Cadice, 1787. Chiesa della Santa Cueva. Venerdì Santo. Le vetrate dalle quali filtra la luce nelle celebrazioni quotidiane sono vestite di pesanti tendaggi scuri che impediscono la normale illuminazione delle navate. Il Vescovo recita (in latino, va da sé) le Sette ultime parole del nostro Redentore in croce, ognuna seguita da un commento cui faceva da chiusa una chiosa musicale. Oggi le riflessioni vescovili sono andate perdute, tuttavia sono rimaste (ovviamente) le sette parole di Cristo e, per fortuna, le musiche che accompagnavano quell’evento spagnolo. E pensare che di iberico c’era ben poco. Il genitore di quei meravigliosi tempi lenti, incastonati tra una vibrante Introduzione e un ansiogeno Terremoto altri non è che il più austroungarico tra tutti i compositori: Franz Joseph Haydn. Musicista apprezzato non solo in patria, ma già stimato anche all’estero, Haydn viveva la sua mezza età nel pieno della sua parabola artistica: aveva già avuto modo di comporre una buona parte dei suoi quartetti (fino all’op. 50, stampata quell’anno) e delle sue sinfonie (almeno 80) anche se non si era ancora davvero avvicinato all’oratorio.
I motivi di questo scarso interesse verso il genere potrebbero essere molteplici: tra i più probabili c’è, indubbiamente, il fatto che gli Esterházy, i principi che lo stipendiavano mensilmente e che, quindi, lo avevano a libro paga come loro servitore, non erano interessati al genere, prediligendo, invece, melodrammi, sinfonie e varia musica da camera, generi nei quali Haydn era senza dubbio un fuoriclasse. Bisogna considerare anche che solo grazie ai viaggi londinesi dal 1791 in poi Haydn avrebbe avuto modo di sentire gli oratori händeliani, un modello da seguire e sviluppare. Così queste Sette parole prendono forma nella mente del compositore dalla commissione gaditana che voleva un’orchestra che suonasse dei tempi lenti che non annoiassero. La fortuna di questa invenzione portò poi Haydn a variarne l’organico, facendone anche una versione per quartetto, una per tastiera a opera del suo editore, e, infine, in un oratorio. Di certo non si può dire che una volta non fossero capaci di sfruttare al massimo le composizioni! Una tale commistione tra riflessione sacra e musica sarebbe ancora oggi perfetta durante il triduo pasquale nel quale, invece, si ascoltano tante esecuzioni di molteplici Stabat Mater, che descrivono una scena molto simile, ma che sono stati concepiti per un’altra occasione, quel 15 settembre che celebra l’amatissima (specialmente in Romagna) Madonna dei sette dolori.



