“Ah, guarda i manifesti del Festival delle culture. Ma quindi lo fanno ancora? E dove?”. A chi ricorda le edizioni passate, in cui il Festival era tante cose che succedevano contemporaneamente in una tre giorni in Darsena quando peraltro in Darsena non ci andava ancora davvero nessuno, non è facile spiegare come mai ci sia una manifestazione con quello stesso nome che però dura due mesi ed è diffusa per tutta la città. Il “vecchio” Festival aveva aspetti culturali, ma anche molto folclore e bancarelle e cibi dal mondo e sembrava un po’ una sagra dell’intercultura, aperta dalla “Fiumana” dei ragazzi di prima o seconda generazione che attraversava l’intera città con una carica vitale a dire: siamo qui, facciamo parte di questo posto. Dopo una prima edizione nata come idea dei rappresentanti degli immigrati e sostenuta dall’allora assessore all’Immigrazione Ilario Farabegoli, il festival fu affidato per alcuni anni alla direzione artistica di Tahar Lamri, intellettuale e scrittore di origine algerina, e poi fu invece portato avanti, a partire dal 2013 e fino al 2022, attraverso dei percorsi di progettazione partecipata che includevano volontari di varia origine e anche studenti universitari che si incontravano durante l’anno per studiare il programma da proporre nella tre giorni che si svolgeva a giugno, un processo che era in sé un’esperienza di arricchimento e di “integrazione” e collaborazione. Spettacoli, piccoli convegni (che a volte allungavano il cartellone), ospiti, ce n’era un po’ per tutti i gusti in equilibrio tra il mondo e la realtà cittadina, con poche risorse a disposizione.
Poi con il tempo il festival è cambiato radicalmente. Da appuntamento popolare multiculturale (o interculturale?) con un’altissima partecipazione di immigrati coinvolti su vari livelli e serate di festa e danze, è diventato oggi una prestigiosa rassegna di appuntamenti che è in grado di attrarre soprattutto un pubblico italiano colto e curioso di questioni internazionali o interculturali. Lo “sfogo” recente dell’ex direttore Tahar Lamri sul nuovo corso dell’evento ha trovato moltissime sponde nei commenti da parte di chi aveva costruito la storia del festival e di chi si occupa di cultura in città e qualche critica, in particolare di Fall Modou, allora presidente della Rappresentanza. Stupisce che nessuno, dall’organizzazione interna all’ufficio Immigrazione del Comune stesso, abbia pensato di replicare all’ex direttore, visto che il suddetto ufficio è stato in grado di attrarre finanziamenti regionali che hanno arricchito Ravenna con ospiti, mostre, interventi per le scuole. È qualcosa di nuovo che avrebbe meritato un altro nome. E con il nuovo nome l’ammissione che il Festival delle culture non si sarebbe più fatto, e la spiegazione del perché. Ora che per la prima volta la giunta non ha più un assessore all’Immigrazione, ma è prevista la delega alla “Multiculturalità” insieme a quella della Cultura (qui la nostra intervista all’assessore Fabio Sbaraglia), chissà che per il futuro non si faccia un po’ di chiarezza. E non si comincino a chiamare le cose con il loro nome.
Una foto dall'edizione 2018


