Silvio Gambi alla ricerca del Palazzo Perduto

Lo scrittore noto ai ravennati per i suoi gialli storici, adotta metodi di indagine “poliziesca” per scoprire le vicende della sua abitazione di infanzia.

Sivio Gambi 02Silvio Gambi, nel suo libro Via Diaz 11 Storia di un palazzo di Ravenna (2016, Danilo Montanari Editore), propone il racconto di quella strada che s’incrocia con i suoi ricordi d’infanzia. Aveva vissuto, infatti, negli anni Trenta, in un palazzetto veneziano demolito nel secondo dopoguerra. La ricerca di testimonianze storiche è raccontata con il ritmo incalzante dell’inchiesta, dove gli affetti familiari e la curiosità di quel bambino portano alla mente la Ravenna d’anteguerra, i cortili dei palazzi gentilizi, che si affollavano di affittuari installati nelle case retrostanti.

Ne esce un importante documento che arricchisce la conoscenza urbanistica di Ravenna lungo i decenni

Riemerge così la città del passato prossimo, un tessuto edilizio capace di riproporsi assieme alle fotografie dell’epoca. Su quella strada, una sorta di “Giano Bifronte” architettonico, la trasformazione è stata protagonista, cambiando destinazioni d’uso e mutando profondamente la fisionomia del luogo. Accadde per l’Arena Zinanni, poi Politeama, un teatro all’aperto con i palchetti in legno e la platea che poi diventò il salone centrale del negozio di “Giacomo di Salvatore Fabbri”.
Trasformazioni e distruzioni belliche hanno contribuito a modificare l’ordito cittadino già “aperto” durante il ventennio fascista in corrispondenza di piazza Corsica, ora intitolata al secondo Presidente della Repubblica Italiana, Luigi Einaudi.
La strada laterale vicolo San Vincenzo, ora via Antica Zecca, prendeva il nome dalla chiesa omonima che fu trasformata in mulino a vapore per la brillatura del riso, dopo essere stata acquistata, nel primo decennio dell’Ottocento, dall’industriale Morgantini, titolare anche della fabbrica di cristalli e di una conceria che si trovava dall’altra parte della città, nell’area successivamente occupata dalla Callegari & Ghigi.
Anche Santa Maria delle Convertite, che si trovava in prossimità dell’incrocio con via di Roma, decorata e abbellita con dipinti, fu soppressa. In seguito divenne sede della farmacia dell’ospedale e, nel dopoguerra, sede del Partito Socialista.
L’albergo San Marco, ridotto dai bombardamenti del ‘44 ad un cumulo di rovine, viene del tutto demolito per far posto al palazzo che ospiterà l’Upim, il primo grande magazzino della città.
L’hotel era stato inaugurato nel 1865 ed era uno dei più belli della città: la strada in quegli anni si anima di folla e passanti poiché la stazione ferroviaria, aperta nel 1863, porta viaggiatori e turisti e il viale della Stazione si prolunga fino alla Piazza centrale con il nome di via Farini. Soltanto alla fine degli anni Venti viene intitolata al Maresciallo d’Italia, Armando Diaz.
Sivio Gambi 03I nomi precedenti sono ben più affascinanti: via di Piazza Ocaria, poiché portava al mercato avicolo, ricchissimo di selvaggina palustre, che suggeriva il toponimo legato alle oche.
Con l’arrivo dei veneziani la strada viene nobilitata da alcune belle costruzioni dell’epoca, una delle quali potrebbe essere proprio quella di via Diaz al numero 11; resta però legata alla strada la splendida dimora chiamata Casa Giustinian, da cui strada Giustiniana, anche se più propriamente il palazzo parrebbe corretto attribuire agli Zorzi: Pietro Zorzi fu podestà nel 1457, anno in cui si pose anche la prima pietra della Rocca.
D’altronde i podestà duravano in carica sei mesi e non avevano tempo per accampare privilegi e costituire clientele, è perciò assai facile che da un podestà all’altro i toponimi non cambiassero, anche perché il nome Giustinian lo troviamo anche per la Porta poi chiamata Adriana.
Il Monte di Pietà, costituito nel 1491, oltre a suggerire un altro nome alla strada, mantiene alcuni elementi tipici dell’architettura del periodo.
Certamente il lavoro dell’amico Silvio Gambi è stato simile a quello di un detective, accumulando indizi, prove e testimonianze, in una ricerca d’archivio non sempre facile, ma alla fine si arriverà ad una scoperta o meglio ad una ri-scoperta.
E, a conferma di ciò, Gambi scrive: «mi rendo conto che vi sono altre parti dell’edificio delle quali non serbo assolutamente alcuna immagine, come ad esempio dell’ingresso al pian terreno, che certo avrò percorso centinaia di volte, o dei mobili della cucina ad eccezione della radio, dei tegami di rame appesi al muro e di quel camino spento, che ricordo solo perché vi ho appeso la calza della Befana».