Ballardini, allenatore fuori dal sistema «L’Italia è indietro, colpa dei dirigenti»

Dopo la retrocessione con il Bologna, il 51enne è senza squadra da otto mesi: «Forse non so vendermi, ma è il mio modo di essere»

«Comunicazione e visibilità contano più di merito e serietà». Glielo diceva un suo vecchio professore – ci confida nel corso della nostra chiacchierata – e Davide Ballardini lo sta sperimentando sulla propria pelle. Senza però farne un cruccio. 51 anni, ravennate, Ballardini è considerato dagli addetti ai lavori tra i migliori allenatori italiani della sua generazione, senza essere in alcun modo un “personaggio” come lo sono molti suoi colleghi. «Lei si vende male, mi hanno sempre detto, e in effetti forse oggi bisogna anche essere televisivi e riuscire a promuoversi», ammette Ballardini, lui che non ha neppure un procuratore. «Ma sto bene così, sono fatto così, e se un presidente è interessato può telefonarmi direttamente». Al momento sono otto mesi che è senza squadra, dopo la retrocessione in B con il Bologna («Oggi non c’è un calciatore di quella squadra che giochi in serie A e la società mi ha venduto Diamanti mentre lottavamo per la salvezza, forse non è stata proprio tutta colpa mia…») ma continua a vivere la sua passione-lavoro quotidianamente, informandosi, andando a vedere partite, aggiornandosi anche all’estero, osservando il lavoro di alcuni colleghi. «Ultimamente ho visto gli allenamenti di Bielsa (in Francia al Marsiglia, ndr) e Pochettino (in Inghilterra al Tottenham, ndr), due bravi allenatori che mi hanno lasciato qualcosa…».

Ballardini ha iniziato ad allenare nei settori giovanili («Con i giovani le soddisfazioni sono enormi, devi essere un istruttore prima di tutto e pensare ai ragazzi per tutto il giorno e non solo come atleti») ottenendo risultati importanti tra Bologna, Cesena, Parma e Milan. «Ho iniziato ad allenare grazie a Natale Bianchedi (l’osservatore ravennate che intervistiamo a pagina 10, ndr), quando avevo poco più di 20 anni. Mi ero rotto il ginocchio da giocatore e avendo la passione del calcio, allenare era l’unico modo per continuare a respirare l’aria del campo. In quei primi tempi ricordo anche che passavo appena potevo dall’Azzurra (storica società dilettantistica ravennate di via Zalamella, ndr) che era un gruppo meraviglioso e ho ancora la foto di Athos Baldini (compianto dirigente dell’Azzurra, ndr) sulla mia scrivania…».

A Cesena costruisce un record particolare, essendo tuttora l’allenatore delle giovanili con la percentuale più alta (circa l’80 percento) di giocatori allenati che hanno poi intrapreso una carriera tra i professionisti. Tra questi anche l’ex capitano del Milan, Massimo Ambrosini. «Ancor prima di iniziare la stagione ricordo che venne il padre, con toni molto cordiali, a chiedermi se non fosse meglio fare smettere di giocare il figlio, visto che venivano da Pesaro e fino a quel momento gli facevano fare praticamente il guardalinee. Io gli dissi che prima volevo vederlo all’opera. Gli facevano fare il centravanti, lo spostai a centrocampo e poi è diventato il calciatore che tutti conosciamo…». Storie simili a quelle poi ripetutesi in serie A, con Ballardini che – racconta – lanciò Cavani centravanti al Palermo, fino a quel momento relegato sulla fascia, bloccandone la cessione (così come Simplicio, Bresciano o Cassani, altri giocatori che poi si rivelarono fondamentali), o allo stesso modo diede la svolta alla carriera di Palacio (ora all’Inter) nel Genoa. O ancora inventando Cossu trequartista nel Cagliari («Non giocava nel Verona retrocesso in C e quando lo feci debuttare nello stadio della Juve, entrò in campo insieme a Sissoko che era il doppio di lui…») dove a suon di gol fecero parlare di sé anche Acquafresca (mai più a quei livelli) e Matri.

L’avventura in prima squadra inizia nel 2004/05 sfiorando la promozione in serie B a San Benedetto del Tronto, poi la chiamata del Cagliari. «Ma dalla C alla A non ho notato rivoluzioni, perché il mio modo di lavorare è sempre stato lo stesso. Forse l’unica difficoltà in più è quella di avere a che fare a volte con giocatori che prendono tanti soldi e che devi cercare di coinvolgere con le tue conoscenze, le tue idee…». Arrivano quindi le stagioni nella massima serie (con la parentesi a Pescara in serie B) che prima dell’ultima sfortunata avventura bolognese lo vedono sulle panchine di Cagliari, Palermo, Genoa, Lazio, con cui vince la Supercoppa Italiana a Pechino contro l’Inter dello Special One Mourinho. «Una finale epica, visto e considerato anche il fatto che alcuni miei giocatori di quella partita addirittura smisero dopo poco o comunque finirono nel dimenticatoio…».

Lotito, Cellino, Zamparini: forse i presidenti più particolari – per non dire altro – della nostra serie A. Ballardini ha già avuto modo di conoscerli bene. «Ci sono quelli che cercano di condizionarti molto nelle scelte tecniche, come Zamparini a Palermo e Cellino a Cagliari, e tu devi essere forte nel sapere ascoltare ma poi decidere con la tua testa. Altri invece non intervengono dal punto di vista tecnico, ma non ti mettono nelle condizioni di lavorare (come gli è capitato con Lotito nella Lazio, che tra le altre cose costrinse Ballardini a fare a meno di due big come Pandev e Ledesma per questioni contrattuali, ndr)…».

«Le squadre a cui sono più legato? Palermo e Genoa, con i cui tifosi ancora oggi ho un bel rapporto». Col Genoa, inspiegabilmente, il rapporto finì dopo una salvezza miracolosa. «C’erano altre logiche, una struttura tecnica che condizionava molto il mercato e preferiva puntare sugli assistiti dal figlio di Moggi per esempio, come l’allenatore Liverani che mi ha sostituito, che ora non so più nemmeno che fine abbia fatto…». Un sistema di potere, quello legato a Luciano Moggi, che ancora pare avere un ruolo nel calcio italiano. «Diciamo che non porta neppure molta fortuna il suo nome, le società dove sono passati dirigenti legati in qualche modo a lui sono retrocesse o fallite, a partire dalla Juventus, che aveva vinto scudetti anche prima di Moggi ma che con Moggi è retrocessa, arrivando poi al Parma di oggi e passando per Siena, Bari, Reggiana, Lucchese, Messina, Napoli, Roma, Torino e lo stesso Genoa che ha rischiato di retrocedere, non fosse stato forse per Ballardini…».

Ma c’è anche qualcosa di poco pulito, dietro certe decisioni? «Faccio fatica a dirlo, perché ho sempre pensato solo al campo e al rapporto con i calciatori, a vivere il calcio in maniera pulita e posso dire senza timore di smentite di non aver mai tradito questa mia passione. Ma il calcio – conclude Ballardini – sono anche le società, i presidenti, i procuratori, i soldi che girano. In Italia siamo rimasti molto indietro a livello dirigenziale, rispetto a Germania, Spagna, Inghilterra e anche Francia, mi sembra evidente, e gran parte della responsabilità è proprio di chi gestisce il sistema calcio, non degli allenatori».

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