martedì
10 Marzo 2026
l'intervista

Motori, il Dottor Costa al Mercato Coperto: «Quando il pilota parte, gioca una partita a scacchi con la morte»

Giovedì 12 marzo l'inventore della Clinica Mobile presenterà il libro "Profezia" dedicato a Marc Marquez. Ci saranno anche Capirossi, Uncini, Ferrari e Salmi

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Il dottor Claudio Marcello Costa, figura che ha segnato la storia del motociclismo mondiale con l’invenzione della Clinica Mobile, sarà protagonista al Mercato Coperto di Ravenna (giovedì 12 marzo alle 18.15) durante la presentazione del suo nuovo libro “La profezia”, dedicato al nove volte campione del mondo Marc Márquez.  Considerato da decenni il “medico dei piloti”, l’ora 85enne Dottor Costa ha rivoluzionato la sicurezza nel Motomondiale portando per la prima volta nell’aprile del 1972 un medico rianimatore in ogni curva del circuito di Imola. Una scelta che nel tempo si è rivelata fondamentale per la tutela dei piloti e che ha dato seguito all’invenzione della Clinica Mobile (1977), il servizio medico itinerante che consente interventi immediati in pista durante gli incidenti. Il Dottor Costa racconterà anche il legame che intercorre con i grandi piloti della storia, in particolare con Loris Capirossi, presente al Mercato Coperto insieme ai grandi Virginio Ferrari, Vinicio Salmi e Franco Uncini.

A Ravenna presenterà il libro su Marc Márquez, uno dei piloti più forti di tutti i tempi. Cosa racconta in queste pagine?
«Il libro è sicuramente un ritratto di questo pilota molto particolare, che considero uno dei più grandi della storia del motociclismo. Ma è anche lo spunto per raccontare una mia filosofia di vita: cerco di dare delle risposte a quelle che sono le domande sull’esistenza. È quindi un libro che unisce sport e filosofia».

Questa filosofia ha a che fare anche con gli infortuni che Márquez ha affrontato nella sua carriera?
«Nel libro c’è certamente la storia di Márquez, ma anche quelle di altri piloti: da Loris Capirossi a Valentino Rossi, fino a Franco Uncini. Sono racconti che parlano di grandi campioni e di grandi uomini. In particolare con Loris Capirossi è nata un’amicizia fraterna».

A quei livelli quanto è difficile, anche mentalmente, ripartire dopo cadute e traumi gravi?
«Dentro ogni essere umano esistono risorse molto profonde e preziose, che permettono di risorgere dalle macerie, dalle tempeste e dalle avversità. Forse esistono davvero dei frammenti di un paradiso perduto dentro di noi. Quando queste risorse emergono, un pilota può fare cose incredibili, apparentemente impossibili, e scrivere una storia meravigliosa non solo per la propria carriera ma addirittura un messaggio per tutta l’umanità».

Agostini, Zanardi, Rossi… I piloti l’hanno sempre considerata quasi una figura paterna nel paddock. Come nasceva questo rapporto di fiducia?
«Dal fatto che io non mi limitavo a dare prescrizioni. Chiedevo invece ai piloti cosa desideravano. Facevo del loro desiderio la base del mio lavoro».

Lei è anche l’inventore della Clinica Mobile, che ha cambiato la sicurezza nel motociclismo. Come nacque quell’idea?
«C’è una credenza dell’antica Grecia secondo cui dalla tragedia nasce il bello. Quando a Monza nel 1973 morirono tra le mie braccia due grandi campioni, ma soprattutto due grandi amici come Renzo Pasolini e Jarno Saarinen, quel dolore e quella tempesta di emozioni generarono un sentimento di pietà, simile a quello rappresentato da Michelangelo nelle sue statue. Da lì nacque l’idea della Clinica Mobile: un luogo dove il pilota potesse essere soccorso immediatamente, dove potesse ancora parlare, comunicare, anche nelle condizioni più difficili».

Oggi il Motomondiale è abbastanza sicuro o c’è ancora qualcosa da migliorare?
«La sicurezza ha fatto passi da gigante grazie anche alla commissione piloti, di cui hanno fatto parte campioni come Valentino Rossi e Loris Capirossi. Sono stati rimossi molti ostacoli che in passato causavano gli incidenti più gravi. Però la sicurezza assoluta non potrà mai esistere anche perché il pericolo principale è una cosa che non si può assolutamente rimuovere: la moto».

Come nel caso Simoncelli.
«Esatto, ma non solo. Anche Tomizawa (pilota giapponese morto a Misano nel 2010, ndr). Ormai i più gravi incidenti avvengono per schiacciamento».

I piloti di oggi sono diversi da quelli di una volta, anche dal punto di vista mentale?
«Oggi è cambiato molto. Il pilota è più distante dal pubblico e più concentrato su dinamiche economiche, sponsor, interessi. È diventato anche un’immagine commerciale. Però quando il pilota arriva sulla linea di partenza nulla cambia: abbassa la visiera e parte. Da quel momento in poi gioca una partita a scacchi con la morte. E lì il pilota resta e resterà lo stesso di sempre».

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