Erano le 9 del mattino del 23 luglio 1993 quando una telefonata annunciò la morte di Raul Gardini nella sua abitazione di Palazzo Belgioioso, nel centro di Milano. L’imprenditore ravennate, protagonista in pochi anni della costruzione del colosso Ferruzzi-Montedison, fu trovato senza vita sul letto, ucciso da un colpo di pistola alla tempia.
Il caso venne archiviato come suicidio, ma fin da subito emersero dubbi e incongruenze, a partire dalla posizione dell’arma: una Walther Ppk calibro 7.65 ritrovata sullo scrittoio, distante dal corpo. Un dettaglio che alimentò per anni l’ipotesi dell’omicidio.
A oltre trent’anni di distanza, una testimonianza di Antonio Di Pietro contribuisce a chiarire uno dei punti più controversi. Intervistato da Aldo Cazzullo per la trasmissione Una giornata particolare (la puntata andrà in onda mercoledì 21 gennaio alle 21.15 su La7), l’ex magistrato di Mani Pulite ha rivelato di aver spostato lui stesso la pistola, dopo l’arrivo sul luogo della tragedia, spiegando così l’anomalia rilevata dalla Scientifica.
Proprio quella mattina, Gardini avrebbe dovuto essere interrogato da Di Pietro sulla cosiddetta “supertangente” Enimont, una provvista di 150 miliardi di lire legata al fallimento della joint-venture tra Eni e Montedison. Secondo l’ex pm, Gardini avrebbe dovuto rivelare i destinatari delle tangenti, ma temeva il carcere. «Credo che questo lo abbia determinato, visto il suo carattere, a suicidarsi», ha dichiarato.
Raul Gardini in barca in una foto dal sito della Fondazione intitolata all'imprenditore



