Da dove viene (davvero) il cibo

Il giornalista Liberti presenta a Ravenna il suo libro-inchiesta: «Gran parte dei tonni in scatola che mangiamo sono prodotti in Tailandia»

Da dove viene quello che mangiamo? Chi si arricchisce nel commerciare prodotti alimentari economici ma dannosi per la salute? Perché sappiamo così poco dei cibi che troviamo al supermercato? Secondo previsioni dell’Onu, nel 2050 saremo 9 miliardi di persone sulla Terra. Come ci sfameremo, se le risorse sono sempre più scarse? Uno dei più accreditati giornalisti di inchiesta italiani Stefano Liberti sarà a Ravenna lunedì 6 febbraio alle 18.30 a Palazzo Rasponi per la rassegna “Il Tempo Ritrovato” per parlare de I signori del cibo (Minimumfax).

Cosa è stato che nel tempo ha allontanato le persone dal chiedersi “da dove arriva quello che sto mangiando”?
«Con l’urbanizzazione le persone si sono allontanate dalle campagne dove si coltiva e si alleva, a questo si sono aggiunti i processi produttivi della industria alimentare e poi le catene della grande distribuzione negli anni ’60 che hanno reso il cibo un prodotto e non più un alimento. Però questo processo si è un po’ invertito negli ultimi anni e ora questa domanda se la pongono sempre più persone».

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Come mai sta tornando questo interesse?
«Nasce da una coscienza salutistica. Nei luoghi poveri è solo il prezzo che comanda, nei paesi più ricchi si torna invece a interrogarsi su che effetti può avere sulla salute una alimentazione non sana».

Quando è partito per lavorare a questa inchiesta che l’ha portata nei Paesi più remoti aveva in mente i passaggi di questa catena, o anche lei è rimasto stupito della sua estensione?
«Quando ho elaborato il progetto non immaginavo che questa filiera mi portasse così lontano. Non pensavo che il concentrato di pomodoro che l’Italia esporta in Africa fosse prodotto in Cina o che i tonni in scatola che mangiamo fossero per la maggior parte prodotti in Tailandia. Sono cose che il cittadino medio non sa. Non si può immaginare quanta distanza fanno i cibi e quanti processi passano nella lunghissima filiera prima di arrivare nei supermercati».

Un consumo critico può fare la differenza o siamo talmente immersi in questo sistema che non si può più cambiare?
«È vero che siamo totalmente immersi in questo sistema, ma il cittadino ha un forte potere di orientamento delle scelte della distribuzione. Il caso dell’olio di palma ha fatto scuola».

Cosa è successo con l’olio di palma da rendere oggi “senza olio di palma” un ossessivo mantra pubblicitario?
«Si è fatta molta informazione sul disboscamento che la produzione di olio di palma stava causando in Indonesia e Malesia, ma senza ottenere risultati. Quando invece l’attenzione si è spostata sulla salute a quel punto la campagna anti-olio di palma ha avuto uno slancio straordinario e oggi l’Italia è il primo Paese che ha quasi totalmente abolito l’uso di olio di palma. Tutto è partito dalla forza dell’opinione pubblica che ha portato le imprese a fare considerazioni di tipo economico. Quindi è possibile modificare questo meccanismo».

Le persone sono disposte a spendere di più per prodotti più sani o più etici?
«Il prezzo diventa l’unico criterio di scelta perché la distribuzione vuole che sia così. È chiaro che se le notizie sul prodotto non vengono fornite, l’unico parametro su cui giudicare rimane il prezzo. Se fosse obbligatorio e vincolante per i produttori indicare nelle etichette la provenienza dei prodotti e anche le lavorazioni che hanno subito, le scelte dei consumatori sarebbero molto diverse. Sapere che la carne di maiale viene prodotta in Cina in condizioni di un certo tipo influirebbe sulle vendite di quel prodotto. Queste sono notizie che molte aziende non vogliono far sapere al consumatore».

L’informazione è fondamentale per questo tipo di scelte, per questo il lavoro di inchiesta che lei fa è molto importante. Questo tipo di inchieste però, lunghe e complesse, sono un genere giornalistico quasi estinto…
«Sono inchieste che richiedono molto tempo e impegno e sono un modello di business difficile da sostenere per un editore. Con la crisi dell’editoria è ancora più difficile. Per questo io mi sono ispirato al modello statunitense, dove questo tipo di inchieste sono finanziate da fondazioni. Io sono riuscito a scrivere “I signori del cibo” grazie alla Fondazione Charlemagne Onlus che finanzia ricerche approfondite di questo tipo».

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