domenica
29 Marzo 2026
La psicologa

«I figli non restano eterni bambini, la sessualità va affrontata da subito»

Le riflessioni della presidente dell’Ordine dell’Emilia-Romagna su scuola e famiglie: «Aspettare le domande dei ragazzi non funziona, si rischia che cerchino risposte da internet»

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Dall’approvazione del Ddl Valditara alla Camera dei deputati, a dicembre 2025, l’Ordine degli psicologi dell’Emilia-Romagna è intervenuto più volte (anche in collaborazione con altri ordini regionali) sulla necessità di rivedere il disegno di legge. «In quanto professionisti della salute – si legge nelle note firmate dall’Ordine –, esprimiamo profonda preoccupazione per le implicazioni culturali e sociali derivanti da un eventuale divieto generalizzato di un’educazione affettiva e sessuale tempestiva, continuativa e scientificamente fondata. Limitare o escludere la possibilità di promuovere attività educative sui temi della sessuo-affettività significa privare le giovani generazioni di strumenti fondamentali per comprendere e gestire i cambiamenti fisici ed emotivi legati alla crescita, strettamente connessi alla costruzione della propria identità personale e sociale».

Luana Valletta, psicologa,
presidente dell’Ordine
dell’Emilia-Romagna

Secondo Luana Valletta, presidente dell’Ordine dell’Emilia-Romagna, l’educazione sessuo-affettiva più efficace passa da un lavoro trasversale e continuativo in classe, condotto da psicologi qualificati, e dalla capacità delle famiglie di accogliere questi temi anche tra le mura domestiche, senza tabù né paure genitoriali irrisolte. «Lo stesso vale per altre tematiche delicate, come la morte – spiega Valletta –. Oggi si promuovono percorsi di death education perché in casa non se ne parla più, i bambini non partecipano ai funerali e si perde l’occasione di conoscere ed elaborare il dolore. Con la giusta dolcezza e sensibilità, si può e si deve parlare di tutto, senza aspettare che sia un cartone animato o qualcun altro a farlo per noi».

Partendo dal Ddl, quali sono le criticità?
«La principale è evitare di affrontare l’educazione sessuo-affettiva in modo scientifico e continuativo. Già siamo arretrati rispetto ad altri Paesi europei, e invece di rafforzare le normative a livello nazionale, si pongono limiti che rischiano di negare l’importanza stessa del tema. Il dibattito pubblico, soprattutto sui social, ha spesso generato diffidenza e disinformazione: è fondamentale ricordare che l’educazione sessuo-affettiva condotta da professionisti è calibrata all’età dei ragazzi e non “spinge” al sesso, ma insegna rispetto, consenso e riconoscimento dei confini. Bisognerebbe trattare il tema come un intervento di sanità pubblica, tra prevenzione di malattie, bullismo e violenza, non solo di genere, perché tutte le forme di violenza hanno radici comuni. Limitare l’educazione per motivi ideologici, senza un contraddittorio scientifico, è rischioso: se lasciamo un vuoto, i ragazzi cercheranno risposte altrove».

Quale dovrebbe essere il ruolo delle famiglie e quale quello della scuola?
«Le famiglie devono avere maggiore fiducia nella scuola e nei professionisti sanitari. Per anni si è alimentato il mito della famiglia come luogo naturalmente adeguato ad affrontare ogni tema, ma la realtà è più complessa: esistono contesti familiari disfunzionali e, anche nelle situazioni più equilibrate, non sempre si possiedono strumenti e competenze per affrontare in modo adeguato questi argomenti. È importante però saper accogliere e rielaborare in ambito domestico i contenuti introdotti in classe. La scuola invece dovrebbe vigilare per garantire la qualità degli interventi proposti: proprio sul nostro territorio alcuni genitori hanno segnalato incursioni di associazioni di stampo ultracattolico con visioni allarmitiche. È essenziale affidarsi a psicologi qualificati, iscritti a ordini riconosciuti e quindi responsabili dei contenuti che propongono. L’educazione sessuo-affettiva deve basarsi su evidenze scientifiche e su un approccio sanitario e formativo, mai ideologico».

