“Ritratto di donna araba che guarda il mare”: l’esotismo non è che una mistificazione

LAB121 Ritratto Donna Araba

(foto Marco D’Andrea)

È più un’intuizione confusa che un vero collegamento concettuale, ma qualcosa in questo testo di Davide Carnevali, scritto nell’ormai lontano 2013, mi ha richiamato alla mente il famoso saggio di Edward Said, Orientalismo.

C’è un uomo europeo senza nome, ammaliato dalla bellezza di una città africana sul Mediterraneo. Passeggia per le vie della città vecchia, vuole parlare con la gente “vera”, disegna le strade e i paesaggi. Rimane stregato da una donna del luogo, le fa un ritratto: comincia un serrato corteggiamento in forma di dialoghi secchi e poetici, che porterà, come prevedibile, al cedimento della donna.
Ma i sentimenti espressi dall’europeo non rispecchiano le sue vere intenzioni. La donna si innamora, vuole conoscere davvero l’uomo e visitare il suo paese natale. Si scatena la reazione violenta dell’amante che in realtà, scopriamo, ha sempre considerato la donna come un’estranea, niente di più.

Un drammone amoroso, quello di Carnevali? Per fortuna no, nonostante qualche sparso cedimento linguistico verso il patetico e qualche sbavatura troppo letteraria. Carnevali gioca spesso sui rimandi interni: le stesse metafore ritornano in contesti differenti, dette da personaggi diversi; alcune volte i refrain sono intere frasi o pezzi di dialogo, che creano una sensazione di chiusura, di quadratura del cerchio.

In filigrana, in questo allestimento curato da Claudio Autelli, ho riletto quella dialettica descritta da Said. L’europeo, amando la donna orientale, non ama che se stesso. L’Occidente si è fatto un’immagine dell’Oriente deformata a suo uso e consumo, e su questa immagine modella i suoi sentimenti: non c’è un vero interesse per l’altro, ma solo un’inclinazione al pittoresco che cela una segreta volontà di dominio e di sopraffazione.

Per questo la vera intuizione drammaturgica del testo arriva così potente: si scopre che l’europeo è in quella città per conto di una grande azienda, che i ritratti delle strade e del panorama africano servivano per pianificare la costruzione di un villaggio turistico, pronto a cancellare l’identità di quel luogo. L’uomo si rivela così essere la testa d’ariete del turismo di massa contemporaneo. Turismo che non cerca lo sconosciuto, il segreto, ma la conferma di un’idea già formata prima della partenza.

Questa è chiaramente una ricostruzione sommaria. Il testo si dilunga per più scene, forse non tutte essenziali; chiama in causa personaggi secondari non proprio indimenticabili; flirta spesso con atmosfere noir appena tinte d’esotico, alludendo a pericoli e coltelli nelle strade della città vecchia, a “lingue antiche e sconosciute” parlate dagli abitanti. Tanti fronzoli, quando sarebbe bastato concentrarsi sui dialoghi fra due protagonisti e far emergere in quelli il mutare del rapporto dialettico.

La restituzione scenica di questo lavoro si affida alla regìa di Claudio Autelli, che riesce a farci visualizzare questo testo così letterario, e alla bravura degli interpreti, tutti e quattro, a partire dai due protagonisti, Alice Conti e Michele Di Giacomo, arrivando alle “spalle” (in realtà molto più che spalle, dato che pesa su di loro il funzionamento della macchina scenica), Giacomo Ferraù e Noemi Bresciani.

Autelli decide di incentrare l’allestimento sul vero protagonista di questo spettacolo: l’Oriente, in questo caso rappresentato dalla “città”: la scelta si rivela azzeccata. Al centro della scena scabra c’è un plastico, posizionato su una struttura girevole, che rappresenta in dettaglio la miniatura di una città nordafricana.
Lo spettatore entra nel ritratto con l’aiuto di una telecamera. Manovrata dai due attori, proietta sulle quinte le immagini di questa città in scala, le vola sopra come un drone, penetra nell’intimità di minuscole stanze, quasi stessimo seguendo il gioco di quattro bambine attorno a una casetta di bambole.

Seguendo quel principio di economia che fa grande il teatro, col minimo dello sforzo Autelli realizza il massimo del risultato: basta cambiare l’inquadratura della telecamera per mutare completamente l’atmosfera della scena. Ora siamo in uno spazio aperto e marino, interrotto da cupole e minareti; ora nel buio di una cameretta; ora immersi nel verde cupo di un parco.

La replica di Cotignola, in scena nello spazio caldo e intimo del teatro Binario, ha raccolto gli applausi del pubblico, scoppiati ancora più scroscianti quando la compagnia ha ammesso che la data romagnola potrebbe essere l’ultima di questa produzione. Auguriamo ai LAB121 che non sia così. E ringraziamo i volontari cotignolesi per questa opportunità in extremis.

 

Ritratto di donna araba che guarda il mare
di Davide Carnevali
testo vincitore del 52° Premio Riccione per il Teatro
regia Claudio Autelli
con Alice Conti, Michele Di Giacomo, Giacomo Ferraù, Noemi Bresciani

scene e costumi Maria Paola Di Francesco,
disegno luci Marco D’Andrea
suono Gianluca Agostini
produzione LAB121
in coproduzione con Riccione Teatro, 
con il sostegno di NEXT Laboratorio delle idee per la produzione e la distribuzione dello spettacolo dal vivo ed. 2017/2018 – progetto di Regione Lombardia con il contributo di Fondazione Cariplo, 
in collaborazione con Teatro San Teodoro Cantù

Visto al Teatro Binario di Cotignola il 5 aprile 2019

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