Il film dei ricordi passa da via Diaz e dalla scala mobile dell’Upim

Un ragazzino nel cuore della Ravenna di 60 anni fa nel giorno della Befana

Piazza del Popolo, Natale 06Una delle prime volte che ho visto Ravenna è stato assieme al mio babbo, che a Bagnacavallo era impiegato al Credito Romagnolo. Era il giorno della Befana, una festività magica per noi bambini e quella mattina, dopo aver trovato appesa al camino della “stufa economica” una bella calza rigonfia di tante piccole sorprese, ero salito sulla “littorina” per andare alla Befana del “Credito” riservata ai figli dei dipendenti.
Una sorpresa dopo l’altra, a cominciare dalle scenografie che apparivano veloci e traballanti dietro al finestrino dell’automotrice: il palazzo di San Giacomo, la Pieve di Godo, poi dopo una lunga curva il treno rallentava davanti al porto interno, la darsena, dove erano ormeggiate le navi.
Lasciato l’odore della stazione, si percorreva un viale neppure troppo lungo, con costruzioni moderne sulla destra e una bella chiesa, San Giovanni Evangelista, sulla sinistra.
Il viale finiva incrociando una lunga via percorsa da automobili e biciclette. Si entrava allora in una strada, via Diaz, che ricordo fosse riservata ai pedoni. Mi sembrava che i passi risuonassero come sotto ai portici di via Garibaldi a Bagnacavallo. Via Diaz correva diritta fino alla Piazza, dove sulla destra c’era la sede del Credito Romagnolo, situata in un bel palazzo nobiliare.
Dopo aver raggiunto l’ampio salone di cassa, noi bambini aspettavamo l’arrivo di una simpatica Befana, impersonata da qualche giovane impiegato vestito da “vecchietta” con vocazione da palcoscenico, che rovesciava il contenuto di una grande gerla sopra un lungo tavolo.
Tutti ricevevano il regalo richiesto, e l’emozione non era poca!
Prima di ripartire sostavamo all’angolo della Piazza del Popolo, davanti al Caffè Tazza D’Oro: osservavamo i vigili urbani che ricevevano gli omaggi dagli automobilisti di passaggio e li sistemavano sui gradoni della colonna sulla quale svettava un cupo guerriero che mio padre disse fosse San Vitale.
Il nome lo conoscevo bene perché era quello della strada che passava da Bagnacavallo e portava a Bologna, distante cinquantasei chilometri. Ravenna, invece, era meno lontana e ci si poteva venire anche in “corriera” con la Veta, che, per tornare a casa, partiva anche davanti al Teatro Alighieri.

In uno di quei giorni, Epifania di nostro Signore, mi venne mostrata la tomba di Dante, che non mi fece alcuna impressione perché non sembrava un triste sepolcro ma un lindo chioschetto, con in cima una bella pigna.

I pini mi piacevano molto, soprattutto quelli che si vedevano andando a Marina e a Porto Corsini, in mezzo all’acqua sugli staggi o fitti prima di arrivare in spiaggia.
Si ritornava in stazione percorrendo via Diaz, salotto pedonale dei favolosi anni Sessanta, soltanto annunciati. Un misto di fabbricati antichi e moderni, con la Banca del Monte e il negozio di “Giacomo di Salvatore Fabbri”, che ricordo per i profumi di stoffa e lane che nelle visite successive con mia mamma difficilmente mancava, anche se era subordinato all’UPIM, il grande magazzino su due piani con la scala mobile, che per noi bambini era un’attrazione irresistibile, altro che la giostra di San Michele: quella era elettrica e non si fermava mai!
Tornando a casa con i doni della Befana, ricordo che una volta girammo in un vicolo a sinistra a fianco di un cinematografo, il Marconi; c’era una nebbia pesante che cadeva facendo luccicare i sassi di fiume del lastricato, dove era affondata una struttura in mattoni faccia a vista.
Mi sono sempre piaciute le pietre vecchie, di quel colore particolare che si poteva fare mescolando terra di Siena con un po’ di rosso. Il Battistero degli Ariani da allora diventò il nuovo gioco, dopo i giri all’Upim, e intanto crescevo!
La cosa più bella di Ravenna erano gli angoli, le strade che allineavano botteghe, abitazioni, un bel palazzo o, appena discosta, una splendida basilica.
Si stavano ancora ricucendo gli squarci creati dai bombardamenti del ’44 e mio padre me ne parlava fra San Francesco e Sant’Apollinare Nuovo, ma io pensavo agli anni Sessanta e alla Pizzeria Arcobaleno, ultima sosta prima di prendere il treno per tornare a casa.