“Refugees Welcome Italia” è un’organizzazione indipendente che da oltre dieci anni lavora per promuovere e costruire percorsi di inclusione tra cittadini e persone rifugiate e migranti. A livello operativo si compone di uno staff centrale e di gruppi territoriali attivi in diverse città italiane. Ne abbiamo parlato con Silvia Manzani, referente territoriale di Ravenna.
Silvia, ci parli del progetto.
«Quello originario è l’accoglienza in famiglia, che ha rappresentato il punto di partenza e il cuore dell’associazione. Tuttavia, si tratta di un’iniziativa limitata nei numeri, perché non è semplice trovare famiglie disponibili (anche a fronte di un rimborso spese di qualche centinaio di euro al mese, ndr) ad aprire la propria casa. Per questo, nel tempo è nato un secondo progetto, oggi molto più diffuso: il mentoring. In questo caso, un volontario affianca una persona migrante nel suo percorso verso l’autonomia, senza convivenza. I due progetti restano centrali ma è il mentoring a registrare i numeri più alti (dal 2021 sono state attivate quasi cento relazioni, di cui 25 solo l’anno scorso, ndr)».
Qual è la differenza tra accoglienza in famiglia e mentoring?
«La differenza principale sta nell’impatto sulla vita delle persone coinvolte. Accogliere qualcuno in casa propria è una scelta importante, che incide profondamente sugli equilibri quotidiani: non è da tutti, anche per chi è sensibile al tema. Il mentoring, invece, offre maggiore flessibilità: il volontario costruisce un percorso “su misura” insieme alla persona affiancata, organizzando tempi e modalità in base alle proprie disponibilità. Non a caso viene definito un progetto “sartoriale”: è adattabile, personalizzabile e compatibile con vite spesso già molto impegnate. Questa caratteristica sta attirando volontari di ogni età – inclusi adulti con figli – una fascia prima meno presente».
Come avviene l’incontro tra volontari e migranti?
«L’incontro è preceduto da una fase di conoscenza in cui l’associazione presenta alle due parti le caratteristiche generali dell’abbinamento. Tuttavia, il primo incontro è volutamente informale, quasi “al buio”. Di solito si svolge in un bar, davanti a un caffè o una merenda per mettere tutti a proprio agio e creare un clima rilassato e umano. Nel mentoring, se l’incontro va bene il percorso può iniziare immediatamente, mentre nell’accoglienza in famiglia sono previsti ulteriori passaggi preparatori».
Quanto dura mediamente un’esperienza?
«L’associazione richiede un impegno minimo di sei mesi, sia per l’accoglienza che per il mentoring. Nella pratica, però, molte esperienze durano più a lungo: sei mesi rappresentano spesso solo l’inizio di un percorso relazionale che continua nel tempo».
Avviene una selezione per le persone migranti coinvolte?
«Sì. Soprattutto per l’accoglienza in famiglia. Le persone inserite devono avere un certo livello di autonomia e non presentare situazioni complesse, come dipendenze o fragilità psichiche importanti. Questo perché la famiglia è pensata come un ponte verso l’autonomia, non come una struttura in grado di gestire situazioni altamente problematiche. Molti partecipanti provengono da percorsi di accoglienza già avviati o in fase di conclusione, quindi l’associazione può contare anche sul supporto degli operatori che li hanno seguiti. A questo si aggiungono anche aspetti logistici: ad esempio, un ragazzo che lavora a Ravenna e non ha la macchina non può andare in accoglienza a Lugo».
Quali risultati avete ottenuto finora in termini di inclusione?
«Il risultato più importante non è solo l’accoglienza temporanea ma la rete sociale che si crea attorno alla persona. È questa rete a fare davvero la differenza nel lungo periodo. Un esempio riguarda un ragazzo della Guinea: ancora minorenne aveva chiesto una mentore, quindi una volta raggiunta la maggiore età lo abbiamo affiancato a una donna. Grazie a lei, il ragazzo è riuscito ad ottenere un contratto di affitto regolare e al momento ha una casa con altri connazionali. È proprio questo il risultato più grande: una persona non si emancipa in sei mesi, ma la rete sociale che crea in questo arco di tempo lo sostiene anche nel futuro».
Questi percorsi generano legami duraturi? C’è una storia che l’ha colpita particolarmente?
«Sì, anche se in maniera superstiziosa devo mantenere segreto il finale. È la storia di Enrico Bosi, mentore di Drammeh, un ragazzo gambiano. Hanno iniziato questo percorso quando il migrante aveva 18 anni. Ormai sono passati tre anni e i due hanno costruito un vero e proprio legame familiare. Ora Drammeh ha trovato lavoro grazie al suo mentore ma non solo, sono andati persino in Gambia assieme per conoscere la famiglia del ragazzo. Questa relazione è andata ben oltre le nostre aspettative ma non posso ancora svelare il finale…»
Dove è attivo il progetto in Emilia-Romagna?
«Attualmente a Ravenna e Bologna. Tuttavia è in corso un tentativo di espansione attraverso una rete chiamata Community Matching, un’estensione del mentoring rivolta specificamente a rifugiati e richiedenti asilo. L’idea è coinvolgere direttamente i centri di accoglienza, aiutandoli a trovare volontari e integrare questo modello al loro interno. Sono già stati avviati contatti con realtà come Cesena, Lugo, Faenza e Rimini».

Silvia Manzani
durante un incontro
nell’ambito
di “Refugees Italia”
(foto Vincenzo Pioggia)
Benedetta Missiroli del gruppo territoriale di Refugees Welcome - Ravenna con due dei nostri ragazzi, Faisal e Adnan



