giovedì
22 Gennaio 2026

Sorrentino torna con un film destinato a dividere

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La grazia (di Paolo Sorrentino, 2025)

Mariano De Santis è stato uno dei più importanti giuristi italiani ed è il Presidente della Repubblica all’inizio del suo “semestre bianco”. I suoi ultimi crucci riguardano la firma di una legge che legalizza l’eutanasia e la concessione della grazia a due noti detenuti. Il Presidente ha il pieno supporto di uno staff, a capo del quale c’è la figlia, e tutto il film rappresenta l’esteriorizzazione di un conflitto che il protagonista vive nei confronti di istituzioni, ruoli, tematiche e ideologie. De Santis è inoltre stanco, palesa il desiderio di tornare a casa, nella sua solitudine, visto che la moglie è morta già da tempo, lasciandogli in eredità qualche piccolo mistero legato al loro rapporto. Il film è ricco di personaggi di contorno che interagiscono con il protagonista, tra cui la brillante critica d’arte e amica Coco Valori, al centro dei momenti più divertenti del film, fino ad arrivare al ministro Romani, suo compagno di scuola, con il quale ha un rapporto cordiale ma non del tutto chiaro, e che ambisce a diventare il suo successore.

Film d’apertura dell’ultima Mostra del Cinema di Venezia, l’opera ha fruttato la Coppa Volpi come miglior attore protagonista al fedele Toni Servillo, ancora una volta anima, corpo e volto delle storie di Sorrentino, con il quale il legame appare ormai indissolubile. Il suo Presidente è un abile missaggio fittizio di tutti i nostri Capi di Stato degli ultimi quarant’anni, da Cossiga a Mattarella, passando soprattutto per Scalfaro e Napolitano, anche se pensieri e azioni non hanno alcun riferimento diretto alla realtà. Seguo e ammiro da sempre il cinema di Sorrentino, soprattutto nella sua prima fase, che trova una sorta di conclusione e di sintesi nel roboante e magnifico La grande bellezza. La seconda fase, serie sul Papa comprese, presenta certamente molti elementi in comune, a partire dal volto di Servillo, ma a tratti sembra il tentativo di mantenere la freschezza dei primi anni.

Lo stile si è fatto più maturo e crepuscolare, ma non fugge mai da alcuni suoi elementi e crismi che in tanti riassumono nel suo essere decisamente “pop”. Questa volta a farla da padrone è addirittura la trap di Guè Pequeno, oltre ad altri elementi che non sveliamo. A questo punto il popolo sorrentiniano (gli altri hanno mollato da un pezzo) si divide tra chi continua pedissequamente a seguire le sue tracce e ad apprezzarle, e chi teme che il regista sia caduto nelle sue stesse trappole, risultando ridondante e, purtroppo, anche noioso. La grazia inizia benissimo, ha grandi attori e un intreccio interessante che alla lunga rischia di perdersi in parole e scene marchio di fabbrica del regista, dal sapore di inutile déjà-vu. Il verbo “rischiare” è d’obbligo, perché il film va visto nella sua imprevedibile capacità di essere amato o respinto. Da quale parte io stia, è inutile dirlo ed è piuttosto chiaro.

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