Il professore sottolinea la grande varietà di scenari che offre tutto ciò che sommariamente viene catalogato come “montagna”: «Vale per tutta l’Europa e forse anche per tutto il Mediterraneo, di sicuro è molto evidente in Italia. Basti pensare a Alpi e Appennini: sono montagne, ma con caratteristiche molto diverse, che si riflettono nel modo in cui le pensiamo in quanto tali. Perugia è senza dubbio da considerare in montagna, ma non troveremo nulla di simile nelle Alpi». Per l’Istat il discrimine altimetrico è 600 metri: «Ma ci sono borghi a 500 metri che sono in tutto e per tutto contesti di montagna per conformazione del paesaggio, rete stradale, stili di vita, tradizioni, per prodotti di cui vivono gli abitanti. Senza contare che parliamo di una convenzione: per esempio in Austria quel limite è 500 metri».
Allora, accanto alle misurazioni di cui non si può fare a meno, il docente invita a inserire una lettura più ragionata: «La questione è come definisco la montagna culturalmente. Bisognerebbe far lavorare una commissione interdisciplinare per individuare un indicatore che tenga conto della complessità del fenomeno. Vanno considerate le caratteristiche socio-economiche, non solo i metri sul livello del mare. Lo standard quantitativo piace tanto perché semplifica, ma la realtà non si può tagliare a fette nette».
L’osservazione dei dati demografici che riguardano i tre Comuni montani della provincia di Ravenna mostrano un aumento della popolazione fino agli anni ’30 e poi il progressivo calo. Un andamento comune a quasi tutto il contesto montano italiano che ha una spiegazione: «Da un certo punto della storia lo sviluppo economico ha cominciato a puntare alle città dove si è concentrato il bisogno di manodopera. Con un effetto a cascata: si veniva a sapere che qualcuno era partito e aveva trovato lavoro e anche altri seguivano la stessa strada, finendo per spopolare i territori più alti che sono diventati zone considerate sostanzialmente arretrate dove resta la popolazione più anziana».
Ora sembra esserci un’inversione di tendenza. Il Rapporto Montagne del 2025, elaborato dall’Unione nazionale Comuni comunità enti montani (Uncem), mostra per la prima volta un ritorno alle montagne. Circostanza emersa anche dal libro “La montagna che torna a vivere” di Mauro Varotto.
E poi c’è l’impatto del turismo. Neve cita la Liguria come esempio: «Nel secondo dopoguerra cominciò lo spopolamento dei celebri terrazzamenti perché era un lavoro faticosissimo che si poteva fare solo a mano. E cominciò uno spostamento dei lavoratori verso il settore turistico che era più attrattivo. Quando frane e dissesti sono diventati sempre più frequenti, la Regione ha deciso di rimettere in piedi tutto affidando il territorio a cooperative di giovani». Il caso ligure ha affinità con quanto si vede in molte parti d’Italia, Romagna compresa: «Dal 2000 si conoscono le mappe del rischio idrogeologico, sono state elaborate in anticipo sull’Europa dopo la tragedia di Sarno nel 1997. Ma con bilanci in cui lo Stato concede sempre meno, le amministrazioni locali da sole non hanno la forza di affrontare la manutenzione».
Un filo di speranza sta nei figli e nipoti di chi lasciò la montagna: «Un giovane oggi probabilmente comincia a pensare che quelle sono aree dove forse si può trovare una possibilità per costruirsi un percorso professionale senza stare al precariato del mercato del lavoro. Qualcuno forse sta pensando che piuttosto che un contratto a chiamata vale la pena provare altro». A presentarsi è la difficoltà di attingere a nozioni per lavori e attività che stanno scomparendo: «Non c’è dubbio che il passaggio di testimone sia un tema centrale, perché i depositari di quelle conoscenze sono sempre meno e non le hanno tramandate agli eredi».
La creazione di un archivio di quei saperi sarà anche uno degli obiettivi dell’Osservatorio dinamico del paesaggio che si è insediato il 25 febbraio a Faenza al museo di storia naturale. Sarà uno strumento di monitoraggio che intende raccogliere ed elaborare le informazioni provenienti dai territori locali, avvalendosi delle competenze dell’Università di Bologna, degli uffici regionali e dello Stato, delle associazioni di volontariato e di impegno sociale, per fornire un quadro il più possibile integrato del sistema ambientale e paesaggistico del territorio. «È il risultato di un’idea partita dal dipartimento di Beni culturali – spiega il docente che ha curato la nascita del progetto con il collega Giovanni Gabbianelli –. Faremo anche ricerca perché è un progetto universitario».
Tra le azioni che si intendono sviluppare c’è la raccolta delle documentazioni qualitative e quantitative disponibili nelle principali banche dati pubbliche e private accessibili. Alle spalle c’è una rete di enti locali: Provincia e Comune di Ravenna, Comune di Faenza, Unione della Bassa Romagna, Consorzio di Bonifica, il Parco del Delta e il parco dei Gessi. L’obiettivo è ambizioso: «Sarebbe molto se riuscissimo a usare le fonti disponibili per produrre indicatori nuovi di analisi del territorio».
Una veduta di Casola Valsenio, dalla pagina Fb del Comune



