Tocca l’anima con musiche di Bernstein, Pärt, Britten e Dvořák, l’orchestra Rai diretta da Conlon

James Conlon

Il direttore d’orchestra James Conlon (foto Zani-Casadio)

«Qualità di ciò che appare o è ritenuto bello ai sensi e all’anima»: questa è la definizione di bellezza per il dizionario Treccani. Ed

è proprio l’anima, il principio vitale dell’uomo, che ha goduto del fascino dell’esibizione dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI, diretta dal proprio direttore principale, James Conlon, il 7 luglio scorso, nell’ambito del Ravenna Festival 2018. Il Pala de André è stato inondato dall’esecuzione di una delle più importanti orchestre d’Italia, vero fiore all’occhiello della nazione e legittima erede della tradizione musicale che, nella maggioranza del Belpaese, viene spesso rinnegata.

I motivi per celebrare il genio di Leonard Bernstein sono certo innumerevoli e quest’anno si approfitta del centenario della nascita per ricordarlo come si conviene a un musicista del suo calibro. L’OSN RAI ha proposto l’Ouverture da Candi

de, e l’interpretazione data da Conlon ha convinto per freschezza senza però cedere totalmente alla leggera piacevolezza, ma lasciando intravedere una diffusa serietà aleggiante dietro lo sfavillio.

Interessantissima l’esecuzione di Cantus in memoriam di Benjamin Britten di Arvo Pärt nella quale è stata la celebre tintinnabulazione del compositore estone a rubare completamente la scena, avvolgendo lo spettatore e conducendolo, quasi come un mantra, nei recessi della propria spiritualità. Conseguente a questo brano, quasi fosse un unicum, l’enigmatica Sinfonia da Requiem op.20 di Benjamin Britten, nel quale il direttore statunitense conduce la compagine italiana a vette di terribile drammaticità raramente sentite nei concerti di questa edizione del festival.

Dopo l’intervallo il concerto è ripreso con l’esecuzione di una tra le sinfonie più celebri della storia della musica, la Sinfonia n.9 “Dal Nuovo Mondo” di Antonin Dvořák: Conlon, in questa ampia composizione più che in altre, chiede e ottiene dall’orchestra un suono morbido, pastoso e comunque vigoroso e coeso, nonostante l’amplificazione rendesse al pubblico un suono a tratti “finto” (soprattutto nei forti), ritrovabile più nei dischi che nei concerti dal vivo.

Una piccola nota di colore: la bellezza, talvolta, è data anche da un piccolo neo vezzoso. Si può considerare così l’unica nota stonata (un mi peregrino), ma in una serata così bella vale la pena sorridere al peccato e celare il peccatore.

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