martedì
24 Marzo 2026
Il caso

Immigrazione e ideologia: i dettagli dell’inchiesta sui medici di Malattie infettive

Otto indagati per presunti certificati falsi che impedivano il trasferimento di stranieri ai centri di rimpatrio. Sospensione dalla professione per tre, mansioni limitate per gli altri

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La polizia di Stato ha indagato per quasi otto mesi, a partire da luglio 2025, sul reparto di Malattie infettive dell’ospedale di Ravenna. L’ipotesi investigativa era che alcuni medici ostacolassero le decisioni delle autorità locali a proposito dei trasferimenti di persone straniere ai centri di permanenza per il rimpatrio (i cosiddetti Cpr), il primo passo verso l’espulsione dall’Italia. I certificati che attestavano la non compatibilità dei soggetti con il trattenimento nelle strutture erano, secondo gli inquirenti, falsi e i dottori ne erano consapevoli. Per chi è destinato all’espulsione, ma non può permanere nei centri, la norma stabilisce il ritorno in libertà.

L’accusa per i medici è di falso ideologico continuato e interruzione di pubblico servizio. I reati di falso sono ritenuti offensivi della fede pubblica intesa come la fiducia che la collettività ripone nell’autenticità dei documenti – soprattutto quelli pubblici – e l’aspettativa che i contenuti di un atto che liberamente circola corrispondano alla verità. Un falso materiale è un atto non genuino perché contraffatto. Il falso ideologico, invece, consiste in un documento che contiene dichiarazioni mendaci: a differenza del falso materiale, non è stato oggetto né di contraffazione né di alterazione, in quanto viene tendenzialmente predisposto da un soggetto legittimato a farlo e che, tuttavia, documenta fatti (o condizioni) non corrispondenti al vero.

Il 13 marzo scorso uno snodo significativo nell’inchiesta: il giudice per le indagini preliminari (Gip) ha disposto delle misure cautelari per gli otto medici indagati (gli altri tre occupati nel reparto non sono coinvolti). Sospensione dalla professione per dieci mesi per tre dottoresse e per lo stesso intervallo di tempo gli altri cinque (di cui una nel frattempo si è trasferita in ospedale a Forlì) potranno lavorare, ma non occuparsi dei certificati per i trasferimenti ai Cpr.

Secondo la procura, che aveva chiesto un anno di interdizione per tutti per il rischio di reiterazione del reato, l’approccio ideologico dei sanitari era sconfinato in un comportamento che andava oltre il legittimo svolgimento della professione medica. Una visione che è stata sostanzialmente condivisa dal Gip che ha accordato, in parte, le misure cautelari. Il punto, specifica l’ordinanza, non è l’adesione ideologica, ma che questa abbia ceduto il passo a «comportamenti antigiuridici» e contrari alle regole deontologiche. Insomma, potevano certo esprimere il proprio dissenso, ma sarebbero andati oltre alla deontologia e al legittimo diritto di manifestare il proprio pensiero contro il sistema di gestione dell’immigrazione.

Gli indizi raccolti dai poliziotti evidenzierebbero anche tre casi in cui i medici di Malattie infettive avrebbero descritto problematiche di natura psichiatria per ribaltare un parere di idoneità arrivato proprio dal reparto di Psichiatria. Le difese degli indagati, in una nota congiunta inviata alla stampa il 24 febbraio, hanno assicurato la veridicità dei pareri medici espressi nei certificati. Una posizione poi ribadita davanti al giudice in occasione dell’interrogatorio di garanzia del 12 marzo, quando gli avvocati hanno chiesto il rigetto delle misure cautelari facendo leva su una disposizione interna dell’Ausl di pochi giorni prima che esonerava gli indagati dalle mansioni dei certificati. Il giudice ha criticato il provvedimento dell’azienda sanitaria: la misura adottata sarebbe stata imprecisa e indeterminata. Non risultava chiaro se l’esonero costituisse un provvedimento disciplinare, o se riguardasse invece solo ragioni di organizzazione. E nemmeno era specificata la durata della disposizione. In astratto l’esonero sarebbe potuto essere revocato anche il giorno successivo alla sua adozione.

Il Gip però ha anche accolto una richiesta delle difese: l’applicazione di un criterio di proporzionalità. Non tutti i medici hanno firmato lo stesso numeri di certificati: si va da chi è chiamato a rispondere per undici certificazioni e chi solo per una o due. Da qui deriva la diversa gravità dei provvedimenti.

L’indagine è partita quando alla questura di Ravenna è arrivato un certificato che attestava la non idoneità di un migrante al trattenimento in un Cpr, ma si trattava di un modulo precompilato che è parso un modello preparato ad hoc senza una effettiva presa in carico del paziente. A quel punto gli inquirenti hanno voluto analizzare meglio e hanno preso in esame il periodo a partire da settembre 2024. Fino a gennaio 2026 sono stati 64 i migranti passati dagli ambulatori di Malattie infettive: 20 valutati idonei per i Cpr, 34 non idonei e dieci hanno rifiutato di sottoporsi alla visita e sono stati rimessi in libertà, come previsto dalla legge. Dallo scorso settembre la frequenza delle non idoneità era diventata pressoché totale. Nessuno dei 34 ritenuti non idonei è stato preso in carico del servizio sanitario. Gli elementi a sostegno dell’accusa vengono soprattutto dalle intercettazioni ambientali negli ambulatori del reparto e dalle chat tra indagati acquisite il 12 febbraio con una perquisizione.

Delle conversazioni scritte sui telefonini sono stati riportati ampi stralci dai quotidiani locali, Resto del Carlino e Corriere Romagna. È il 10 luglio del 2025 e a parlare è una delle tre dottoresse poi sospese per 10 mesi: si rammarica del fatto di essere stata convocata dalla polizia circa un certificato di non idoneità. E lì, ammette di averlo scritto per evitare al giovane il trasferimento al Cpr: «la polizia mi vuole fare un verbale… perché non ho fornito l’idoneità a uno che vogliono espellere dall’Italia…ma è una questione etica per me…visto cosa sono i cpr…è in corso una campagna di (…) al riguardo che alcuni di noi abbracciano». Una dottoressa indagata scriveva a luglio del 2024: «Ho dato la non idoneità per un Cpr e il ragazzo è tornato a ringraziarmi».

Altri messaggi sembrano manifestare più esplicitamente la linea: «Ormai ci siamo dentro da così tanto… è una rottura ma la scelta è puramente etica. Noi avremo dato più di 20 non idoneità e non è successo niente. La cosa importante è essere uniti e non succede nulla». È dalle chat che emerge anche il rapporto tra i medici ravennati e la Società italiana di medicina delle migrazioni (Simm), apertamente contraria ai Cpr. Nel settembre del 2024 una dottoressa scrive a un portavoce della Simm: “Ciao! Qui a Ravenna almeno altre 4 non idoneità”.  La replica è l’emoticon del bicipite, in segno di incoraggiamento. Scambio di messaggi simile dopo due mesi con l’esponente della Simm che aggiunge: “Se vi va mandatemi copia delle certificazioni, che sto tenendo una mappatura”. Circostanza che è costata poi un richiamo del giudice a una possibile violazione della privacy.

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