Non abbiamo ancora capito se scrivere sempre lo stesso titolo quando i mercati scendono sia un gene del giornalismo finanziario, un obbligo deontologico, o semplicemente la prova che chi legge è biologicamente più attratto da ciò che lo spaventa.
Il titolo è quasi sempre lo stesso: “La Borsa brucia 565 miliardi”.

Peccato che nessuno abbia bruciato nulla. I titoli valgono meno di ieri, è vero. Ma le aziende dietro quei titoli sono le stesse. Gli stessi dipendenti. Gli stessi stabilimenti. Gli stessi prodotti. Gli stessi clienti.
Eppure si parla di miliardi “bruciati”.
Il motivo è semplice: la parola funziona. Attiva la parte del cervello che reagisce al pericolo. Un lettore spaventato clicca, condivide, torna a controllare il telefono ogni quindici minuti.
Non è necessariamente colpa dei giornalisti. È il meccanismo dei media: l’ansia genera traffico, il traffico paga le bollette.
Il problema è che l’ansia è il peggior consulente finanziario che esista. È quella che porta le persone a vendere esattamente nel momento in cui bisognerebbe restare fermi.
Prendiamo l’Indice Mondiale Azionario MSCI All Country World Index, l’indice più diversificato che esista con le aziende di tutto il globo.

Nella sua storia ha attraversato circa una decina di ribassi importanti.
Dopo ognuno di questi ribassi, chi è rimasto investito ha recuperato e superato i massimi precedenti. A volte in pochi mesi. A volte in qualche anno.
Ma è successo ogni volta.
Questo non significa che i mercati non scendano. Scendono eccome. È parte del gioco.
La vera domanda è un’altra: cosa fa un investitore quando scendono?
Chi ha un piano finanziario, una riserva di liquidità e un orizzonte chiaro legge quei titoli come chi guarda un temporale da sotto un tetto.
Chi invece prende decisioni basandosi sui titoli dei giornali spesso gratuiti o quasi scopre molto presto che il gratis può costare caro.
Proprio in questi giorni lo abbiamo visto di nuovo.
Nel fine settimana è iniziata un’operazione militare americana e israeliana contro l’Iran. I mercati hanno reagito come spesso accade in queste situazioni:
- azionario in calo
- petrolio e gas in forte rialzo
- oro in salita
- clima generale di “risk-off”
E i titoli sono arrivati puntuali: “Crollo dei mercati” – “Fuga dagli investimenti” – “Cosa fare adesso con i propri risparmi”
(Spoiler: molto spesso la risposta è non fare nulla).
Chi ha costruito il proprio piano finanziario con criterio non si sta facendo prendere dal panico.
- il 2020 aveva il Covid
- il 2022 la guerra in Ucraina
- il 2025 i dazi
- il 2026 guerra in Iran
Non è un’anomalia. È semplicemente il modo in cui funzionano i mercati.
Questo non significa che la situazione non sia seria. Lo è, eccome. Ci sono guerre, tensioni geopolitiche e vittime.
La preoccupazione umana è comprensibile.
Ma “serio” e “pericoloso per i propri investimenti” non sono la stessa cosa, quando esiste una pianificazione fatta bene.
Il cervello umano non è progettato per restare razionale quando legge di bombe e missili.
Per questo la pianificazione finanziaria si fa prima. A mente fredda.
Quando si costruisce un portafoglio si fanno i compiti a casa:
- si definisce l’orizzonte temporale
- si costruisce una riserva di liquidità
- si diversifica
- si stabilisce come reagire ai ribassi
Perché quando arriva la tempesta non è più il momento di decidere cosa fare. È il momento di seguire il piano che si è costruito prima.
E chi quel piano non lo ha mai fatto, spesso scopre troppo tardi che il vero rischio non sono i mercati. È l’improvvisazione.
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