Per la rassegna “Aperitivo con gli autori”, il bagno Saretina di Cervia, sul lungomare Deledda, ospita Toni Capuozzo, noto giornalista con una lunga carriera come inviato di guerra. Appuntamento il 31 marzo alle 18 per la presentazione del suo ultimo libro Una piccola guerra – Il 6 maggio del Friuli. Lo abbiamo intervistato.
Di cosa parla il libro e perché ha scelto questa storia?
«Del terremoto del 6 maggio 1976, con quasi mille morti. Sono passati cinquant’anni, l’ho scritto per ricordare una storia difficile, ma allo stesso tempo stupenda: volontari, denaro, aiuti da tutta Italia per ricostruire una mezza regione. Non è stato un modello ripetuto, nonostante sia stato un grande momento di solidarietà».
Parliamo di giornalismo: come valuta lo stato in cui versa questa professione e come pensa che la potrà influenzare l’intelligenza artificiale?
«L’Ai è uno strumento nuovo, è un’arma a doppio taglio. I tre F-15 abbattuti dalle difese aeree del Kuwait alcuni giorni fa sono un esempio di malfunzionamento causato dall’Ai: tre caccia amici sono stati riconosciuti come nemici. Io credo che l’intelligenza artificiale possa essere un grande strumento se se ne fa un certo uso, ma ovviamente anche una trappola. Un anno fa il quotidiano Il Foglio ha fatto uscire per un mese un’edizione parallela autoironica tutta scritta con Ai e il risultato è da brividi. L’Ai di oggi non crea, mette in relazione, lo fa più velocemente rispetto agli umani, ma si serve comunque di dati ed esperienze nostre. Il giornalismo sta vivendo una stagione amara, i cartacei e i telegiornali non hanno più il peso di una volta, i giovani si informano online, dove stiamo assistendo a un fast food di informazioni: rapida produzione, rapido consumo e rapido deperimento. Non sappiamo già più nulla del Venezuela a distanza di settimane. Questa fretta uccide la profondità».
Il giornalismo e le guerre: come arrivano le informazioni? Siamo dipendenti dalle notizie raccolte direttamente sul campo?
«Al contrario, siamo dipendenti da informazioni che non vengono dal campo: Iran e Gaza sono due esempi. Tutto ciò che arriva è profondamente influenzato dalle parti in gioco, dai fedelissimi ai vari regimi. L’ondata di notizie che ci invade quotidianamente facilita la dispersione e aiuta le propagande di guerra, le quali oggi hanno un peso nettamente maggiore rispetto a venti anni fa. La narrazione dominante vale più di una vittoria con carri e truppe. Riguardo al conflitto in corso dobbiamo affidarci agli Stati Maggiori americani e ai vertici della Repubblica Islamica, ma è difficile ricavare informazioni oggettive. Non sappiamo per esempio se lo stretto di Hormuz è chiuso o se sono le navi che non vogliono rischiare il passaggio, ma fatto sta che il petrolio cresce sempre di più e noi non sappiamo il reale motivo».
Droni, reti, fine dei carri e della fanteria: come cambia la guerra di oggi da quella di ieri?
«Oggi si parla di guerra a distanza, nessuno si guarda negli occhi quando apre il fuoco. La guerra come l’abbiamo sempre conosciuta, sempre sentita raccontare, non esiste più, è stata sostituita da una sala operatoria sterilizzata, una stanza dei bottoni lontana centinaia di chilometri. La guerra di oggi viene presentata come pulita, onesta, ma fa morti civili innocenti. Obama fu tra i primi a usare i droni per uccidere i capi talebani, radeva al suolo interi villaggi in Afghanistan. Non sappiamo nulla dei morti di oggi, sappiamo solo che ci sono, e che sono tanti».
Questo nuovo genere di guerre, che sembra eliminare la componente emotiva, morale, dell’ammazzare corpo a corpo un altro uomo, può portare a un incremento dei conflitti armati nel futuro?
«La parola d’ordine del mondo di domani è incertezza. L’ordine mondiale di Yalta non esiste più, ci stiamo dividendo in sfere di influenza: la Cina ha preso il posto dell’Unione Sovietica come contraltare americano e l’Europa resta a guardare. Parliamo di un mondo incerto perché le alleanze non valgono più, Russia e Cina si sono astenute nell’ultima votazione al consiglio di sicurezza dell’Onu mirata a condannare la reazione iraniana agli attacchi di Trump, non hanno votato contro. Negli ultimi tre anni abbiamo assistito al massacro di Gaza, alla caduta del regime degli Assad in Siria, alla rinascita di Hezbollah. Non sappiamo che Medioriente racconteremo tra tre anni. Manca un’autorità internazionale e il mondo non sa dove guardare».
Cosa pensa degli appalti nazionali a privati della guerra come Anduril e Palantir? Come gestire il problema etico che ne deriva?
«Una delle armi iraniane è il controllo di internet, Starlink in Ucraina gioca un ruolo chiave, ma guardando all’Iraq i contractors avevano più potere degli apparati politici durante il conflitto. Gli Stati appaltano, è una tendenza che sta aumentando, sempre più privati avranno in mano grandi parti dello Stato e della vita dei cittadini, e sempre meno scelte dipenderanno dal nostro volere. Sono preoccupato come molti».



