatori: potenziali rapine o addirittura sequestri di persona.

Il capannone incendiato era adibito allo stoccaggio di materie prime. Le fiamme hanno distrutto materiali e causato ingenti danni strutturali all’edificio per una stima complessiva di circa mezzo milione di euro, comportando anche l’interruzione dell’attività produttiva.

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