domenica
18 Gennaio 2026
la visita

Un secolo di moda raccontato da 400mila pezzi: gli Archivi Mazzini ispirano le grandi griffe

A Massa Lombarda un luogo unico in Europa, nato dalla collezione di un uomo che negli anni Ottanta andava in cerca di abiti unici per i suoi negozi. Ogni settimana in visita i creativi delle maison o gli studenti delle accademie

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A Massa Lombarda c’è una fonte di ispirazione per molte collezioni del mondo della moda. In un capannone di circa seimila metri quadrati, in un paese di undicimila abitanti nella Bassa Romagna, vanno in missione i team creativi delle maison. In via Castelletto ci sono gli Archivi Mazzini: una raccolta di più di 400mila pezzi, tra capi di abbigliamento e accessori, che coprono gli ultimi cento anni della moda. Da fuori è un capannone come tanti, senza insegne. Dentro è un Santo Graal bramato da chi deve creare cosa indosseremo.

Il fondatore Attilio Mazzini, 78 anni, a metà dicembre ci ha accompagnato attraverso i piani della struttura in acciaio dentro al capannone, dove i capi di moda si mescolano alle opere d’arte della sua collezione personale. «Tutto è cominciato da zero negli anni Ottanta. Ora ogni settimana abbiamo appuntamenti con designer e stilisti. La moda è ciclica e qui cercano suggestioni per rendere contemporaneo il passato». Ma non necessariamente solo dal fashion più glamour: ci sono sì pezzi unici visti solo in passerella – come uno indossato da Beyoncé – e mai arrivati alla vendita al dettaglio, ma anche tutt’altro. Per esempio, un vasto settore dedicato agli abiti da lavoro o alle uniformi militari. E non necessariamente solo ciò che è in perfetto stato. Mazzini afferra una gruccia che regge un giubbotto con evidenti chiazze di pelle consumata: «Il deterioramento di alcuni capi può essere uno spunto più illuminante di una cosa impeccabile. Quello che è un effetto del tempo, diventa un’estetica da replicare nel nuovo».

Le griffe che visitano Mazzini non possono essere rese note per accordi di riservatezza tra le parti, ma i custodi dell’archivio lasciano intendere che si tratta del top del settore. «E dobbiamo organizzare l’agenda con attenzione perché va evitato che si incontrino aziende concorrenti». La prassi è ormai consolidata. Gli emissari delle case di moda si muovono in libertà tra il materiale esposto e selezionano un numero di capi da noleggiare in base alle loro necessità. A volte anche centinaia di pezzi. «Ogni tanto mi diverto a scegliere qualche pezzo e lo sistemo tra quelli selezionati senza dire niente – racconta Mazzini – e poi se ne accorgono che era adatto con le loro richieste».

La selezione viene spedita agli uffici stile per averla a portata di mano nelle fasi di creazione vera e propria. «Alcuni abiti sono talmente importanti che viaggiano in taxi, andata e ritorno in giornata, sorvegliati e scortati da chi è venuto agli Archivi, con assicurazioni e accortezze simili a quelle per le opere d’arte». Altri abiti invece da Massa Lombarda proprio non si muovono: si possono vedere sul posto, ma per il loro valore – e per la volontà di tramandarli ai posteri – fanno parte di una sezione considerata quasi museale. «Nel tempo siamo diventati anche luogo di frequentazione per scuole, università e accademie ed è proprio a loro che con piacere ci rivolgiamo, a titolo completamente gratuito, per trasmettere l’importanza della ricerca come punto di partenza ispirazionale oltre che di patrimonio della memoria. Il dialogo con studenti e le nuove generazioni di creativi è fondamentale per approdare a nuove espressioni e intuizioni. Una sorta di libreria della moda fruibile a studenti, designer, costumisti e a tutti coloro che fanno parte del sistema fashion».

Gli Archivi Mazzini non nascono da un vero e proprio progetto di archiviazione, piuttosto da un’intuizione. Una quarantina di anni fa Attilio prese le redini dei due rinomati negozi di famiglia che vendevano abbigliamento da uomo e da donna a Lugo e a Massa (ora rimane solo quello da donna a Lugo). Il massiccio bancone in ferro battuto di uno dei due negozi è oggi negli Archivi. Per aggiungere un tocco di stile, come le appenderie create da travi in legno recuperate da un antico mulino. Al fianco di Attilio c’erano Carla Marangoni e la moglie Dolores Bacchi. Il primo boom di successo fu con la vendita del denim. Poi Mazzini decise di stravolgere gli schemi, con una mossa ardita per quei tempi a queste latitudini: «Ho inserito nella boutique marchi all’avanguardia ancora sconosciuti nel panorama di provincia come Jean Paul Gaultier, le primissime collezioni di Dolce & Gabbana, Prada, Romeo Gigli, Helmut Lang». Oppure realizzazioni di stilisti all’epoca ignoti – scelti dall’intuizione di Carla e Dolores – e poi divenuti di fama negli anni a seguire: «In questo modo ci sono pezzi unici che oggi hanno un valore incredibile».

