Lo sceneggiatore Sky, al lavoro su 1994: «Quella dei Ferruzzi un’epopea da serie tv»

Il ravennate Fabbri è tra i creatori di “1993”, la fiction su Tangentopoli con (anche) Gardini: «Si è suicidato, voleva andarsene a testa alta»

FabbriRaul Gardini si è suicidato anche in “diretta” tv. Alla fine della quarta puntata della fiction 1993, interpretato da Roberto Bocchi, dopo aver letto su un quotidiano lo scoop sul suo probabile arresto. Non cede a complottismi la seconda stagione della serie tv di Sky su Tangentopoli, nata da un’idea di Stefano Accorsi ma scritta (insieme a Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo) dallo sceneggiatore ravennate Alessandro Fabbri. Anzi, “creata da”, come recitano i titoli di testa, essendo Fabbri e i suoi colleghi probabilmente i primi a svolgere in Italia un ruolo da “showrunner” all’americana, ossia sceneggiatori che partecipano a tutte le fasi di creazione della serie, non solo alla scrittura, scegliendo registi e attori e seguendo le riprese come sorta di tutori del senso della narrazione.

Lo abbiamo intervistato a pochi giorni dall’inizio delle riprese di 1994, ultimo capitolo della trilogia, in cui naturalmente Gardini non sarà presente. «Secondo quanto posso aver intuito del suo carattere, non ha voluto smettere di ruggire, se ne è voluto andare a testa alta, senza finire in un vortice senza fine di inchieste: non credo alle dietrologie, secondo me si è suicidato».

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È vero che stai pensando a un’intera serie su Gardini?
«Non esiste nessun progetto concreto, ma continuo a pensare che l’epopea dei Ferruzzi si presterebbe bene a essere raccontata in una serie».
In 1993 invece Gardini ha un ruolo quasi marginale…
«Sicuramente avrebbe meritato più spazio, ma serviva un certo equilibrio, c’erano tante cose da raccontare e solo otto episodi a disposizione. Abbiamo allora cercato almeno di evidenziare lo shock che la sua morte ha causato anche ai magistrati che stavano indagando su di lui. Il suo suicidio è comunque quello che spezza a metà la stagione, portando a sviluppi inaspettati…».
Dal 2005 vivi a Roma, quanto ti sembra che sia ancora noto Gardini fuori Ravenna?
«Per chi ha almeno un minimo seguito la storia d’Italia, sia già adulto e abbastanza consapevole, è un uomo rimasto nella storia. Chiaramente nella nostra città natale il ricordo è più vivo».
Tanto che da queste parti si rischia la beatificazione…
«Le beatificazioni sono sempre sbagliate, ci sono luci e ombre su tutto. In questo caso si tratta di un capitolo su cui la memoria collettiva, storica e politica non si è ancora pacificata: per alcuni i magistrati sono stati degli eroi, per altri dei forcaioli. In generale i politici attiravano in quel periodo un odio smodato mentre Raul Gardini era riuscito a mantenere un profilo diverso, forse anche perché si era fin da subito dimostrato pronto a collaborare».
Cosa resta oggi delle prime due stagioni di una serie tv su Tangentopoli? Ci sono state reazioni che ti hanno colpito?
«Ci siamo resi conto che è stata un’epoca molto viva, incasinatissima certo, ma oltre che di tragedie e di misteri, piena di speranza, cosa che invece manca oggi. Si sentiva nell’aria la chance di una rivoluzione. E sembra l’altro ieri, tanto che più di 20 anni dopo molte dinamiche della nostra società e della nostra politica non sono cambiate. L’altra cosa che ci ha colpito è stato l’interesse che ci è stato all’estero, per una serie partita per essere molto specifica nei confronti del pubblico italiano e che invece è stata venduta in più di cento paesi, generando grande interesse. L’Italia non ne è consapevole, ma godiamo ancora di grande credito all’estero».
Hai un ricordo personale di Gardini?
«Ho frequentato per tanti anni il Circolo Velico Ravennate, da bambino, e ricordo quando Raul veniva a tenere i suoi discorsi, l’aura di rispetto che emanava e l’importanza che aveva in città. Era un uomo fuori dal comune, che si impegnò in sfide e imprese fuori dal comune, un vero personaggio, che si trovò a gestire un potere forse inaspettato, in modo anche spregiudicato».

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