Correva l’anno 1786: Mozart e Da Ponte crearono “Le Nozze di Figaro”… Una recente, mirabile, messa in scena a Ravenna

Le Nozze Di Figaro

(foto festival di Spoleto/Mariani)

Il 1786 fu un anno interessante dal punto di vista storico: nacquero, infatti, San Gaspare del Bufalo, fondatore della Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue († 1837) e Davy Crockett († 1836), grande eroe del folklore statunitense e celebre esploratore, va ricordata inoltre la prima legge per l’abolizione della pena di morte, il codice leopoldino, ad opera di Pietro Leopoldo di Toscana e la dipartita del decimo shōgun del periodo Edo, Tokugawa Ieharu (nato nel 1737 e al potere dal 1760).

Non potevano, quindi, mancare in musica eventi importanti, infatti il 1786 diede i natali anche a Carl Maria von Weber, primo grande esempio di direttore d’orchestra, imparentato tramite la cugina Constanze nientemeno che con Wolfgang Amadeus Mozart. Proprio quest’ultimo riuscì in quel particolare anno a mettere in scena un’opera, Le nozze di Figaro, il cui libretto era stato vietato dall’imperatore Giuseppe II per i particolari toni che, nell’originale componimento teatrale di Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais, risuonavano premonitori della futura sanguinosa lotta di classe.

Fu grazie all’abilità del librettista italiano Lorenzo Da Ponte che ridusse i cinque atti teatrali nei quattro in cui si articola l’opera mozartiana, elidendo gran parte dei riferimenti sociali, che l’opera poté essere rappresentata: l’esempio più fulgido della mano depuratrice del librettista è sicuramente il lunghissimo monologo di Figaro nel quinto atto della commedia di Beaumarchais, di grande riflessione classista, del quale non c’è traccia nell’elaborato dapontiano.

Le Nozze Di Figaro Duetto

(foto Festival di Spoleto/Mariani)

Dopo il Don Giovanni dello scorso anno, Ravenna ha avuto il privilegio di poter godere della prima, in ordine di composizione, delle tre felici collaborazioni tra il genio salisburghese e il librettista italiano. La prima delle due recite in cartellone, andata in scena il 22 febbraio, ha visto salire sul podio la brava Erina Yashima, già passata sulle assi del teatro ravennate, che ha tirato i fili dell’opera in maniera discreta ed elegante: sentendo come conduce e orchestra e cantanti, non c’è da stupirsi nel leggere il curriculum, già piuttosto importante, di questa giovane promessa della bacchetta. In buca insieme alla direttrice tedesca prendeva posto l’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini, non impeccabile, ma in miglioramento rispetto alle ultime occasioni di ascolto ravennate.
L’impasto timbrico appariva assai convincente e le, seppur presenti, stonature erano ridotte a sporadici cali momentanei di concentrazione dei singoli musicisti.
Strano il posizionamento del clavicembalo dietro i violini: messo di fianco ai violoncelli avrebbe permesso di realizzare i recitativi non solo con lo strumento a pizzico, ma anche con quello ad arco, dando un sapore più autentico al timbro del continuo: probabilmente questa scelta è stata dettata da un cambio all’ultimo minuto del maestro al cembalo, era seduto alla tastiera Alessandro Praticò e non, come recitava il libretto di sala, Maria Silvana Pavan. Molto graziosa, invece, è stata l’idea di eseguire l’aria Voi che sapete con i violini “al chitarrino”, peccato che questi fossero nascosti dentro la buca e pochi potessero apprezzare questa sfumatura.
Il Coro San Gregorio Magno si afferma come gruppo coeso e preciso, grazie al lavoro di cesello del maestro Mauro Rolfi. Molto bello soprattutto il coro del primo atto Giovani liete, nel quale la scrittura spesso omofonica era restituita con una gaiezza aderente al testo e lontana dalla pesantezza che di frequente insidia questa pagina.

Le Nozzedi Figaro Assolo

(foto Festival di Spoleto/Mariani)

Ovviamente, però, sono gli interpreti coloro verso cui l’attenzione del pubblico è catalizzata e in questa bella rappresentazione nessuno dei cantanti sfigura, anzi, la scelta dell’insieme dei protagonisti appare assai azzeccata. Su tutti è d’uopo lodare la bravissima Lucrezia Drei nei panni di Susanna, personaggio che vocalmente le calza a pennello. L’aria Deh vieni, non tardar è il simbolo di come il velluto della sua morbida voce rapisca lo spettatore in estatica adorazione.
Interessante anche il Figaro di Simone del Savio che, prima scenicamente che vocalmente, rende il caleidoscopico personaggio del cameriere e il differente carattere con il quale canta due delle arie più celebri dell’opera, Non più andrai farfallone amoroso e Aprite un po’ quegl’occhi, è il paradigma di questa incredibile mutevolezza.
Il Conte di Almaviva è stato interpretato sul palco ravennate da Vittorio Prato in maniera tale da evidenziare con forza la perniciosità del personaggio, rendendolo meno edulcorato di come lo vuole la tradizione e venandone l’interpretazione di quello spirito classista che Da Ponte aveva abilmente nascosto nelle pieghe del testo.
Rosina, la Contessa, appare invece rivitalizzata nell’interpretazione di Francesca Sassu che, sebbene nel terzetto del secondo atto non dia libero sfogo alla meritata catarsi sulle più apollinee anabasi, dettaglia un personaggio fiero e determinato anche nell’intimità dell’aria Dove sono i bei momenti. Fresca e spigliata, come si conviene al personaggio di Cherubino, Aurora Faggioli che, sebbene in Non so più cosa son, cosa faccio non canti con la mente rivolta alla comprensione del testo, si conferma ottima interprete per il ruolo en travesti.
Di buon livello anche gli altri personaggi (interessante la voce di Leonora Tess nei panni di Barbarina) che concorrono tutti alla buona riuscita della recita.

Merita una menzione speciale la regia di Giorgio Ferrara, ripresa per l’occasione da Patrizia Frini, che appare sempre puntuale e illuminante per ogni situazione in scena: l’apporto evidente degli scenografi premi Oscar Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo dona quel sapore speciale che ogni opera dovrebbe avere.

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