Simona Pepoli è la presidente della Scuola Arte e Mestieri Angelo Pescarini, un centro di formazione professionale con sede alle Bassette finanziato dalla Regione e parte del sistema Iefp che per molti ragazzi rappresenta un’alternativa alla scuola superiore statale, ma che non rilascia diplomi di Stato. Le abbiamo chiesto di parlarci di questa realtà in costante crescita.
Presidente, innanzitutto quanti iscritti ha oggi il Pescarini e quanti ne può accogliere?
«La Scuola Pescarini ha in tutto 11 classi: 5 classi seconde, 5 terze e una quarta, che porta al diploma professionale quadriennale (diverso dal diploma di Stato, ndr). Ogni anno attiviamo cinque classi complessive, che possono accogliere circa cento studenti. Ogni classe corrisponde a un profilo professionale preciso, come operatore elettrico, meccatronico dell’autoriparazione, termoidraulico. Sono ambiti legati ai bisogni del territorio. L’Iefp funziona in modo diverso rispetto alla scuola statale: non è possibile aprire nuove classi semplicemente perché arrivano più domande. A Ravenna attiviamo tre classi, mentre due sono a Faenza. Le richieste sono sempre superiori ai posti disponibili e abbiamo regolarmente liste di attesa. Vorremmo accogliere tutti, ma non è possibile. Anche qui la scelta è quella di garantire un’attenzione vera ai ragazzi».
Avete molte richieste anche ad anno iniziato?
«Sì, succede sempre. Come nelle altre scuole è aumentato il numero di ragazzi che chiede di cambiare l’indirizzo di studi scelto. Arrivano famiglie e ragazzi che si rendono conto, anche in corsa, che il percorso che stanno seguendo non è quello giusto per loro. Non sempre possiamo accoglierli, per limiti organizzativi e normativi, ma queste richieste raccontano un bisogno educativo reale che il territorio esprime. E una difficoltà delle azioni di orientamento».
Chi può iscriversi? Il limite dei 15 anni ha senso?
«In Emilia-Romagna l’accesso ai percorsi Iefp è possibile a partire dai 15 anni se hai frequentato un anno nella scuola superiore. Credo che, in molti casi, questo limite oggi andrebbe ripensato. Per alcuni ragazzi significa restare bloccati per un anno in un contesto in cui non si riconoscono. Quando entrano in laboratorio o vivono le prime esperienze di stage, spesso li vedi rinascere: l’apprendimento diventa “sono in grado di, me la posso giocare”».
Molti arrivano dopo difficoltà nella scuola tradizionale. Cosa non ha funzionato?
«La scuola tradizionale fa la sua parte e svolge un ruolo fondamentale. Il punto, però, è più ampio e riguarda il modo in cui oggi viviamo l’educazione. Sempre più spesso il rapporto con la scuola viene vissuto come quello tra un cliente e un servizio, non come una corresponsabilità educativa. In questo contesto il valore rischia di spostarsi dall’essere all’apparire, e molti adolescenti fanno fatica a sentirsi riconosciuti per quello che sono davvero per le qualità che hanno perché non vengono riconosciute».
I dati, citati di recente anche dalla parlamentare Ouidad Bakkali, parlano di un problema di abbandono soprattutto tra studenti con background migratorio. Come si spiega?
«Le opportunità non sono uguali per tutti e non tutti i ragazzi partono dalle stesse condizioni. I diritti sono uguali sulla carta, ma nella vita quotidiana contano molto il contesto familiare, sociale e linguistico. L’equità non significa abbassare le aspettative, ma mettere ciascun ragazzo nelle condizioni di esprimere il proprio potenziale. Quando questo accade, il rischio di abbandono diminuisce. Oggi c’è una discrepanza fortissima delle condizioni reali di partenza».
Telecamere e metal detector nelle scuole per contrastare la violenza giovanile: cosa ne pensa?
«I fatti di cronaca colpiscono e preoccupano, ed è giusto non minimizzare. Ma pensare di risolvere il disagio solo con strumenti di controllo è un po’ come curare una febbre rompendo il termometro: togli il segnale, ma non risolvi il problema. Anzi non sai più se c’è o non c’è, non hai la misura di nulla. La prevenzione vera passa da relazioni educative vere e da comunità capaci di dare appartenenza ai ragazzi. Per questo anche alle istituzioni locali chiediamo di investire in reti educative stabili e continue, non su interventi spot».
Dopo la qualifica, che prospettive si aprono per i vostri studenti?
«Le nostre classi sono fatte di ragazzi e quando arrivano le ragazze per noi è sempre una festa. Il dato occupazionale è alto davvero: a sei mesi dalla qualifica dopo la terza, più del 90 per cento risulta occupato, quindi la maggioranza entra subito nel mondo del lavoro, altri scelgono di continuare a studiare, frequentando la scuola serale o completando anche il quarto anno per specializzarsi ulteriormente».
L’apertura dell’anno scolastico con (da sinistra), la presidente Pepoli, la presidente della Provincia Palli e il sindaco Barattoni



