martedì
24 Marzo 2026
tennis

Il ravennate Bondioli: «Che emozione vincere a Roma. Con Sinner 4 anni di allenamento, si merita tutto»

Il 20enne ha da pochi giorni trionfato sul cemento di Sharm El Sheikh: «Il mio prossimo obiettivo è arrivare alle qualificazioni di uno Slam»

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Un ragazzo come tanti, che gira il mondo con un borsone sulle spalle e il sogno di entrare in uno Slam. È il tennista professionista Federico Bondioli, ventenne ravennate, numero 437 del mondo in singolare e 197 in doppio. Il 15 marzo ha conquistato il suo terzo torneo in carriera in singolare sul cemento di Sharm El Sheikh, nel torneo ITF da 15mila dollari, mentre in queste ore sta ben figurando nel Challenger di Napoli. Meno di un anno fa, in coppia con l’amico Carlo Alberto Caniato, ha colto un successo prestigioso battendo due totem del tennis come Bolelli e Vavassori nella terra rossa degli Internazionali di Roma. Tra un allenamento e l’esame della patente, Bondioli ci ha raccontato in questa intervista il suo percorso, le sfide mentali della vita da professionista, i ricordi della crescita a Ravenna e anche l’esperienza di allenarsi per 4 anni con Jannik Sinner.

Sei reduce dalla bella vittoria in Egitto, ci racconti com’è andata questa esperienza?
«Sono molto felice perché era un periodo in cui mi sentivo bene fuori dal campo, mi allenavo bene e facevo le cose giuste. Però in partita mi bloccavo un po’, sentivo la pressione. Dalla seconda settimana, dopo aver vinto al terzo set il primo turno, mi sono sbloccato: da lì partita dopo partita ho iniziato a trovare un livello sempre più alto fino alla finale, dove ho giocato la mia miglior partita e ho vinto 6-2 6-4 contro lo slovacco Michal Krajci».

C’è stato un momento preciso in cui è cambiato il torneo?
«Sì, durante il primo turno della seconda settimana. Ero completamente perso: avevo vinto il primo set 6-4 giocando male, poi ho perso il secondo e dentro di me volevo uscire dal campo. Al cambio campo ho avuto qualche minuto e mi sono detto: “Così non ha senso, o reagisci e ci metti carattere oppure è inutile giocarla”.
Da lì, nel terzo set, ho iniziato piano piano a mettere più intensità, più voce, più presenza su ogni palla. Ho trovato fiducia e sono arrivato sul 5-2 con il braccio sciolto, tirando vincenti. Quel set ha cambiato tutto il torneo perché mi ha dato il coraggio che prima non avevo».

Hai parlato di fatica mentale: nel tennis ogni partita è veramente una sfida prima contro sé stessi e poi contro l’avversario?
«Assolutamente sì. Nell’ultimo periodo, da settembre dell’anno scorso, ero entrato in un tunnel: non mi vivevo più bene le partite, stavo male in campo. Venivo da 33 tornei in un anno, quindi sono arrivato a fine stagione molto stanco, anche perché giocavo sempre e poi tornavo a Sassuolo nel weekend per giocare la Serie A. Pensavo fosse solo stanchezza, invece è una cosa che mi sono portato dietro anche all’inizio di questa stagione».

E come ci stai lavorando?
«Sto lavorando con uno psicologo e con il mio team. Cerchiamo di trovare equilibrio anche fuori dal campo, perché il tennis ti porta a vivere il 100% della giornata solo per quello. Invece è importante avere anche altro: per esempio, ai tornei cerchiamo di staccare, magari la sera andare a fare un giro o fare qualcosa di diverso come giocare a golf. Non è un caso se in Egitto la prima settimana c’erano mio padre e la mia ragazza: oltre a giocare bene, fuori dal campo riuscivo a stare sereno, uscire, cenare. Questo mi ha aiutato tanto».

Giri tutto il mondo e sei iscritto da anni al circolo di Sassuolo. Che rapporto hai oggi con la città di Ravenna?
«Da quando ho 12 anni sono a Sassuolo, ormai è la mia seconda casa, forse la prima perché vivo lì e ho anche la mia ragazza lì. A Ravenna torno poco, però sono molto affezionato: ho preso per la prima volta la racchetta in mano allo Zavaglia, restandoci fino ai 12 anni e instaurando tanti legami d’amicizia».

