«La nuova guerra del Golfo sembra profilarsi come l’ennesimo conflitto da cui l’Europa subirà conseguenze anche se è stato scatenato da altri». È la sintesi del pensiero del professor Michele Marchi, coordinatore del corso di laurea triennale in “Storia, società e culture del Mediterraneo” al dipartimento di Beni culturali di Ravenna dell’Università di Bologna.
Le principali ricadute per il Vecchio Continente, secondo il professore di Storia contemporanea, sono di due tipi: «Sul piano economico già lo vediamo con l’aumento dei prezzi dell’energia. Sul piano umanitario è plausibile aspettarsi una nuova crisi migratoria che porterà profughi alle porte della Turchia e potrebbe avere a sua volta effetti socio-politici come avvenne un decennio fa ai tempi delle Primavere arabe con l’affermazione di nuovi movimenti di destra contrari all’immigrazione».
Quindi ancora una volta l’Europa nella parte di chi resta a guardare?
«Voglio essere “ultracategorico” e dire che non possiamo pretendere che l’Europa abbia un ruolo per cui servirebbero strumenti che non le abbiamo dato. Non abbiamo fatto nulla di quello che era necessario fare per renderla autonoma una volta finito il mondo bipolare. Penso a una politica estera comune e a un esercito europeo. In una situazione in cui lo spazio per le diplomazie è purtroppo sempre più esiguo, ma parlano le armi, serve una potenza dissuasiva dal punto di vista militare che l’Europa come soggetto unitario non ha».
Alcuni Stati europei stanno muovendo le proprie flotte verso il teatro del conflitto.
«Non è un caso che lo faccia soprattutto Parigi, in sintonia con Roma, Berlino, Atene (e Londra), in quelle che chiamiamo coalizioni a geometria variabile. Ma sarebbe sbagliato leggerlo come la voglia di protagonismo di Macron alla fine del mandato presidenziale: dal punto di vista militare la Francia è l’unico Paese che può mettere in campo un dispositivo all’altezza della sfida, oltre a poter contrare sulla dissuasione del nucleare».
L’Europa rischia di essere colpita militarmente sul proprio suolo?
«Al momento più che un rischio di attacchi militari, è più plausibile l’azione di qualche cellula terroristica rimasta dormiente. Credo che sia questo l’aspetto che tiene più impegnati i servizi segreti in Europa».
Sono passati più di dieci giorni (l’intervista è stata realizzata il 10 marzo, ndr) dall’inizio della guerra. Si riesce a delineare i realistici obbiettivi raggiungibili dalle parti in causa?
«Per Israele è abbastanza semplice da dire: Netanyahu considera questa operazione come la continuazione della risposta agli attacchi del 7 ottobre 2023. L’Iran sosteneva Hamas e quindi Israele ha l’ambizione di chiudere i conti con lo sponsor di Hamas. Invece è meno chiaro quale obiettivo possano raggiungere gli Stati Uniti. Dalle notizie che emergono, come il fatto che sia stato il Mossad a raccogliere le informazioni per colpire Khamenei, sembrerebbe quasi che Trump si sia fatto trascinare da Netanyahu in un nuovo intervento dopo la guerra dei dodici giorni di giugno 2025 che pareva avesse risolto il rischio che Teheran si potesse dotare dell’arma nucleare. Ora Israele e Usa sono protagonisti di un intervento che avviene fuori da qualsiasi cornice istituzionale. Anche nel 2003 in Iraq non ci fu un intervento con una approvazione internazionale, ma almeno ci fu un animato dibattito sulla presunta minaccia delle armi di distruzione di massa in sede Onu».
Non le sembra che la mossa Usa-Israele fuori da ogni cornice convenzionale abbia ottenuto meno biasimo dall’opinione pubblica di quanto accaduto con l’invasione russa in Ucraina nel 2022?
«A memoria non ricordo gente che si fosse stracciata le vesti per gli ucraini. E credo proprio che l’Ucraina sia stato lo spartiacque in questo senso: oggi ci scandalizziamo ancora meno perché l’abbiamo già visto succedere, lo scardinamento del diritto internazionale purtroppo sta diventando un’abitudine. In più pesa il fatto che per l’Iran parliamo comunque di uno dei regimi dittatoriali più feroci al mondo. È una situazione simile al Venezuela dove è stato colpito un regime antidemocratico».
La morte di Ali Khamenei può essere un risultato sufficiente per Trump?
«Ne dubito, anche perché è arrivata nel primo giorno di combattimenti, ma questo non ha dato segnali di sgretolamento nel regime. Anzi, la nomina del figlio Mojtaba come guida suprema è un messaggio chiaro di un Paese che resta nel solco dell’integralismo e non intende scendere a patti».
L’America sta mandando messaggi alla Cina?
«La competizione con la Cina è l’ossessione trumpiana che emerge sullo sfondo di tutte le mosse del presidente in politica estera: Venezuela e Groenlandia per citare i casi recenti più lampanti. Sappiamo che l’Iran viveva in questi anni soprattutto esportando idrocarburi alla Cina».
Pechino non si è fatta sentire.
«Con l’approccio tipico della sua diplomazia ha condannato a mezza voce, senza azioni eclatanti come poteva essere il richiamo della questione davanti al consiglio di sicurezza dell’Onu. Possono essere due i motivi. La Cina ha anche altri interessi nel Golfo e non vuole dare l’impressione di avere legami solo con l’Iran ora che questo sta colpendo altri Stati nell’area. E in più c’è un parallelismo con uno scenario cinese: Pechino potrebbe pensare di lasciar agire l’America aspettandosi una sorta di “restituzione del favore” qualora decidesse per un intervento preventivo a Taiwan».
Quanto andrà avanti il conflitto in Iran?
«Per Israele la guerra è una sorta di identità statutaria sin dalla nascita nel 1948, ne ha fatto la sua ragione d’essere. Per l’America è diverso, a novembre ci sono le elezioni di mid term e l’opinione pubblica è largamente contraria a questa guerra, ancora di più se i prezzi dei carburanti si alzeranno. Per l’Iran la strategia sembra quella di compattarsi e resistere, colpendo altri Paesi nel Golfo nel tentativo di far nascere un movimento che faccia pressioni sull’America per evitare di subire ferite. Ma il rischio è di creare un fronte compatto avverso tra Paesi che non erano marcatamente anti iraniani».



