Buen Camino (di Gennaro Nunziante, 2025)
Checco (Zalone) è un ricchissimo ereditiero che non ha mai fatto nulla di concreto nella vita, se non una figlia, apparentemente scomparsa. L’ex moglie chiede il suo aiuto per ritrovarla, e si scopre presto che la ragazza, ancora minorenne, ha intrapreso il famoso Cammino di Santiago (Spagna, non Cile eh), al quale Checco deciderà di unirsi più per caso che per convinzione. Buen Camino segna innanzitutto il ritorno della collaborazione tra il comico pugliese e Gennaro Nunziante, regista e autore centrale nella filmografia di Zalone, partner artistico fin dagli esordi e figura chiave nel definire il suo linguaggio comico, teatrale e cinematografico. Un ritorno che rinnova la freschezza dei lavori precedenti della coppia. La trama è complessivamente credibile e funzionale a ciò che il film vuole essere: novanta minuti di intrattenimento puro, costruiti come uno spettacolo comico continuo, ricco di gag, battute e situazioni al limite del grottesco. La comicità di Zalone conferma le sue caratteristiche principali, una parodia a trecentosessanta gradi che non guarda in faccia nessuno, né ideologie né appartenenze, e un cinismo che spesso sfocia in una sana cattiveria verso personaggi, contesti e contraddizioni del nostro tempo. Il film è molto divertente e riuscito, ma chi scrive non può fare a meno di rinnovare un desiderio già espresso in passato: se Zalone portasse quella cattiveria fino in fondo, senza chiudere il cerchio con il consueto buonismo nazional-popolare, ci troveremmo probabilmente davanti a qualcosa di davvero unico, capace di surclassare buona parte della comicità italiana e non solo.
Invece, anche qui, Checco strizza l’occhio al suo pubblico, e il pubblico ricambia, come dimostrano gli incassi record. È una scelta consapevole, parte integrante della sua cifra stilistica, che gli impedisce però di affondare il colpo fino in fondo. È così, prendere o lasciare. Personalmente, prendo senza esitazioni: Zalone mi diverte, mi convince e continuo a considerarlo un artista capace di leggere l’Italia contemporanea come pochi altri, facendo arrabbiare un po’ tutti senza prendersi mai troppo sul serio. In questo senso, il parallelo con Totò è inevitabile: come lui nella prima metà del Novecento, Zalone racconta vizi, ipocrisie e miserie del suo tempo, attualizzando tutto e guardando sempre avanti, arrivando persino a toccare temi sociali delicati, come aveva già fatto in Tolo Tolo e come fa, in parte, anche qui. Si potrebbe raccontare ogni battuta, spiegare la trama nei dettagli, immaginare un finale alternativo, ma è giusto fermarsi prima. L’unica vera raccomandazione è questa: non abbiate paura, per una volta, di essere italiani medi, e andate a farvi quattro risate. Per le cose serie, purtroppo, c’è sempre tempo.



