La Festa dell’Unità è stato un grande evento popolare, ma il Pd non si illuda… Tra divisioni e assenza di rappresentanza femminile

IMG 6494Forse a dimostrare che hanno ragione i dirigenti locali del Pd a dire che la festa nazionale dell’Unità a Ravenna è stata un bene per tutta la città basterebbe la presenza di Alberto Ancarani, consigliere di Forza Italia, al Pala de André per salutare esponenti del suo partito. Oppure il fatto che ci siano stati tanti simpatizzanti grillini per il “loro” Fico o un pezzo della galassia della sinistra per Mujica. O banalmente il fatto che comunque ogni sera centinaia di persone, quando non migliaia, siano state ad ascoltare dibattere di Europa, vaccini, fake news, fascismo, economia, politica, etica. Chi sui social ha provato a raccontare che alla festa non c’era nessuno, evidentemente alla festa non c’è stato o ha scelto uno dei rari momenti di maltempo: i viali, i ristoranti, i giochi, il palco centrale sono stati frequentatissimi peraltro anche da chi non si interessa di politica, perché, piaccia o meno, la festa dell’Unità qui è una festa popolare che ha ancora anche una valenza sociale. Del resto mille volontari disposti a passare le serate a friggere, grigliare e servire non è roba da tutti.

E però, nonostante questo, il Pd farà meglio a non illudersi troppo sul proprio stato di salute. Anche se qui i richiami all’unità sono stati costanti e tutti applauditissimi, le divisioni si sono percepite sia sul palco, sia sotto, tra la gente del pubblico. Innanzitutto la valutazione sulle ragioni della sconfitta: i renziani restano di fatto convinti che molto sia stato a causa dei dissidi interni e del fuoco amico (come se la minoranza Pd o i fuorisciuti di Leu fossero davvero questa potenza di fuoco), i non-renziani credono sia colpa della saccenza di Renzi, dell’impostazione della campagna elettorale, del non aver saputo leggere la rabbia e la paura che attraversano la società italiana (immaginando un non meglio definito Pd di governo e sentimento). Nessuno che davvero metta in discussione le scelte politiche fatte, nessuno ovviamente che nomini ormai neanche per sbaglio (e magari è meglio così, anche se quello resta un pezzo importante della sconfitta, quello che ha coalizzato un blocco fino ad allora inedito) il referendum costituzionale su cui il Pd si è schiantato a dicembre 2017.

Doveva essere una festa rivolta al futuro e lo è stata, ma è chiaro che senza un’analisi condivisa del passato tutto diventa complicato. “Quando non sai più dove stai andando, guarda da dove vieni” dice un proverbio africano, ma se vieni da tante divisioni profonde, non sarà forse semplice perseguire una meta comune. Serve un congresso vero, aperto, sincero hanno detto in molti, un congresso per “rifondare” il Pd. Eppure la data del congresso a oggi non c’è e il segretario nazionale Martina non ha speso più di un inciso quasi casuale per dire che sì, certo, si terrà in autunno, ma senza una data, senza indicazioni precise, senza convinzione, si potrebbe dire. Un peccato perché, chissà, forse, un congresso potrebbe essere il luogo dove affrontare un altro tema cruciale che non è emerso nei discorsi, ma che è stato visivamente piuttosto evidente, a tratti quasi imbarazzante: il ruolo marginale delle donne anche dentro il partito. Fatta eccezione per Serracchiani, Pinotti e Pollastrini, tutte le donne con ruoli di maggior rilievo che hanno parlato dal palco non sono del Pd, oltre a essere poche (il problema, va da sé, non riguarda solo i dem): Nespolo (Anpi), Camusso (Cgil), Casellati (Forza Italia), Boldrini (Leu), Lorenzin (Civica popolare). Non si sono contati i dibattiti in cui sul palco c’erano solo uomini, o soprattutto uomini (anche perché uomini sono i direttori di giornali chiamati per gli appuntamenti di maggior rilievo). E forse fin più imbarazzanti sono stati i pochissimi in cui c’erano solo donne, brave, anche molto brave, ma recluse nella “riserva”. Bastava vedere la serata di apertura, o tante serate dopo. Dal segretario nazionale a quello provinciale, fino al sindaco: tutti maschi. Dal nazionale al locale. Questo è o non è un problema per il Pd? L’unità in questo caso sembra fondarsi sul silenzio e la rimozione del problema.

C’è stato un grande fondamentale tema che è quello dell’Europa e delle prossime elezioni, dirimenti. Tutti d’accordo, almeno su quello e non è certo poco, ma il messaggio da far passare non sarà semplice: la sfida è ardua e questa battaglia più di altre dovrà essere fatta all’insegna dell’“unità”. Quella parola che è poi anche il nome della festa, ma con la maiuscola, in memoria di un giornale dal passato glorioso che intanto non esiste più e di cui, come ci fa notare Luca Bottura, non è più reperibile in rete nemmeno l’archivio. Un paradosso? Un segno dei tempi? Una premonizione? Speriamo di no, perché in fondo, a prescindere dalle preferenze politiche di ognuno, per la città non sarebbe affatto male diventare la “casa” della festa nazionale dell’Unità, un po’ come per il Meeting è Rimini, dove mica tutti sono diventati di Cl negli anni.

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