domenica
12 Aprile 2026
Rubrica Controcinema

Il maestro Jarmusch non sbaglia mai

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Ho finalmente recuperato un film molto bello che avevo perso quando era uscito in sala a dicembre, meritatamente vincitore del Leone d’Oro all’ultimo Festival di Venezia: e cioè Father Mother Sister Brother di Jim Jarmusch, con un cast superbo che scoprirete tra poco. Jarmusch per me è tra i più grandi registi degli ultimi 40 anni, e ogni sua opera è sempre un evento memorabile.

Father Mother Sister Brother è costruito su tre storie, tutte baricentrate sulle relazioni umane all’interno dei vincoli della famiglia. Lo definirei però un trittico, non un semplice film a episodi, per la raffinatezza con la quale Jarmusch riesce a creare simmetrie e dissonanze tra i tre mini racconti che compongono il film.  La prima storia Father è ambientata in una montagna degli Stati Uniti. Un figlio (Adam Driver) e una figlia (Mayim Bialik) sono in viaggio per andare a trovare l’eccentrico padre (Tom Waits), che vive isolato e (sembra) in condizioni di indigenza e di disagio sociale. Figlio e figlia sono molto distanti dal padre, spesso devono aiutarlo economicamente, e lo vanno a trovare solo per senso del dovere. Mother, seconda storia, è quasi simmetrica. Qui siamo a Dublino, e una altezzosa madre anaffettiva (Charlotte Rampling), famosa scrittrice, incontra solo una volta all’anno le due figlie Timothea (Cate Blanchett) e Lilith (Vicky Krieps), per un tè raffinato ma superficiale, nel quale le figlie sembrano fingere di essere molto più affermate di quanto non lo siano. L’ultima storia Sister Brother racconta di una coppia di giovani gemelli maschio e femmina che a Parigi devono sistemare tutte le cose lasciate dai genitori, morti di recente in un incidente aereo.

Il cinema di Jarmusch si conferma legato a una visione essenziale dell’esistenza. Se Father e Mother mostrano appieno il ruolo della disfunzionalità familiare, di cosa significa per dei figli essere nati con genitori egoriferiti, maniacali, forse bugiardi, l’ultimo episodio Sister Brother ci ricorda che in realtà esiste sempre la possibilità di crescere con amore e vivere bene anche nel lutto. Jarmusch fa convivere con gentilezza esseri umani, vicende ed emozioni solo in apparenza opposte: la marginalità e l’ironia; la leggerezza e la pesantezza; il minimalismo degli eventi e la profondità delle sue riflessioni. Jarmusch è quasi maestro nell’arte Zen di analizzare ogni dettaglio, di viverlo nella sua essenza totale. Nel trittico compaiono sempre giovani skaters mentre i personaggi sono alla guida: riflesso di libertà e possibilità di deviazione di fronte alle auto vincolate alle strade tracciate. O, come in tutti i tre episodi, la stessa identica domanda su un orologio Rolex: è vero o è finto? Quando, in realtà, è sempre entrambe le cose.

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