domenica
22 Marzo 2026
Intervista

«La storia umana è storia di migrazioni che creano civiltà e le cambiano»

In occasione della Settimana contro il razzismo, la professoressa Silvia Ronchey a Ravenna il 23 marzo per un confronto sulle società interculturali del Medioevo

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«Abbiamo paura del diverso perché c’è sempre un’insicurezza identitaria, la paura alberga nei deboli, che spesso sono anche violenti. La cultura è il grimaldello, solo lei può salvarci». Parole di Silvia Ronchey, scrittrice e studiosa di storia, oggi ordinaria di Civiltà bizantina nel dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Roma Tre. Ronchey sarà a Ravenna lunedì 23 marzo, alle 16 nella sala Dantesca della Biblioteca Classense (ingresso libero), relatrice di “Società interculturali nel Medioevo”, un confronto con il professor Franco Cardini per meglio comprendere un’epoca spesso raccontata attraverso stereotipi di chiusura e scontri tra culture-monolite.

La tavola rotonda, moderata dalla giornalista Silvia Manzani, fa parte degli eventi della Settimana contro il Razzismo e intende ricostruire come commerci, viaggi, migrazioni e scambi culturali fossero elementi strutturali della società medievale, dando vita a prolifiche contaminazioni.

Professoressa Ronchey, perché oggi è importante ricordare le migrazioni del passato?
«Non si può non ricordare che la storia umana è storia di migrazioni. Dall’Africa ai Micenei, dai popoli del mare ai barbari, sono sempre state protagoniste, i tedeschi coniano il termine Völkerwanderungen, ovvero “spostamento di popoli”, per definire quelle migrazioni che noi chiamiamo invasioni, ma da ovest a est tutte le terre a un certo punto hanno visto movimenti di popolazioni, dall’Impero Romano in poi sono divenute la norma. Le migrazioni creano, cambiano le civiltà, le rinvigoriscono, e la società medievale è costituzionalmente multietnica, erede di Roma che già fu in grado di esserlo. La nostra idea eurocentrica nasce con gli Stati nazione (Westfalia 1648), e si prolunga fino all’800, le correnti storiche di allora cercavano una legittimazione politica che fosse funzionale alla struttura di potere, così la multiculturalità è diventata qualcosa di estraneo; non lo è in realtà mai stato».

Indossando le lenti del Medioevo, come il nostro mondo assomiglia a quell’era durata mille anni?
«La storia è ciclica, lo sappiamo da molto tempo, e le similitudini cominciano dall’incontro tra Oriente e Occidente. L’apertura a Oriente che si ebbe secoli fa la stiamo rivivendo da capo, notiamo uno spostamento del baricentro, una circolazione di idee, arti, scienze. Il concetto di Occidente valido dalla scoperta delle Americhe in poi, atlantista, che guarda da quel lato, non è quello che permeava l’Europa prima della presa di Costantinopoli del 1453. Oggi credo che si possa notare un’alterazione ciclica, sviluppata nei secoli, verso il Mediterraneo, verso Oriente, come fu durante il medioevo. Vorrei poi anche sottolineare un’altra somiglianza: l’attesa millenaristica, la paura della fine del mondo. Oggi Peter Thiel, tecnoligarca fondatore di PayPal e Palantir, verrà in tour per l’Italia a parlare della venuta dell’anticristo sotto forma di ecologia e multiculturalismo. Non aggiungo altro».

Ormai si sa che il Medioevo non è più l’epoca buia che si credeva fosse. Fino a che punto non lo è? Quali sono i grandi momenti di quel periodo che hanno portato al mondo di oggi?
«Penso certamente all’università, ma prima ancora a Ravenna in età gota e longobarda il Mare Adriatico diventa una porta verso Oriente come mai prima. Si sviluppa un’identità italica mercantile, che spesso non teniamo in considerazione quando parliamo di noi italiani, che si sposterà poi verso Venezia e che produrrà grandi ricchezze e cambiamenti per la penisola. Penso poi a San Francesco d’Assisi, protagonista di una circolazione tra Oriente e Occidente: ha portato in Italia la filosofia orientale con la predicazione francescana, sono tanti i paragoni col buddhismo. Un altro grande elemento infine è l’attitudine allo studio, l’ora et labora dei monasteri di tutta Europa che tiene in vita, durante il Medioevo, il focolare che porterà all’umanesimo».

Perché dopo Darwin, Lévi-Strauss, Malinovsky, dopo tutti questi anni, abbiamo ancora paura del diverso?
«Perché c’è sempre un’insicurezza identitaria, la paura alberga nei deboli, che spesso sono anche violenti. Credo sia chiaro che la cultura è il grimaldello, solo lei può salvarci. Quando il sistema culturale e educativo viene meno si perde la capacità di comprendere l’altro. Siamo in un’epoca senza spirito critico, senza memoria, con uno stile di consumo vuoto e nullo, che distrae, che crea illusioni, che a loro volta portano a frustrazione e violenza. Senza etica non si va da nessuna parte, e il sistema oggi lascia che sia tutto nella buona volontà, nelle possibilità di partenza dell’individuo, non aiuta in nessun modo ad affrancarsi dall’ottusità e dall’ignoranza, a cambiare le proprie condizioni di nascita».

Cicerone, Machiavelli, la storia è magistra vitae, e allora come mai “impariamo dalla storia che non impariamo dalla storia”? Che si ripete nella guerra e nel massacro?
«Nella selezione della classe politica e dirigente non c’è meritocrazia. Non ci sentiamo mai realmente rappresentati da gente che emerge dalle rovine di un’istruzione scarsa, parziale. Forse oggi Mark Carney o Pedro Sanchez, primi ministri di Canada e Spagna, sanno quello che stanno facendo, ma in tutta Europa non vedo nessun’altro. Non sono mai stata una grande fan di Churchill, ma quella era gente che la storia la conosceva, oggi i tedeschi, gli inglesi, gli americani, nessuno sa più nulla, e se smettiamo di conoscere il passato siamo condannati a ripeterlo».

Se la parliamo di movimenti di popoli, l’attualità parla di tante difficoltà nella gestione delle migrazioni. La cronaca più recente è la vicenda dei certificati anti-Cpr a Ravenna. Cosa ne pensa?
«A livello etico non condanno nessuno che cerca di dare una mano in buona fede a individui perseguitati e che rappresentano la nostra grande speranza. Parlo di un ricambio antropologico, un ringiovanimento della forza lavoro e delle nuove generazioni, una lezione che la storia medievale e bizantina ci hanno impartito tempo fa».

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