Il pilota del Falcon 900 del Contadino: «In volo leggeva e pensava»

Parla Giambattista Morigi che ha lavorato per la flotta privata del gruppo Ferruzzi. Il giudice Di Pietro era convinto che avesse trasportato parte della maxi tangente Enimont

Raul Gardini Carlo Sma

Raul Gardini con il cognato Carlo Sama: il marito di Alessandra Ferruzzi era uno dei 16 dirigenti dell’impero che avevano a disposizione gli aerei per gli spostamenti di lavoro

Per quasi otto anni Giambattista Morigi è stato uno dei piloti dell’aereo che ha portato Raul Gardini nei cieli del mondo. Due volte è stato chiamato a testimoniare in tribunale a Milano al processo Enimont perché qualcuno in procura era convinto che a bordo avesse trasportato anche le valigette con i miliardi della maxi tangente. «Anni dopo incontrai Di Pietro al bar dell’aeroporto di Linate e gli ricordai chi ero. Quando gli dissi che avevo preso un podere di terra e facevo il contadino, lui si mise a ridere e mi disse “ecco dove era finita la valigetta che mancava”. Ma io gli ricordai che anche lui faceva l’agricoltore…».

In effetti il 74enne Morigi, originario di Bagnacavallo e noto ai più come Gianni, coltiva un appezzamento di otto ettari a Castiglione di Cervia da quando ancora volava: «A 60 anni la legge imponeva di smettere e con mia moglie avevamo già investito per avviare un’azienda agricola». Entrò nel gruppo Ferruzzi-Montedison perché affascinato da quel Contadino – soprannome poco amato da Gardini – che stava emergendo nell’imprenditoria italiana: «Lavoravo per la compagnia privata Gitanair del cavaliere Attilio Monti e cominciai a sentir voci su Gardini. Le sue idee mi piacevano, era in anticipo sui tempi: parlava di futuro e di agricoltura e di ambiente, temi vicini a me che sono laureato in Geologia». Una prima impressione poi confermata dalla conoscenza: «Prima degli anni ’90 mi disse che l’acqua sarebbe diventata l’oro del futuro».

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Nel periodo di massima espansione la flotta privata del gruppo contava sei aerei, due elicotteri e uno staff di 49 persone: «Eravamo 19 piloti, poi gli amministrativi che facevano i turni per coprire le 24 ore, i tecnici e le hostess anche se Gardini non le gradiva molto a bordo». Base operativa e logistica all’aeroporto di Forlì. Reperibilità costante: «C’erano 16 dirigenti che potevano disporre degli aerei e qualcuno pronto a partire dove esserci sempre. A volte il preavviso era solo di un paio di ore quindi si viveva con una borsa in auto».

Falcon 900

Un jet Dessault Falcon 900, uno degli arei (erano 6) della flotta del Gruppo Ferruzzi  di stanza all’aereoporto di Forlì che Raul Gardini utilizzava per i suoi frequenti spostamenti in giro per il mondo

L’aereo usato da Gardini era un Falcon 900 che all’epoca costava 35-40 milioni di dollari: «Paragonato al mondo delle auto era l’equivalente di una Mercedes super accessoriata. Serviva per comodità di spostamenti ma anche come messaggio da mandare alla concorrenza». Di solito a bordo il tycoon passava il tempo impegnato nel lavoro: «Leggeva e pensava. È sempre stato un sognatore con la mente proiettata in avanti, mi affascinava vedere che era più attirato dal gusto dell’avventura che dai soldi». Sempre pronta la battuta in dialetto romagnolo «ma a volte facevo fatica a capire se scherzasse, come quella volta che mi disse che votava per i Verdi. Sarà stato vero? Non l’ho mai saputo».

Tra gli ospiti frequenti a bordo c’era il cane Tod – «Andammo in Scozia a prenderlo in aereo ma era di un dirigente dell’agricoltura e credo che oltre al cane fosse una scusa per parlare di affari» – ma anche colleghi o imprenditori: «In quel caso pranzi con ogni lusso. Se era da solo l’ho visto più di una volta prendere tagliere e coltello e affettare del salame o formaggio Grana». Solo uno dei tanti aneddoti vissuti da Morigi. Come quel giorno che «il dottore» – così lo chiamava a differenza dI altri colleghi più spacconi che osavano un confidenziale Raul – salì a bordo e ordinò di tornare a casa: «Ci dirigemmo a Forlì e solo all’arrivo mi disse che intendeva a casa a Venezia. Poco male, ci girammo e in 10 minuti eravamo a Venezia».

L’ultimo volo con I-Mtde – la targa che stava per Italia-Montedison e contrassegnava il jet – fu un rientro dalla Francia all’Italia, la settimana prima della morte: «Sul piazzale dell’aeroporto di Parigi lo vidi molto amareggiato ma non chiesi niente. Non l’ho più rivisto». Il 23 luglio di 25 anni fa Morigi era in Svizzera con uno degli avvocati di Gardini: «Stavano cercando di recuperare materiale per consentire al dottore di essere interrogato dai magistrati».

La tesi del suicidio per Morigi regge: «Non mi ha stupito. L’ho sempre visto come uno di quei romagnoli di una volta, orgoglioso e galantuomo, come l’aveva chiamato il cavaliere Monti, che non voleva farsi danneggiare da un’accusa grave. Ci sono però tanti modi per spingere qualcuno a spararsi».

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