Dodici morti di lavoro nel 2018, una strage silenziosa

Alessandro MontanariGli ultimi dati Inail certificano un’emergenza di cui si parla poco e solo a tragedia avvenuta: quelle delle morti sul lavoro. Ravenna è la terza provincia dell’Emilia-Romagna per numero di morti bianche nel 2018: ben dieci, a cui si aggiungono due persone che hanno perso la vita in itinere, cioè andando o tornando dal luogo di lavoro. Se aggiungiamo che la regione è seconda soltanto alla Lombardia per numero di morti (il conto regionale arriva a ben 125) si capisce che su questo fronte si può di certo fare ancora molto. Anche il dato degli infortuni fa piuttosto impressione: ben 85.823.

Il tema è di certo di interesse nazionale e il contributo che si vuole dare è solo quello di un invito alla riflessione sulla questione in una città che, non va dimenticato, ha vissuto due delle più gravi tragedie dell’Italia repubblicana: il rogo dell’Elisabetta Montanari (la cosiddetta strage Mecnavi) dove morirono 13 operai nel 1987 e l’elicottero Agip precipitato in mare tre anni dopo, con lo stesso numero di morti.
Stragi che si commemorano ogni anno e danno l’occasione, se non altro, di accendere un piccolo riflettore sulla questione. Il punto irrisolto è sempre quello: come si può fare nel 2019 a evitare che ancora tante persone perdano la vita facendo il proprio mestiere? La tendenza è quella di formare il lavoratore, agendo soprattutto sulla prevenzione. I dati dicono però che non è abbastanza soprattutto se la formazione non si riesce a mettere in pratica per i ritmi forsennati a cui sono costretti i lavoratori al giorno d’oggi. Si pensi, ad esempio, ai tanti camionisti pizzicati nella manomissione del cronotachigrafo, quello strumento che monitora i tempi di guida e di riposo obbligatori per chi guida i mezzi pesanti. Tempi di riposo che mal si conciliano con le tempistiche imposte dalle aziende. Ancora: si pensi agli infortuni cosiddetti “verdi” che avvengono nei campi con agricoltori vittima di trattori che si ribaltano. Ci sono poi le cadute dall’alto, magari nella cisterna di una nave, o gli incidenti dei turnisti assonnati che si mettono alla guida. Non tutto si può archiviare alla voce “distrazione” o “imprudenza” ma spesso i processi per questi episodi finiscono senza colpevoli o con pene inferiori alle attese. C’è, quindi, un problema di legislazione a cui potrebbe mettere mano il governo.

A livello locale si istituiscono spesso osservatori, si firmano protocolli tra enti locali, sindacati e aziende ma i dati delle morti bianche restano sempre ai vertici delle classifiche regionali. Un segno che su questo tema, nonostante la sensibilità mostrata dalle istituzioni e nata proprio dalle tragedie di cui si è detto, si può fare sempre di più. Un po’ come accade con gli incidenti stradali, però, non bisogna ricordasene soltanto dopo l’ennesima morte ma è necessaria una programmazione che potrebbe passare, forse, anche da incentivi regionali pensati per aziende che investono su questo ambito. Non si strapperanno molti voti ma, chissà, si potrebbe salvare qualche vita.

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