domenica
15 Marzo 2026
l'intervista

Il bobbista che viene da Barbiano: «Che emozioni alle Olimpiadi…»

Lorenzo Bilotti racconta la sua esperienza a Milano-Cortina, dove ha sfiorato il podio. «Brignone è un'atleta ma anche una persona straordinaria»

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Da Barbiano di Cotignola alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. Lorenzo Bilotti, classe 1994, è stato l’unico atleta della provincia di Ravenna ai Giochi e ha chiuso al quinto posto nel bob a quattro con l’equipaggio azzurro guidato dal pilota Patrick Baumgartner insieme a Robert Mircea ed Eric Fantazzini. Un percorso sportivo iniziato lontano dal ghiaccio: prima il calcio da ragazzo, poi l’atletica leggera, dove si era affermato come sprinter vincendo anche il titolo italiano Allievi nei 100 metri e conquistando una medaglia di bronzo nella staffetta 4×100 agli Europei juniores. Solo nel 2016, a 22 anni, la scelta di passare al bob, disciplina in cui ha trovato una nuova strada che lo ha portato a disputare ben tre Olimpiadi in qualità di frenatore.

Che emozioni ti porti dietro dopo questa Olimpiade?
«A prescindere dal risultato, che ovviamente lascia sempre un po’ di rammarico perché con una gara perfetta avremmo potuto essere lì a giocarci il podio, la cosa più grande che mi porto dietro sono le emozioni. Gareggiare in Italia, sentire la vicinanza del pubblico, avere lì tanti familiari e amici: è stato davvero fantastico. Vivere tutto ciò insieme a loro è stata la vera medaglia».

Tra voi della squadra c’è rammarico per un podio sfumato per soli 26 centesimi?
«No, rimpianti veri e propri no. Siamo convinti di aver fatto quello che potevamo e di aver dato il massimo. Il quinto posto alle Olimpiadi, per di più così vicino al podio, resta comunque un grande risultato, soprattutto considerando che è un piazzamento atteso da 50 anni. Purtroppo, a quei livelli bastano pochi centesimi: magari qualcosa si è perso tra la spinta e la guida in alcuni momenti. È normale pensarci, ma non c’è delusione: l’obiettivo era la medaglia e abbiamo dimostrato di potercela giocare».

Per te era la terza Olimpiade. Che differenze hai trovato rispetto a Pechino 2022 e PyeongChang 2018?
«Sicuramente in Italia c’è stata molta più attenzione mediatica. Questo comporta anche qualche impegno in più, tra incontri con istituzioni, organizzatori e attività legate all’evento. Non è uno stress negativo, anzi: significa che c’è attenzione verso quello che fai. Pechino è stata un’Olimpiade molto particolare: nel 2022, in Cina, il Covid era ancora gestito con restrizioni molto forti e l’atmosfera era quasi da lockdown. Questa invece è stata più simile alla Corea del 2018, ma con due differenze importanti: il fattore casa e la mia maggiore maturità sportiva. Ho vissuto tutto con più consapevolezza».

Il villaggio olimpico è sempre un luogo molto raccontato. Come lo hai vissuto nelle tue esperienze?
«Ogni Olimpiade è stata diversa. In Corea il villaggio era una vera e propria città con palazzi e grattacieli, molto simile a quelli delle Olimpiadi estive. In Cina era più simile a un grande resort di lusso. In Italia invece la soluzione è stata particolare: tante piccole abitazioni, quasi delle casette, immerse in un paesaggio incredibile come quello di Cortina. Quello che mi ha sempre colpito dei villaggi olimpici è che sono come piccole nazioni indipendenti: ci sono mense con cibo da tutto il mondo, negozi, servizi. In questa Olimpiade voglio sottolineare soprattutto il lavoro dei volontari: ci hanno davvero coccolato e supportato tantissimo.»