Nelle vesti di buyer, il trio partecipava anche agli eventi di moda. «A Parigi ho conosciuto Paul Smith. Mi chiese dov’era il nostro negozio e dovetti prendergli la penna dall’orecchio per disegnare un puntino sulla cartina. Si fece una risata e così nacque un rapporto diretto che è andato avanti fino al 2017». E oggi l’archivio ha una scaffalatura singola dedicata all’ottantenne stilista britannico. A poca distanza dall’angolo Paul Smith, c’è un pezzo d’arte unico: il tavolo da lavoro dell’artista Nicola Samorì che veniva utilizzato dal pittore di Bagnacavallo per accatastare gli scarti della sua attività. All’interno degli Archivi è diventato un’opera d’arte irripetibile. Avere un’attività commerciale è stato anche un aiuto per evitare di inserire in archivio pezzi “taroccati”: «Acquistavamo direttamente dalle case di produzione, filo diretto con il negozio. E va anche detto che la maggior parte delle acquisizioni risale a tempi in cui le contraffazioni non erano così diffuse e così ben fatte. Però a volte può essere difficile riconoscere un falso».

Il benessere economico degli Ottanta e la voglia di presentarsi in pubblico sempre con nuove collezioni imposero un diktat: per chi voleva essere alla moda – in uencer ante litteram – era tassativamente vietato indossare pezzi già sfoggiati la stagione precedente. E qui arrivò l’altro guizzo di Mazzini, rivelatosi poi fondamentale per i futuri Archivi: il ritiro del guardaroba usato in cambio di una tessera sconto sulle nuove proposte. «I clienti aderirono con entusiasmo. Davo a loro dei sacchi e mi portavano in negozio articoli acquistati gli anni precedenti nella mia boutique o anche in altri negozi di spicco». Da lì è stato un crescendo. Con i blitz nei mercatini londinesi e parigini. E poi gli accordi con i cosiddetti “trova roba”. In particolare uno di Napoli con cui il rapporto rimane tutt’ora: «L’unico che capì subito il nostro approccio diverso: non compravamo per rivendere, ma per archiviare».

Gli archivi continuano ad aggiungere nuovi elementi. «Ma dobbiamo essere molto selettivi, anche per ragioni di spazio. I principali criteri di selezioni sono dati dal contenuto stilistico ed emotivo che trasmette un oggetto senza necessariamente basarsi sulla griffe». Tutto è disposto secondo le scelte di chi ha fondato quel tempio: un’ala per l’uomo e una per la donna, poi la macrodivisione per tipo di indumento, poi per colori. «Ogni capo dialoga con quello adiacente, c’è un qualche elemento che li accomuna. Un ricamo, un colore o un elemento stilistico. Insomma, ognuno dei 400mila pezzi ha una sua posizione in queste relle che può variare al massimo di qualche decina di centimetri». Fino a quando non ci sarà un cartellino a dare l’informazione, la posizione precisa è un sapere prezioso che si trasmette oralmente. E ha anche un suono ben preciso che fa quasi da tappeto musicale alla chiacchierata: è quello dei collaboratori che sistemano i capi rientrati dai prestiti e spostano le grucce appese facendole stridere leggermente sulla barra orizzontale.

Attilio stringe nel pugno un lembo di stoffa del primo abito che ha a tiro: «In questo gesto c’è tutto il valore del nostro archivio e non vorrei mai che venisse sostituito dalla lettura di una scheda tecnica online, magari compilata da un’intelligenza artificiale. Il tatto, la vista, il rapporto con i capi devono continuare. È una forma di artigianalità».

Sono gesti che aiutano anche la conservazione dell’archivio, dove tutti i capi sono esposti senza custodie o sacchi di plastica. «Sarebbero orribili. Quasi ogni giorno c’è qualcuno che passa in questi corridoi e smuove gli abiti, li arieggia. Può sembrare strano, ma questo evita che si depositi la polvere». Ovviamente in alcuni casi, soprattutto quando entrano nuovi materiali, c’è un’operazione più consistente fatta con il compressore ad aria, magari anche nei periodi in cui la stagionalità del settore moda è più ferma e abbiamo meno visite».

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