Joy Division – Unknown Pleasures (1979, Factory Records)
Il 18 maggio del 1980, giorno del mio quattordicesimo compleanno, il ventitreenne Ian Curtis, in quel momento (e tuttora) mio idolo musicale assoluto, si impicca a una rastrelliera della cucina di casa sua. Non una bella festa, per me. Anche se a quei tempi le notizie viaggiavano a tutt’altra velocità e venni a sapere della tragedia solo una settimana dopo, tipo. Ian Curtis, che dovette combattere per tutta la sua breve vita con l’epilessia ma che sicuramente era perseguitato da chissà quali altri demoni, era il frontman dei britannici Joy Division, una delle band più importanti e influenti di tutti i tempi, completata da Bernard Sumner (chitarra e ta- stiere), Peter Hook (basso) e Stephen Morris (batteria e percussioni).
Nel 1979 era uscito il loro primo album, Unknown Pleasures, che non è solo un esordio, è una crepa. Un disco che non si limita a entrare nella storia, ma sembra mettersi di traverso rispetto a essa, come se il 1979 fosse già troppo tardi per contenere ciò che i Joy Division avevano da dire. Al centro di tutto, inevitabilmente, c’è lui, Ian, una voce in grado di farti a pezzi in molti modi diversi, una presenza che grava su ogni brano come una previsione che si autoavvera. Fin dall’apertura con Disorder, si avverte una tensione che non trova sfogo. Il ritmo incalza, la chitarra di Sumner punge, ma è Curtis a trasformare il pezzo in qualcosa di più di un manifesto post-punk. «I’ve been waiting for a guide to come and take me by the hand», non è solo smarrimento generazionale, è una richiesta d’aiuto che resta sospesa, senza risposta. La sua voce non cerca empatia, non seduce, espone. Con Day of the Lords il disco si incupisce ulteriormente. È uno dei momenti in cui la scrittura di Curtis mostra tutta la sua potenza visiva, scenari quasi apocalittici, ma ridotti all’essenziale, come fotografie bruciate.
La musica rallenta, si appesantisce, e ogni parola sembra pesare più del necessario. Qui Curtis non racconta ma evoca. E quello che evoca non è rassicurante. Poi arriva She’s Lost Control, forse il vertice emotivo del disco. Ispirata a una vicenda reale – una ragazza epilettica conosciuta da Curtis – la canzone diventa qualcosa di disturbante e quasi meccanico. La sezione ritmica è ossessiva, ripetitiva, mentre la voce si muove tra distacco e partecipazione. È uno dei rari momenti in cui si percepisce chiaramente la frattura tra l’uomo e ciò che canta. Curtis osserva, ma al tempo stesso sembra riconoscersi in quella perdita di controllo. Unknown Pleasures è un disco che non invecchia perché non appartiene davvero al suo tempo.