Hai avuto la possibilità di incontrare qualche grande campione?
«Sì, in pista è venuta anche Federica Brignone a vedere la gara del bob a due e qualche allenamento. Ci conosciamo già da anni grazie a eventi federali e posso dire che è una persona e un’atleta straordinaria. In altre Olimpiadi ho incontrato campioni come Martin Fourcade, nel biathlon. E poi ricordo momenti belli come le cerimonie di chiusura con atleti italiani straordinari come Arianna Fontana e Federico Pellegrino. Sono tutte persone con cui comunque instauri un piccolo rapporto di conoscenza, ma è sempre bello avere a che fare con dei veri e propri eroi sportivi».

Al di là delle medaglie ottenute in questa edizione, noti una crescita degli sport invernali italiani?
«Sì, ospitare una manifestazione in casa porta sempre qualcosa in più. Succede spesso che la nazione ospitante faccia risultati importanti, sia per le motivazioni sia per gli investimenti fatti negli anni precedenti. Negli ultimi cinque o sei anni la crescita è stata evidente, sia nella federazione degli sport invernali sia in quella degli sport del ghiaccio e i risultati parlano chiaro. Negli sport invernali gli sponsor sono fondamentali per garantire investimenti sui materiali (si riferisce all’insieme dell’attrezzatura tecnica utilizzata dagli atleti per praticare le varie discipline ndr) sia sulla crescita giovanile. E negli ultimi anni si è lavorato molto bene.»

A proposito di investimenti, la pista di Cortina è stata molto discussa per via degli alti costi e dell’impatto ambientale. Avendola calcata in prima persona, pensi che fosse così necessaria?
«Secondo me sì. L’Italia arrivava scottata dall’esperienza della pista di Cesana nel 2006 costruita durante le Olimpiadi di Torino, ma Cortina è una realtà diversa. Qui esiste una tradizione centenaria negli sport del ghiaccio e del budello, come bob, skeleton e slittino. Senza una pista è quasi impossibile far crescere questi sport in Italia. Inoltre, il nostro Paese ha dimostrato di saper organizzare grandi eventi e con una struttura come quella di Cortina si potranno ospitare competizioni internazionali che mancano da tanti anni in Italia».

La tua carriera è particolare. Prima di essere un bobbista, eri una promessa dell’atletica. Come è avvenuto il passaggio?
«Ho iniziato con il calcio e poi sono passato alla velocità nell’atletica, soprattutto nei 100 metri, riuscendo ad ottenere medaglie nei campionati giovanili e ottimi tempi (record di 10’ 33 ndr). Il passaggio al bob è avvenuto quasi per caso nel 2016. In un periodo in cui non stavo vivendo benissimo l’atletica, un amico di famiglia che aveva contatti nella federazione parlò di me con un allenatore. Mi proposero di provare e da lì è iniziato tutto. All’inizio era solo una curiosità, poi è diventato il mio lavoro e la mia vita».

La prima discesa su un bob a oltre 140 km/h com’è stata?
«Una confusione totale. Sembrava di essere dentro una lavatrice. Non solo la prima volta, ma anche le discese successive. Serve un po’ di tempo per adattarsi. Però allo stesso tempo è qualcosa di molto adrenalinico e difficile da spiegare. Se non fosse stato così affascinante, probabilmente non avrei continuato».

Il frenatore è colui che spinge il bob nelle fasi iniziali della gara. In cosa si differenzia l’allenamento rispetto a quello di uno sprinter dell’atletica?
«Le basi sono simili. Però nel bob si lavora molto di più su forza e potenza in palestra essendoci la necessità di essere più pesante. Anche la corsa è diversa: si privilegia lo sprint molto breve e la partenza esplosiva. In allenamento non si fanno le distanze lunghe che fa uno sprinter».

È vero che stai meditando sul ritiro? Che progetti hai in mente in futuro?
«Sto ancora riflettendo sul prossimo passo, quindi non posso ancora dire molto. Però posso dire che questa è stata la mia ultima Olimpiade. Il mio obiettivo sarebbe quello di lavorare con gli atleti, magari diventare allenatore o comunque formarmi per farlo nel modo più competente possibile. Mi prenderò ancora qualche mese per decidere, ma sono più orientato verso il post-carriera che nel continuare come atleta».

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