Sul “Winston vs Churchill” con Battiston: pop, umoristico, mai banale

Churchill BattistonLa leggerezza non è una qualità troppo diffusa in questo paese. Figuriamoci a teatro. Noi italiani ce la caviamo benissimo coi drammi e le tragedie, siamo maestri del grottesco e della satira tagliente, maneggiamo bene la farsa e la comicità arlecchinesca. Ma lo humour, questo sconosciuto, spesso non sappiamo cosa sia.
C’è bisogno di prendersi poco sul serio, per fare humour. C’è bisogno di uno sguardo distaccato, lucido, disilluso. C’è bisogno di brevità ed eleganza. In una parola: bisogna conoscere la leggerezza.

Il testo di Gabardini, è pervaso del wit linguistico che ha reso famoso Winston Churchill, e riesce a tradurlo per la scena senza depotenziarlo. «Gli italiani perdono le guerre come fossero partite di calcio, e le partite di calcio come fossero guerre»; «non ha senso multare un colpevole di bigamia: avere due suocere è una condanna sufficiente»; «i socialisti sono come Cristoforo Colombo: partono senza sapere dove vanno. Quando arrivano non sanno dove sono. Tutto questo con i soldi degli altri». Già da questi esempi sparsi si coglie l’arguzia retorica dello statista inglese.

Questa è la nota su cui si accorda tutto lo spettacolo Winston vs Churchill, che ha debuttato in prima nazionale all’Alighieri lo scorso giovedì: un piacevolissimo falsetto nel quale Giuseppe Battiston sembra essersi trovato perfettamente a suo agio. Il Churchill di Battiston danza: è scorbutico, ma con irresistibile fragilità; è goffo, ma con grande eleganza; è severo, ma ha bisogno del suo gatto.
Non c’è nulla di eroico o magniloquente in questa figura, che si lamenta della sua malattia, che cerca di evitare la siringa, che cede in continuazione alla tentazione dell’alcol, delle anfetamine e del sigaro. Battiston ci regala un Winston vero, facendoci dimenticare l’icona bidimensionale di Churchill.

Lo spettacolo si inserisce così in un filone di grande successo negli ultimi anni, quello delle biografie, riuscendo al tempo stesso a superare i più grandi limiti di questo genere, ovvero stilizzazione, semplificazione e agiografia. È questo il significato profondo del titolo: nel contrasto fra l’uomo e la sua idealizzazione possiamo raccogliere un grano di verità. Così come è solo evitando santini e polpettoni agiografici che possiamo raggiungere le leggerezza.

In questo senso, sembra particolarmente indovinata la scelta di giustapporre a questa figura invadente e storica un personaggio prosaico, umile: l’infermiera idealista interpretata da Maria Roveran funge classicamente da lievito per la drammaturgia, movimenta la scena, serra i tempi comici. Come succede durante il gioco “delle ultime parole”, probabilmente l’intuizione più divertente dello spettacolo: Churchill ritorna un ragazzino impertinente mentre cerca di indovinare le frasi dette in punto di morte da personaggi famosi.

Poco importa se in alcuni momenti (come ad esempio durante il ricordo sofferto della disfatta sullo stretto dei Dardanelli nel 1915, o nel racconto della morte del padre dell’infermiera), la tinta della tragedia offuschi un po’ troppo rapidamente la luminosità della tavolozza. La bravura di Battiston e della Roveran permettono di deviare dal pathos per ritornare un momento dopo allo humour.

Perché, com’è ovvio, la storia di Churchill, delle sue vittorie e delle sue sconfitte, della tragedia della guerra e dei bombardamenti, della sua schiacciante solitudine interiore rimane sempre il punto di fuga nella prospettiva di questo spettacolo. Ma lo è senza ingombrare. Non viene mai seguita pedissequamente, ma quasi allusa, lasciando spazio a giochi, a considerazioni volanti (sui gatti come sul gin), a pettegolezzi su Stalin e De Gaulle, ai piccoli quotidiani battibecchi della vita, a riflessioni sulla situazione politica europea di oggi («Resteremo sempre isolani», riflette amaramente Churchill, alludendo alla Brexit dal suo presente sospeso).

Leggerezza e ironia che ritroviamo nella scelte registiche di Paola Rota, come nella scenografia, essenziale e ben curata, nella scelta delle luci, mai troppo drammatiche, e nella selezione musicale, che non disdegna incursioni nel contemporaneo, affiancando musica classica e metal.

Winston vs Churchill è un’opera atipica nel panorama teatrale italiano, che riesce ad essere pop senza scadere nella banalità, che non disdegna di far ridere il pubblico ma non rinuncia a farlo riflettere, ad esempio sul significato della democrazia. È accessibile, semplice, piana: qualità che andrebbero frequentate più spesso dagli artisti nostrani.

P.s. Sono andato a cercare le ultime parole di Churchill: «I’m so bored with it all». L’ennesima lezione di humour.

 

Winston vs Churchill
di
Carlo G. Gabardini

con Giuseppe Battiston
e con
Maria Roveran
regia
Paola Rota

produzione Nuovo Teatro

Visto al teatro Alighieri il 10 gennaio 2018

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