Il Parlamento italiano a settembre 2025 ha approvato una legge, su proposta del ministro leghista Roberto Calderoli (Affari regionali e Autonomie), per valorizzare le montagne. L’intento è il contrasto allo spopolamento attraverso agevolazioni economiche di vario tipo e un migliore accesso ai servizi essenziali. La legge mira a riorganizzare lo scenario definito da una norma degli anni Cinquanta e poi ritoccato da interventi legislativi successivi.
Un decreto ministeriale in discussione definirà i nuovi criteri di classificazione tenendo conto di altitudini e pendenze. Secondo la prima stesura, l’effetto principale della legge Calderoli, contestato da molte parti del centrosinistra locale e regionale, sarà una drastica riduzione dei territori destinatari degli incentivi: attualmente oltre 4.500 Comuni italiani sono classificati montani (su quasi 8mila).
Sono tre i comuni della provincia di Ravenna potenzialmente coinvolti: Brisighella, Riolo Terme e Casola Valsenio. Le certezze, al momento, riguardano solo Casola: dovrebbe mantenere lo status di Comune montano come è stato finora. Per gli altri due municipi, invece, c’è meno chiarezza. Il Pd lancia l’allarme perché non saranno più montani (in coro con i due sindaci, di cui uno di centrodestra). Fdi risponde che Brisighella e Riolo non sono mai stati classificati come montani. La divergenza deriva dall’esistenza anche di una legge regionale dell’Emilia-Romagna per le montagne con un suo elenco di Comuni montani diverso dall’elenco dello Stato.
Nel suo intervento al consiglio regionale del 18 febbraio, l’assessore della Regione Emilia-Romagna alla Montagna e alle aree interne, Davide Baruffi, ha rimarcato la volontà di procedere a un riordino della legge regionale, per contrastare gli effetti del nuovo impianto normativo e per garantire che la perimetrazione dei comuni montani resti inclusiva. La promessa è di aumentare le risorse regionali per i Comuni che rimarranno esclusi dai fondi nazionali. Con i voti della sola maggioranza di centrosinistra, l’assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna il 18 febbraio ha approvato la risoluzione di Pd, Avs, Civici e M5s in merito al futuro della montagna. Respinta, invece, la risoluzione di Fdi che invitava viale Aldo Moro a prendere posizione pubblica a favore del disegno di legge nazionale del governo.
La Regione fa sapere che in Emilia-Romagna i comuni montani erano 99, numero che si conferma con alcune variazioni in ingresso e in uscita. Restano esclusi i comuni di Varano De’ Melegari a Parma, Monte San Pietro, Sasso Marconi, Marzabotto, Borgo Tossignano, Casalfiumanese e Fontanelice a Bologna; Mercato Saraceno e Sogliano al Rubicone a Forlì-Cesena, mentre acquisiscono lo status di comune montano Alta Val Tidone, Piozzano, Travo, Gropparello, Lugagnano Val d’Arda e Vernasca a Piacenza; Langhirano a Parma; Modigliana e Civitella di Romagna a Forlì-Cesena.
Abbiamo inviato alcune domande all’ufficio stampa della Regione. Ha risposto l’assessore Baruffi.
Nuova legge per la montagna (131/2025). È già in vigore a tutti gli effetti e può già incidere sul territorio? Se no, cosa manca?
«La legge si attua attraverso una serie di decreti. Il primo, di cui si è discusso fino ad oggi, aveva il compito di riclassificare i comuni e, concretamente, ha “tagliato” il numero dei comuni montani, in particolare dell’Appennino. L’effetto è quello di far perdere a questi comuni risorse del fondo nazionale montagna e una serie di benefici – dall’agricoltura al lavoro, dai servizi al regime fiscale e contributivo – di cui hanno sempre goduto. Sono in tutto 9 i Comuni emiliano-romagnoli che improvvisamente hanno scoperto di non essere più montani».
Rispetto al 5 febbraio quando non c’è stata intesa nella Conferenza delle Regioni, a oggi sono stati fatti passi avanti in qualche direzione?
«Il 5 febbraio l’Emilia-Romagna, come più volte preannunciato nelle settimane precedenti, si è espressa contro l’intesa sul provvedimento che va a riclassificare i comuni montani. Il lavoro svolto da alcune Regioni, a partire dalla nostra, ha comunque permesso di limitare i danni: la prima formulazione del decreto escludeva ben 50 Comuni dell’Emilia-Romagna, da Piacenza a Rimini, tra cui Casola Valsenio nel Ravennate. Nella versione finale, il taglio si riduce a 9 comuni. Ciò non toglie che ogni territorio è importante e la Regione tenderà una mano a quelli penalizzati dallo Stato».
In un commento dei giorni scorsi alla legge, lei ha detto che la montagna ha partorito un topolino. Cosa non la convince di questa legge?
