“Quando la vita ti viene a trovare”. La necessità di tradire

 CIK8837okQuandolavitativieneatrovare©Zani Casadio

Una scena dello spettacolo andato in scena all’Alighieri per Ravenna Festival

Succede spesso nelle autobiografie. È uno strano effetto ottico: gli avvenimenti, le decisioni, i punti di svolta di un’intera esistenza appaiono, in un qualche modo, ordinati. Il caos, i tormenti e le zone grige perdono le sfumature per colorarsi di tinte forti e uniformi. Come una lente deformante che tutto giustifica ex post, le autobiografie soffrono di teleologia: sono scritte come se il finale fosse già deciso prima della nascita dei protagonisti.

In questo testo, Quando la vita ti viene a trovare, Dionigi immagina un dialogo fra Lucrezio (la cui vita, per noi, si riduce alla sua opera) e Seneca. Fin dalle prime battute del dialogo, capiamo che si tratta di un esercizio stilistico. Dionigi vuole far parlare i due filosofi nel modo più filologicamente corretto e assieme più realistico possibile: inserisce citazioni dirette dei loro capolavori; ripercorre con acribia le teorie morali e naturali degli epicurei e degli stoici; nelle parti più “inventate” cerca di farsi sottile, per lasciare che i due personaggi trovino una loro voce – più dogmatica e concitata quella di Lucrezio; più pacata e conciliante quella di Seneca – e che il racconto della loro vita emerga naturalmente da questo confronto filosofico post mortem.

È tutto corretto, preciso, limpido. Filologico: ma la vita non è filologica, e il teatro non sopporta tutta questa correttezza. Dietro queste due silhouettes, fantasmi sospesi in un al di là privo di ogni riferimento – proprio come l’Erebo degli antichi –, si vede sempre in controluce Dionigi, il professore che cerca di mettere ordine, di scandire con precisione manualistica le due psicologie, di non far prevalere nessuno dei due in questa misuratissima partita a scacchi. Nobilissimo e intelligente intento (il fatto di uscire dal teatro senza sapere per chi tifare è la più grande vittoria del testo), ma senza dubbio troppo uniformante.

Si avverte forte la necessità di tradire le loro parole, proprio per rendere più vivi questi personaggi. Di avventurarsi in ipotesi, di abbandonare il principio di realtà filologica e immergersi nell’improbabile; di non farli parlare come i loro libri, ma come due esseri umani realmente vissuti. Mi viene in mente l’ottimo Churchill di Gabardini, visto sempre all’Alighieri qualche mese fa. Lì, la biografia e l’improbabile erano in continuo movimento osmotico: ci si avventurava in direzioni impreviste, fiutando la strada del “come se”: facciamo parlare questo personaggio “come se” fosse Churchill, invece di “ventriloquizzare” direttamente le sue parole.

La plausibilità di questa critica mi pare a contrario dimostrata dal fatto che, se non erro, è proprio quando abbandona le orme dei maestri che il testo di Dionigi fa qualche scivolone: qua e là emergono pigrizie stilistiche (“mi voleva un bene dell’anima”), anacronismi (“la paura è un grande marketing”), formalismi inutili (“cosicché”). Un’occasione mancata, questa, anche perché sono pochissimi i latinisti italiani che possono vantare una conoscenza vasta quanto quella di Dionigi.

Muovendosi in questo testo particolarmente ostico, Enzo Vetrano e Stefano Randisi, rispettivamente Lucrezio e Seneca, hanno cercato di dare concretezza ai personaggi; e i momenti più convincenti sono paradossalmente proprio quelli più “teatrali”, quando Lucrezio si lascia andare a risate fra l’isterico e l’inquietante; o quando Seneca, con un sorriso mellifluo e omertoso, respinge le critiche dell’avversario.

Allo stesso modo, ho trovato particolarmente indovinati sia la scenografia – un magnifico velatino semicircolare sul quale è quasi sempre proiettato un mare calmo – che le musiche di Alessandro Cipriani, che accompagnano le argomentazioni serrate dei filosofi con accenti minimi ma efficaci. È una bella metafora per rappresentare lo spazio del pensiero: una spiaggia su cui, alla Bergman, si gioca in eterno a scacchi, rimandando per sempre la mossa definitiva; o il parallelepipedo kubrickiano, unico oggetto in scena: totem muto, misterioso, sul quale i personaggi giocano, stanno in equilibrio; irriducibile a una ragione, come l’esistenza di ciascuno di noi.

 

Quando la vita ti viene a trovare. Dialogo tra Lucrezio e Seneca
di Ivano Dionigi
interpretazione e regia
Enzo Vetrano e Stefano Randisi
con Gianni Trovalusci (flauto e tubi sonori) e Roberto Bellatalla (contrabbasso)
musiche originali
Alessandro Cipriani
scene e costumi
Mela Dell’Erba
video e luci
Antonio Rinaldi
un affettuoso ringraziamento a Giorgia Iolanda Barsotti, Enrico Battarra, Brigida Cesareo, Gabriele Ferrara,
Marica Nicolai, Giulia Trivero
produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione
in collaborazione con
Ravenna Festival, Cooperativa Le tre corde – Compagnia Vetrano/Randisi

Visto al Teatro Alighieri, il 20 giugno 2019

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