A quasi 50 anni dall’assassinio di Peppino Impastato, il ragazzo “dei cento passi” che da giornalista e attivista sfidò apertamente Cosa Nostra nella Cinisi degli anni Settanta a colpi di satira e di “cultura della parola”, la nipote Luisa Impastato continua a portare avanti un impegno attivo nell’antimafia. Il suo lavoro si concretizza nell’associazione Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato e in una serie di incontri, laboratori artistici e attività didattiche in tutta Italia.
Sabato 14 marzo, alle ore 17, Impastato incontrerà il pubblico alla Biblioteca comunale, in via Godo Vecchia 10 (ingresso libero). Per l’occasione sarà presentato il libro di Marco Rizzo e Lelio Bonaccorso Peppino Impastato. Un giullare contro la mafia (BeccoGiallo Edizioni). «Un fumetto a cui sono molto legata, come lo sono a tutte le opere artistiche che riportano in vita la storia di Peppino: dal film I cento passi alla musica dei Modena City Ramblers – racconta l’attivista -. Il fumetto, poi, è un mezzo particolarmente efficace per avvicinare il pubblico più giovane». Per Impastato infatti, la cultura dell’antimafia deve mettere radici proprio tra i più giovani: nella mattinata del 14 marzo incontrerà anche gli studenti delle classi terze della scuola media Baccarini, a conclusione del percorso educativo realizzato in aula.
Luisa, con un cognome come il suo e un impegno attivo nell’antimafia, ha mai vissuto o temuto ripercussioni personali?
«Fin da quando ero piccola, pensare al mio cognome mi ha sempre dato un grande senso di orgoglio. A un certo punto della mia vita però ho capito che la mia storia familiare nel mio contesto e nel mio paese non era davvero accettata: quella fierezza che io credevo condivisa era vista sotto tutta un’altra luce. Questo mi ha lasciato una sensazione di amarezza, ma non ho mai avuto ripercussioni dirette. Ho avuto la fortuna di portare avanti un impegno su cui prima di me avevano già lavorato mia nonna e mio padre, permettendo a una storia familiare di diventare collettiva. Ci sono stati episodi che mi hanno impaurita, o allarmata, e momenti in cui mi scoraggio, ma il sentimento di orgoglio è quello che continua a prevalere».
Cosa significa fare antimafia oggi, rispetto agli anni Settanta?
«Oggi paradossalmente è più complesso: a quei tempi il “nemico” era molto riconoscibile. Chi era impegnato su questo fronte distingueva chiaramente chi apparteneva a quel mondo e chi stava dall’altra parte. Oggi la criminalità organizzata è meno individuabile e può trovarsi in qualsiasi settore. Non è solo un fenomeno criminale, ma anche sociale, culturale, politico ed economico. L’antimafia per come la intendiamo noi è l’antimafia sociale, quella portata avanti da Peppino, che parte dal basso e mette al centro i diritti umani: in questo non ci sono differenze rispetto ad allora».
Se ne parla meno rispetto a un tempo? Perché invece è ancora importante farlo?
«Purtroppo sì, probabilmente perché la mafia ha smesso di esercitare la violenza in maniera plateale, ma quella violenza continua a far parte del dna. Potremmo dire che se ne parla addirittura troppo poco. Bisognerebbe agire su più fronti, tenendo a mente che il contesto mafioso interessa tutte e tutti, a prescindere dal luogo in cui proveniamo.
Oggi è più importante quindi portare questi temi anche nel Nord Italia?
«Assolutamente sì. Ormai è chiaro che la mafia non sia più un fenomeno legato esclusivamente al sud Italia, anzi, oggi è più probabile trovare infiltrazioni mafiose nei grandi centri di potere e finanziari del nord. I processi dimostrano che non esistono aree del territorio nazionale esenti da fenomeni mafiosi: basta guardare i beni confiscati, sempre più diffusi in territori non strettamente legati alla storia mafiosa. Parlare di criminalità organizzata al nord oggi diventa poi ancora più importante perché non avendo gli “anticorpi” dati da una lunga storia di convivenza con il fenomeno come la nostra, è più difficile interpretare certe dinamiche e riuscire a combatterle».
A Russi è previsto un incontro con le scuole: qual è l’approccio dei più giovani a questi argomenti?
«Noi incontriamo le scuole quotidianamente, come già mio padre faceva prima di me. Pensiamo sia necessario iniziare a creare una cultura antimafia diffusa, partendo proprio dai più piccoli. L’approccio dei ragazzi rispetto alla storia di Peppino è sempre molto positivo: è una figura che esercita una grande attrazione nei confronti dei più giovani, forse perché anche lui alla fine era un ragazzo come loro».
Qual è il messaggio principale che cerca di trasmettere ai ragazzi in questo tipo di incontri?
«Racconto la storia di Peppino, che di messaggi ne contiene tanti. Uno tra i più importanti però è l’importanza della scelta: Peppino dimostra che c’è sempre una scelta e si può sempre decidere di stare da un’altra parte. Lui, da figlio di una famiglia di mafia, sceglie di vivere da ragazzo libero»
Come è nata invece l’associazione Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato e qual è la sua missione principale?
«Casa Memoria nasce quasi naturalmente, dopo la morte di mia nonna nel 2004. È stata lei a chiederci di continuare a tenere aperte le porte della sua casa, di non smettere di raccontare la storia di Peppino, conservare la sua memoria e trasmetterla. Mio padre ha scelto di mantenere quella casa un luogo collettivo, proprio come aveva fatto lei: in un periodo dove alle donne si imponeva il silenzio e il lutto chiuse dentro casa, lei ha scelto di aprire la sua. Oggi l’associazione ha più anime, ma quella della memoria resta la più importante. Ricordiamo sia Peppino che mia nonna Felicia. Senza di lei, non saremmo arrivati fino a qui. Anche la sua è una storia di resistenza, una lotta costante per continuare l’azione politica del figlio. Mettiamo poi in campo tante iniziative che mirano a sviluppare una cultura antimafia diffusa: dagli incontri nelle scuole, alle attività didattiche e laboratoriali che portiamo avanti su rete nazionale».
L’associazione propone laboratori artistici: in che modo l’arte diventa uno strumento di lotta contro la mafia?
«L’arte e la cultura in generale erano per Peppino uno strumento di emancipazione e riscatto sociale: creano mondi diversi, forniscono nuovi strumenti e hanno la capacità di parlare un linguaggio universale. Arte, cultura, bellezza sono necessariamente dalla parte opposta della mafia e della sopraffazione, per questo è importante investire su questi temi».