«Per mesi si è discusso di rivedere i criteri di montanità, con l’intento di cancellare dalla mappa nazionale almeno 1.200 comuni montani. Alla fine, il risultato è che ne escono 346. Per questo il Governo non ha realizzato il suo obiettivo né noi abbiamo realizzato il nostro. C’è poi un nuovo problema con cui dovremo fare i conti a breve, col secondo decreto attuativo che il Governo dovrà emanare: è previsto che solo una parte dei comuni montani beneficeranno delle misure di sostegno previste in termini di scuola, sanità, lavoro, fiscalità. Dovrà dunque essere stilata una seconda lista di comuni, ancor più ristretta di quella appena approvata: chi è dentro potrà accedere a nuovi benefici, chi resterà fuori niente. All’atto pratico si continuerà a dividere i comuni alimentando nuove divisioni e nuove esclusioni. Io penso al contrario che tutta la montagna avrebbe bisogno di un sostegno. La verità è che il Governo non ha messo un euro in più e quindi non c’è nulla da distribuire».
Diversi commentatori hanno criticato i criteri che definiscono “chi è montano e chi no”. Se oggi ci si basa ancora sulle definizioni di 70 anni fa, è giunto il tempo di un aggiornamento che tenga conto del cambiamento della società e del territorio?
«Ragionare solo in termini di altimetria e pendenza, come prevedeva la legge, è fuori dal tempo e dagli approcci che negli ultimi si erano affermati, ad esempio con la Strategia per le aree interne. Purtroppo, però, la nuova legge ci porta a fare un salto all’indietro, guardando al passato. Certo che si poteva innovare, ma bisognava muoversi diversamente: ad esempio, non considerare solo parametri legati alla morfologia e all’orografia, ma ponderando anche le variabili demografiche, economiche e sociali, che sono le più importanti. Avevamo anche proposto di definire alcuni criteri e indirizzi nazionali, per poi affidare alle regioni il compito della classificazione. È impossibile avere criteri omogenei per classificare la montagna in Valle d’Aosta e in Umbria, in Alto Adige e in Sardegna».
Oltre alle leggi statali per la montagna, l’Emilia-Romagna ha le sue leggi regionali per la montagna. Il principio di fondo per entrambe è sempre lo stesso, cioè il sostegno dei territori montani?
«La legge regionale dell’Emilia-Romagna individua anzitutto 121 Comuni montani, rispetto al decreto Calderoli che ne identifica solo 99. È chiaro che si parte da definizioni diverse, animate da logiche e obiettivi differenti. Se lo Stato punta a limitare il riconoscimento della montanità, la Regione usa un approccio inclusivo perché l’obiettivo è attuare politiche integrate, capaci di favorire la coesione territoriale e tenere insieme le terre alte, le colline e la valle. Nessun territorio è forte, se è da solo. E anche i servizi, a maggior ragione nei comuni più piccoli di montagna, vanno organizzati insieme, evitando duplicazioni, ripetizioni di costi e massimizzando la cooperazione. Questo è l’approccio dell’Emilia-Romagna».
Di quali agevolazioni/aiuti/sostegni/contributi può godere un Comune montano nel complesso unendo Regione e Stato?
«I benefici sono diversi. Alcuni riguardano direttamente i Comuni. In Emilia-Romagna, la Regione aggiunge alle risorse del fondo nazionale quelle del fondo regionale, e questo è un grande beneficio per manutenere le strade e fare interventi contro il dissesto. Inoltre, la Regione riconosce priorità nell’assegnazione dei contributi per opere pubbliche ai Comuni montani, così come a chi in Appennino svolge la propria attività economica, in particolare agricola. Aggiungiamo poi misure specifiche per i servizi, a partire dai nidi d’infanzia al trasporto scolastico. Lo Stato, viceversa, ha sempre riconosciuto benefici fiscali e contributivi per le imprese in montagna, per l’agricoltura; così come concede criteri agevolati per l’organizzazione dei servizi, ad esempio per la formazione delle classi, o per la presenza di servizi come le poste».
Leggo da alcune parti che si parla di 200 milioni di fondi dallo Stato da ripartire tra i Comuni. È questa la cifra inserita nella nuova legge? Che destinazione avrebbe?
«Purtroppo, i numeri sono cambiati, in riduzione. Nel 2026, il Fondo per lo sviluppo della montagna italiana potrà contare solo su 73 milioni messi a disposizione dallo Stato: circa due terzi in meno delle risorse inizialmente individuate, pari a 200 milioni. Un dato eclatante, che si tradurrà in meno cantieri di manutenzione delle strade nel territorio della montagna a cui queste risorse sono destinate».
Ci sono state due edizioni del bando con contributi per famiglie/giovani disposti a trasferirsi in Appennino. Come è andata? Ci sarà un terzo bando?
«I bandi del 2020 e 2022 hanno permesso di liquidare oltre 12 milioni a favore di 460 famiglie che hanno deciso di stabilirsi nell’appennino emiliano-romagnolo. Per la provincia di Ravenna, a 26 nuclei è stato liquidato un contributo complessivo di 750 mila euro. Il ripopolamento è un elemento strategico per il futuro delle terre più alte. Tanti sono i fattori che possono sostenerlo e il bando già svolto è tra questi, ma ce ne sono tanti altri. Fondamentali, a mio avviso, sono i servizi resi alla popolazione: per trasferirsi in montagna, serve trovare sul posto scuole, servizi pubblici e infrastrutture adeguati. Sono questi i temi al centro dell’agenda della Regione. Di concerto con le associazioni dei comuni abbiamo scelto di incrementare le risorse sui servizi e gli investimenti, in questa fase, ma non escludo che per il futuro possa ripresentarsi questa priorità, lo decideremo insieme».