Quali sono gli errori più comuni che possono fare le famiglie quando scelgono di affrontare questo tema in autonomia?
«L’errore più grande e frequente è evitare di parlarne, per vergogna o a causa dei bias che porta a vedere i propri figli come eterni bambini. Il silenzio però non protegge, anzi, espone. C’è chi aspetta che siano i ragazzi a fare domande, ma oggi spesso i più giovani scelgono di rivolgersi direttamente a internet piuttosto che ai genitori. Anche le migliori intenzioni non bastano: non siamo tuttologi e l’improvvisazione non è mai positiva. Anche tra gli psicologi solo chi è appositamente formato sul tema può affrontare questi temi in classe».

C’è quindi un’età giusta per iniziare a introdurre il tema?
«Fin da subito. Chi ha bambini piccoli lo sa, la scoperta del proprio corpo è naturale già nei primi anni di età e non va sessualizzata, interpretandola con occhi adulti. È un’esplorazione naturale, legata alla conoscenza di sé e del piacere. Esistono libri illustrati pensati proprio per insegnare ai bambini il concetto di consenso senza paura, vergogna o negazione. Oggi il contatto con la dimensione sessuale avviene sempre prima: anche sui social possono arrivare richieste o pressioni ed è importante che i più piccoli si sentano sempre abbastanza forti da poter dire “no” e, al tempo stesso, sappiano rispettare i limiti altrui. A livello scolastico, introdurre il tema fin dalle primarie permette anche di intercettare situazioni a rischio: non è raro che durante questi incontri possano essere intercettati anche episodi di violenza intra familiare. Non si tratta solo di educazione e prevenzione, ma c’è anche la possibilità di intercettare eventuali altri disagi».

Quali sono i segnali di disagio più evidenti degli adolescenti e pre adolescenti in relazione a queste tematiche? C’è bisogno di parlarne di più rispetto a un tempo?
«Sicuramente sì, anche perché le crisi evolutive adolescenziali si presentano sempre più precocemente. I disagi di questa fascia di età, spesso, si manifestano con disturbi di ansia, del comportamento alimentare, di autolesionismo, a titolo di esempio. La presa in carico di questi disturbi ha visto un maggiore accesso ai pronto soccorso pediatrici, spesso in affanno per la carenza di psicologi qualificati. Anche i servizi sul territorio andrebbero rafforzati con un numero maggiore di professionisti: non possiamo lavorare sempre quando il problema è presente, dobbiamo lavorare in prevenzione, fare educazione. In questo, una legge sulla psicologia scolastica può essere di aiuto».

Quanto incidono i social e la pornografia online in assenza di un’educazione strutturata?
«Tantissimo. Oggi sono la fonte primaria di informazione e formazione, e si rischia di prendere a modello paradigmi sbagliati. Anni fa i ragazzini potevano imbattersi in qualche videocassetta o giornalino, oggi invece ci si trova davanti a contenuti molto espliciti, che spesso veicolano modelli distorti di sopraffazione, dominio e svalutazione, soprattutto delle donne. Questo si riflette anche sugli atteggiamenti delle generazioni più giovani, con stereotipi di genere più marcati rispetto a qualche anno fa».

In futuro quale potrebbe essere il costo sociale di queste scelte?
«Quello che stiamo già iniziando a pagare oggi, dall’aumento di stupri e violenza di genere, agli episodi di femminicidio e quelli di cyberbullismo, sempre più legati alla sfera sessuale. Ed è anche la conseguenza di una mancata educazione civica e sessuo-affettiva strutturata. Dobbiamo ricordare che, se non siamo noi adulti a fornire strumenti e riferimenti, saranno altri, o “altro”, come il web, a farlo al nostro posto. Come Ordine degli psicologi, ci mettiamo a disposizione per costruire una rete regionale che metta in dialogo scuole, professionisti e università, con l’obiettivo di promuovere interventi scientificamente fondati e tutelare il benessere dei più giovani».

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