Congresso Pd, de Pascale: «Renzi? È cambiato, è il miglior candidato premier»

Il sindaco di Ravenna, coordinatore della campagna per Bersani nel 2013 e vicino alle posizioni del ministro Martina, è tra i sostenitori della mozione del segretario uscente

Sindaco di Ravenna dal 2016, Michele de Pascale è stato segretario provinciale del Pd dopo Alberto Pagani (che sosteneva la sua candidatura) e anche coordinatore della campagna per Bersani per le primarie del 2013. Molto vicino alle posizioni del ministro Maurizio Martina, è tra i sostenitori della mozione Matteo Renzi.

Sindaco, non siamo abituati a vedere il gruppo dirigente così diviso. Perché non sostiene Orlando come tanti suoi colleghi della Bassa lughese con un percorso politico simile al suo?
«Prima di scegliere ho valutato la proposta di Orlando e Renzi, e ho trovato tantissimi punti di sintonia, il che non può stupire visto che hanno condiviso 1.000 giorni di governo. E anche per questo il congresso si sta svolgendo in un clima di grande serenità. La mia valutazione è che qui non scegliamo solo il segretario del Pd, ma il leader del centrosinistra e credo che Renzi possa essere la persona migliore in questo momento da mettere in campo, anche perché ho visto una disponibilità a cambiare alcuni atteggiamenti e a correggere il tiro su alcuni temi».

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Per esempio i voucher. Lei ha plaudito all’abolizione senza se e senza ma attirandosi anche molte critiche, per far capire bene che è di sinistra anche se vota Renzi?
«Avevo firmato per due sì anche ai referendum della Cgil, non mi si può certo accusare di incoerenza. Ci sono valori non negoziabili e questo è uno di quelli. Credo che il lavoro flessibile vada normato, ma resto convinto che i voucher non fossero lo strumento giusto e che un’ora di lavoro precario debba costare più di un’ora di lavoro stabile, così come peraltro prevede il Jobs act con uno sgravio di Irap del 10 percento a chi stabilizza. Ovvio che adesso la credibilità del governo passa dalla capacità di riempire a breve il vuoto normativo».

A proposito di Jobs act e lavoro. Cosa ne pensa dell’ultima dichiarazione del ministro Poletti, renziano, sul calcetto come luogo in cui instaurare relazioni di lavoro?
«Un’uscita infelice, l’errore è stato contrapporlo al curriculum, che deve restare la conditio sine qua non».

Ma quante “uscite infelici” può fare un ministro secondo lei?
«Sarebbe opportuno che fossero meno, in effetti. È chiaro che il ministro Poletti è stato preso un po’ di mira, ma in un momento di crisi come questa per i giovani, credo che certe reazioni siano più che comprensibili».

Torniamo alla mozione. Lei dice che Renzi ha mostrato segni di cambiamento, merito di Martina? Crede davvero che possa incidere?
«Da non pochi anni nutro una sincera stima per Martina, con cui ho anche un rapporto di amicizia. Non è stata tanto la formula del ticket a pesare sulla mia scelta, ma il fatto stesso che una persona come lui abbia scelto di contribuire alla mozione. Martina ha dimostrato grande capacità di unire e ha caratteristiche complementari a quelle di Renzi, anche rispetto al tema del partito. Sono fiducioso che le sue posizioni troveranno attuazione».

Martina saprà anche unire, ma ha da poco dichiarato che non ci può essere dialogo con i secessionisti di Mdp. Lei però ha addirittura un assessore in giunta di Mdp, Baroncini, e in generale ha sempre perseguito una politica di alleanze a sinistra lontana da quella di Renzi a livello nazionale…
«Il problema sollevato da Martina riguarda l’atteggiamento degli esponenti di Mdp a livello nazionale, che non sembrano far altro che criticare il Pd, a volte mancando anche di rispetto, cosa che a livello locale non succede e non è successa. Ci sono opinioni diverse, ma un progetto comune per la città. Detto questo, però, Martina ha sempre mantenuto un dialogo aperto con Pisapia e ha avuto un ruolo centrale nella sua elezione a sindaco di Milano».

E lei pensa che questa posizione prevarrà? Ma non sarebbe più sicuro votare Orlando come il suo predecessore alla segreteria provinciale Pagani?
«Premesso che secondo me Alberto Pagani è stato il deputato perfetto per il Pd, perché ha sempre detto ciò che pensava ma ha sempre votato secondo quanto deciso dalla maggioranza, credo che anche in larga parte di chi vota OrIando ci sia la consapevolezza che Renzi è il favorito e probabilmente vincerà e mi aspetto che Renzi dal minuto dopo coinvolga la minoranza, come del resto fece con Cuperlo. Come ho detto, io credo di dover dare una mano in questa fase a far vincere chi poi dovrà essere candidato alle elezioni tra un anno».

Renzi è favorito. Si potrebbe pensare che eserciti quindi il fascino del carro del vincitore…
«Contesto in radice questa obiezione. Non sono diventato renziano quando Renzi aveva il 40 percento. Il carro adesso è tutto da guadagnare, e non ci sono partite già vinte a un anno dalle elezioni; sto cercando di dare una mano per far ripartire il Pd, senza il quale non si può pensare a un governo di centrosinistra in questo paese. Ed è una scelta che ho fatto dopo aver visto importanti segnali di cambiamento da parte dell’ex segretario, tra questi appunto la vicenda dei voucher».

E se tra un anno Renzi perde le elezioni?
«Si aprirà una nuova fase congressuale, è evidente. Non a caso avevo chiesto, più o meno da solo, che il congresso fosse rimandato a dopo il voto…»

Una domanda personale per chiudere: come ha vissuto l’addio al partito di personalità che sono state, se non sbaglio, suoi mentori politici in passato, come Vasco Errani o Miro Fiammenghi?
«È evidente come per una generazioni di giovani, penso anche ai sindaci della provincia dove molti hanno la mia età, questo sia un passaggio molto doloroso e ho visto anche la sofferenza di chi ha fatto la scelta di andarsene, una scelta che rispetto anche se ritengo sia la più sbagliata possibile. Certo è vero che ora si apre una fase nuova, e noi amministratori più giovani dovremo farci carico sulle nostre spalle di ulteriori responsabilità, rispetto a quelle che già avevamo sapendo che comunque la larga parte di coloro con cui abbiamo fatto politica in questi anni sono rimasti nel Pd».

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