domenica
25 Gennaio 2026
Referendum

Il giudice: «La riforma Nordio indebolisce l’autonomia dei magistrati»

Paolo Gilotta è in tribunale a Ravenna dal 2018 e nella struttura regionale dell’Associazione magistrati: «Il pluralismo delle correnti interne è un valore»

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«In questa riforma della giustizia vedo il rischio di una maggiore ingerenza delle maggioranze di governo sulla magistratura. Il timore di sanzioni disciplinari potrebbe portare un magistrato a fare un passo indietro di fronte a un procedimento che investa interessi intoccabili, magari presidiati da forze politiche un po’ belligeranti». Sono le parole di Paolo Gilotta, giudice civile ordinario in tribunale a Ravenna, per spiegare la sua adesione al comitato per il No al prossimo referendum costituzionale.

Nato in Sicilia, dal 2018 Gilotta è al tribunale di Ravenna (di cui il padre Bruno è stato presidente dal 2008 al 2017) e da un anno componente della struttura regionale dell’Associazione nazionale magistrati (Anm).

«Non temo una svolta autoritaria immediata– ci tiene a precisare il giudice –, però credo che l’effetto complessivo sia un indebolimento dello strumento di tutela dell’indipendenza della magistratura. Al cittadino sembrerà che non cambi nulla perché avrà sempre di fronte un pm e un giudice, ma nelle vicende più delicate il denunciante o la parte potrebbe trovarsi un magistrato meno sicuro di portare avanti l’indagine o pronunciare una certa sentenza. Mi auguro non sia così per la fiducia che ho nei colleghi».

I timori di Gilotta sono legati alla composizione dei nuovi Csm previsti dalla riforma proposta dal ministro Carlo Nordio. In particolare, per la figura dei membri laici che saranno sorteggiati da un elenco di figure professionali competenti composto dal Parlamento: «Saranno un terzo del totale, ma rischiamo che si tratti di una componente minoritaria con la spilletta del partito sulla giacca, molto attrezzata, investita di mandati specifici e con un compito di indirizzo. La parte maggioritaria dei togati, invece, verrà sorteggiata dai novemila magistrati in servizio in Italia e, per quanto professionalmente capace, sarà senz’altro disunita e caotica».

Di fatto la categoria non avrà diritto di voto nella scelta dei membri del proprio organo di vertice: «Non accade per nessun altro ordine in Italia. Mi pare una soluzione eccessiva, talmente eccessiva da farmi sospettare che non sia stata pensata per eliminare le correnti dall’organo di governo autonomo ma, appunto, per indebolirlo».

La situazione attuale, che arriva dal criterio scelto dai padri costituenti, prevede la composizione per elezione, lo scenario post riforma sarebbe il sorteggio completo: «Forse c’era margine per una via di mezzo. Magari lasciare alla magistratura la possibilità di eleggere i componenti di un elenco più ristretto da cui poi estrarre i nomi effettivi. Credo sarebbe stato un punto di compromesso sicuramente più accettabile».

Però Gilotta non indossa i panni del difensore della categoria a tutti i costi: «Ho un orientamento molto critico nei confronti del modo in cui la magistratura ha governato se stessa nel recente passato. Con lo scandalo Palamara credo si sia toccato il punto più basso. Ma al tempo stesso considero un valore il pluralismo giudiziario espresso dai gruppi associativi e inquietanti alcuni tentativi di vera e propria intimidazione o ritorsione, taluni pervenuti dall’interno del Csm, contro singoli magistrati o interi tribunali all’indomani di decisioni sgradite. Penso alla conferma degli arresti domiciliari a Giovanni Toti da parte del tribunale del Riesame di Genova, quando si disse che i giudici avevano usato un linguaggio troppo duro; penso al caso Artem Uss; penso al recente caso Lo Voi. Persino nella vicenda della famiglia del bosco si è invocato del tutto impropriamente l’intervento disciplinare».

I sostenitori del Sì al referendum citano, tra i pregi della riforma, la divisione delle carriere tra giudici e pm. «Si dice che finora è stato come se l’arbitro e i giocatori di una squadra abbiano condiviso lo spogliatoio – riflette Gilotta –. Ma nessuno sottolinea che i giocatori dell’altra squadra, gli avvocati, hanno il privilegio di giocare la partita e poi andare a fare le regole del gioco in Parlamento; non solo: possono e potranno pure continuare a sedere tanto nello spogliatoio dei giudici, quanto in quello dei pm. Nulla contro gli avvocati, ne faccio una questione di coerenza logica e sistematica: perché il rischio di contaminazione dell’attività giudiziaria per ragioni di carriera deve riguardare solo il rapporto giudice-pm e non anche quello giudice-avvocato?».

Un’ulteriore considerazione sul tema della terzietà: «Se si trattasse davvero di un problema ordinamentale perché si dice che non può esservi terzietà finché il giudice appartiene alla stessa struttura professionale di una delle parti, dovremmo dichiarare l’incostituzionalità della giurisdizione onoraria e probabilmente pure di tutte le figure ausiliarie di giustizia incarnate da avvocati come il delegato alle vendite».

A chi teme eccessiva vicinanza tra magistrati inquirenti e magistrati giudicanti, Gilotta replica così: «La carriera di un magistrato non si decide tra colleghi dello stesso tribunale. I rapporti di vicinanza o amicali non dipendono, del resto, dalle carriere o dalle correnti, ma dal fatto che un pugno di professionisti condivide per 10 anni le stesse aule, mentre assiste all’avvicendarsi di centinaia di avvocati diversi. Con alcuni dei quali, peraltro, stringe i medesimi rapporti di vicinanza o amicizia. E in ogni caso la soluzione, se il problema esiste, non credo che debba rintracciarsi nell’abbassare il pm al livello dell’avvocato, quanto nell’elevare quest’ultimo verso la magistratura. Tutti a invocare l’Inghilterra quale modello ispiratore del giusto processo, ma nessuno che citi mai la figura del barrister». Il riferimento è all’avvocato specializzato nella rappresentanza legale in giudizio, specialmente nelle corti superiori, che lavora spesso in modo autonomo e fornisce consulenza legale specialistica, distinguendosi dal solicitor che ha un contatto diretto con il cliente e si occupa degli aspetti stragiudiziali.

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