A distanza di 60 anni, potrete rivedere in sala un assoluto capolavoro del cinema italiano: I pugni in tasca, film d’esordio di Marco Bellocchio, film che avrebbe anticipato tutte le critiche radicali della contestazione del ‘68 e proiettato Bellocchio alla meritata fama internazionale.
Quattro fratelli vivono in una grande villa di famiglia a Bobbio, sulle colline del Piacentino, con la madre cieca e devotamente cattolica. Sandro (Lou Castel), nevrotico e solitario, soffre di epilessia, ancora sotto controllo farmacologico; Augusto, il fratello maggiore, è l’unico ad avere un lavoro regolare come avvocato e una fidanzata ufficiale secondo i borghesissimi standard morali dell’epoca; la sorella Giulia (Paola Pitagora) vive incontrollate e morbose pulsioni incestuose verso Augusto e un rapporto di complicità malata con Sandro; mentre il fratello Leone, anche lui epilettico, è malato mentale grave. Tutti vivono in questo mal retiro fintamente idilliaco senza quasi mai uscirne. Sandro non sa come scappare da una situazione claustrofobica e statica, in cui i vincoli familiari sono catene implacabili che rendono schiavi. Soprattutto vorrebbe liberare Augusto e Giulia dai doveri verso i membri della famiglia che sente come zavorre alla loro piena libertà: e cioè la madre invalida e il fratello pazzo. Ecco allora che Sandro, tra una crisi epilettica e l’altra, sentendo il peso dell’intera famiglia su di sé, medita un piano di sterminio e di morte…
Il primo film di un giovanissimo Marco Bellocchio (25 anni all’epoca) è una folgorante e crudele incursione nella dissoluzione della famiglia. Prima ancora di definirla “disfunzionale”, Bellocchio smaschera e demistifica la famiglia italiana come radice ineliminabile della nevrosi e della violenza umane, nel suo crogiuolo di perbenismo borghese e cattolicesimo retorico. Con grande sensibilità e intelligenza Bellocchio ci rende l’ambiguità del protagonista Sandro, il nostro desiderio come pubblico di aderire alla sua lucida analisi del male, e al tempo stesso la nostra repulsione verso la follia in cui precipita. La crudeltà del pensiero e delle azioni sono ineliminabili, perché pur opponendosi ai legami familiari, ne sono comunque il risultato, in una coazione di morte dalla quale si può evadere solo con autentiche rivoluzioni mentali, oltre che sociali.
Un film epocale, che conserva tutta la sua carica rivoluzionaria e di frattura. Come scrisse Alberto Moravia: “In questo film c’è di tutto, davvero: odio e amore della famiglia, ambiguità dei rapporti fraterni, attrazione verso la morte, entusiasmo per la vita, volontà astratta di azione, furore impotente, malinconia morbosa, violenza profanatoria e infine, a sfondo di tutto questo, il senso cupo e fatale di una provincia senza speranza”.