Sia lo Zavaglia che Massa Lombarda sono in Serie A, c’è possibilità di un tuo ritorno?
In questo momento sto bene a Sassuolo perché hanno sempre avuto un progetto chiaro su di me, però sia a Massa Lombarda che a Ravenna sono molto legato. Per Ravenna ci gioca Caniato che è il mio miglior amico, mentre a Massa Lombarda conosco il capitano e tutti gli altri ragazzi. In futuro non si sa mai».

Tra i momenti più belli della tua giovane carriera c’è sicuramente la vittoria in doppio contro due star del tennis mondiale nella splendida cornice degli Internazionali di Roma.
«Sì, proprio con Caniato abbiamo vinto contro Simone Bolelli e Andrea Vavassori nel 2025. È stato pazzesco perchè dopo essere entrati nel tabellone principale e aver visto l’accoppiamento, abbiamo detto “che sfiga”.
Però allo stesso tempo era una grande occasione: giocare un Master 1000, contro due italiani fortissimi, con tanta gente sul campo 2 di Roma. Abbiamo preparato la partita sapendo che sarebbe stata durissima, ma cercando di restare uniti in ogni momento. Anche dopo aver perso il secondo set 12-10 al tie-break, dopo quattro match point, siamo rimasti compatti e abbiamo vinto. È stata una partita incredibile, davanti a tantissima gente, e disputarla al fianco di Carlo (Caniato ndr), che è uno dei miei migliori amici, è stato indescrivibile».

A livello giovanile eri molto quotato e hai vinto anche tornei di spessore. Qual è lo step più difficile nel passare da junior a professionista?
«Bella domanda. Dal punto di vista del gioco non cambia tantissimo, ma cambia tutto il contorno. I pro sono davvero professionisti, non lo fanno per gioco. Da junior ho avuto un percorso molto bello, sono arrivato 12 al mondo, giocando tutti gli Slam da testa di serie  con tanto di finale a New York.  Da junior vivi più leggero, mentre tra i grandi ogni partita conta, giochi per punti Atp e per soldi, e la scalata è lunga. Sto lavorando molto per godermi il percorso e trovare continuità ma aver avuto quel percorso giovanile mi ha fatto capire dove voglio arrivare».

Quali sono i tuoi obiettivi a breve termine, sia dal punto di vista tecnico che dei risultati?
«A breve voglio, quando gioco i Future (nome ufficiale ITF Men’s World Tennis Tour ndr) arrivare sempre in fondo e iniziare a fare buoni risultati nei Challenger, magari quarti, semifinali. L’obiettivo è arrivare il prima possibile alle qualificazioni Slam, per le quali è necessario essere intorno alla 240ª posizione Atp. Dal punto di vista tecnico mi concentro molto sul lavoro. Voglio trovare sempre più continuità e fiducia in quello che faccio».

Adesso in Italia tanti bambini iniziano tennis, trasportati dall’onda dei successi di Sinner. Che consiglio daresti ad un giovane che gioca a tennis?
«Direi di godersi il percorso, perché è lungo. A 12-13 anni si tende a vivere ogni partita come se fosse una finale, ma in realtà sono tappe di crescita. Parlo per esperienza personale: i risultati sono importanti, ma bisogna mettere davanti il miglioramento, lavorare con i genitori per trovare equilibrio e pensare a diventare giocatori più forti nel tempo, non solo a vincere subito».

Ti sei allenato per anni con Sinner, che rapporto avevi con lui? 
«Mi sono allenato con lui a Bordighera per 4 anni, fino a quando non è entrato in top 20 a 18/19 anni. Abbiamo passato anche tanto tempo insieme, soprattutto in quarantena giocavamo tutte le sere alla Playstation. Si vedeva che aveva potenzialità incredibili ma sinceramente non pensavo arrivasse a quei livelli così in fretta. Si merita davvero tutto: è una persona umile, un grande lavoratore. Posso confermare che è esattamente come si vede dalla televisione».

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