venerdì
27 Febbraio 2026
CAMPI

L’agricoltura romagnola è in difficoltà per l’eccesso di pioggia

I terreni sono impregnati e non riescono più ad assorbire acqua; di conseguenza le colture marciscono e i trattori non riescono a seminare

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L’agricoltura romagnola è in sofferenza per l’abbondanza di piogge, che stanno compromettendo le colture di grano e facendo ritardare le semine primaverili. Esaminando i dati di Arpae emerge che a gennaio e febbraio in regione si sono accumulati 157 millimetri di pioggia. Il valore è superiore allo scorso anno, che fu già eccezionale con oltre 130 millimetri negli stessi due mesi, ed è superiore alla norma 1991-2020.

Per le imprese agricole questo sta comportando problemi. «Gran parte del grano seminato a ottobre e novembre è morto per marcescenza; il resto è gravemente ammalorato a causa delle piogge eccessive», dice Paolo Rosetti, direttore della Cooperativa agricola braccianti di Cervia, che gestisce oltre mille ettari di terreno. «È ancora presto per fare stime, ma temo che la produzione sarà molto compromessa. Inoltre i terreni sono troppo zuppi per poter fare le prime semine primaverili: di solito in questo periodo piantiamo la barbabietola da zucchero, mentre invece dovremo attendere la metà di marzo».

Nel riminese, all’azienda agricola Tiraferri raccontano che «in questi giorni abbiamo dovuto tritare in anticipo tutto il cavolo da seme perché stava marcendo. La pioggia ci ha dato problemi seri». Più ottimista è Luca Canonici della Cooperativa Sapore di Romagna a Forlì, che conta 68 soci e oltre 170.000 quintali di prodotto commercializzato: «Quest’anno è piovuto meno dell’anno scorso e la neve ci ha dato una mano a sanificare i campi. L’unico timore è per le gelate tardive di marzo e aprile, ma ormai siamo attrezzati».

I terreni non riescono più ad assorbire l’acqua

Per l’agricoltura emiliano-romagnola, uno dei distretti più avanzati d’Italia per la produzione di cibo, questa è la terza annata consecutiva di difficoltà. Le alluvioni del 2023 e 2024 compromesso migliaia di ettari di terreni, che si sono destrutturati e hanno perso la capacità di assorbire acqua e rigenerarsi. Secondo il Rapporto idro-meteo-clima di Arpae, il 2024 è stato l’anno più piovoso dal 1961 con oltre 1200 mm di pioggia caduta, contro una media storica di circa 500 mm. Non è andata tanto meglio nel 2025, con una media regionale cumulata di 943 mm (i dati aggregati definitivi devono ancora essere pubblicati).

La pioggia cade più abbondante a causa del riscaldamento globale dovuto all’inquinamento. Il 2024 è stato l’anno più caldo della storia, seguito dal 2022 e 2023. Maggiori sono le temperature, più acqua evapora dal mare e ricade dal cielo sotto forma di pioggia che impregna i terreni. Di conseguenza non si riesce a seminare, perché le ruote dei trattori affondano e le tecnologie alternative come i droni sono troppo costose.

Danni per 20 miliardi in quattro anni

L’agricoltura è il settore più colpito da questa situazione. Coldiretti Emilia-Romagna ha stimato che «negli ultimi quattro anni gli effetti dei cambiamenti climatici hanno causato danni all’agricoltura per oltre 20 miliardi di euro». Gli eventi estremi sono «una minaccia diretta per il made in Italy agroalimentare, che nella sola Emilia-Romagna vale oltre 37 miliardi di euro». Per cercare di attenuare i danni, l’associazione ha proposto «la realizzazione di un grande piano di invasi con sistemi di pompaggio, per raddoppiare la raccolta di acqua piovana, ridurre il rischio di esondazioni e produrre energia pulita».

La Regione Emilia-Romagna ha preannunciato che nelle prossime settimane pubblicherà un bando da 28 milioni di euro, provenienti dal Piano per lo sviluppo rurale 2023-2027, destinati al rispristino del potenziale produttivo agricolo e alla prevenzione dei danni da calamità naturali. Nei giorni scorsi via Aldo Moro ha anche chiesto che nel disegno di legge “Coltiva Italia”, la cui approvazione è attesa per marzo, vengano sbloccati i 20 milioni di euro destinati ai ristori per le imprese agricole colpite dall’alluvione 2023 che non hanno potuto accedere ai precedenti indennizzi, in particolare al fondo mutualistico catastrofale Agricat.

Un’azienda agricola su due potrebbe chiudere entro pochi anni

Le difficoltà del settore si rispecchiano nel costante calo del numero di imprese. Secondo il report Agraria Romagna 2025 della Confederazione italiana agricoltori (Cia), al 30 settembre 2025 le aziende agricole attive tra le province di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini erano 13.838, con una diminuzione del -2,3% rispetto allo stesso giorno del 2024. La tendenza è stata costante nell’ultimo decennio ed è in linea col resto della regione, mentre a livello nazionale il calo è stato del -1,1%.

Nel ravennate sono rimaste 5.866 imprese agricole attive (il 18% delle aziende di tutta la provincia e l’11,8% delle imprese agricole regionali), 136 in meno rispetto al 30 settembre 2024. In provincia di Forlì-Cesena le imprese agricole attive sono 5.720 (il 16,2% delle imprese totali provinciali e l’11,6% delle imprese agricole in regione), 120 in meno rispetto a un anno prima. Infine, nel riminese l’agricoltura conta 2.252 imprese attive (il 6,5% delle imprese totali provinciali e il 4,5% delle imprese agricole regionali); -52 rispetto al 2024.

La situazione potrebbe peggiorare in futuro: secondo un’indagine di Agri2000Net condotta tra novembre 2023 e gennaio 2024, fino a 30mila aziende agricole dell’Emilia-Romagna potrebbero chiudere nei prossimi anni, sul totale di 54mila. Da un campione di 1600 imprese del settore è emerso che il 75% dei titolari con più di 50 anni non ha ancora individuato un successore e che l’83% di questi non lo sta nemmeno cercando. Inoltre la metà degli intervistati ha dichiarato l’intenzione di vendere l’azienda. Alla base della rinuncia c’è soprattutto la scarsa redditività, additata dal 70% delle aziende interpellate.

Pesche e nettarine le colture più in calo

«Nel 2025 viene confermata una generale contrazione delle superfici coltivate in Romagna – conferma Cia – a eccezione per quelle a kiwi (trainate dalla varietà “gialla”, che determina l’incremento degli ettari complessivi del +5%) e a nocciolo (+33%). Pesco e nettarina registrano i cali maggiori, rispettivamente -11% e -6%. Seguono ciliegio (-4%), albicocco, pero e susino, ognuno dei quali con -3%».

«Le superfici in produzione diminuiscono per pesco (-11%), nettarina (-6%), albicocco (-3%) e susino (-2%)», prosegue l’associazione. «Per quanto riguarda le rese medie, dalle stime a disposizione si nota il calo di quelle delle principali colture: dal -27% dell’albicocco al -8% di quella del ciliegio; dal -7% della resa media del pero al -5% per pesco e nettarina; la fragola registra un calo produttivo del -5% in campo e del -8,6% in serra».

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